archivio - 1' semestre 2004

 

Il nostro impegno, l'Evangelizzazione
(pubblicato il 3.6.2004)

di don Giuseppe Raimondi - parroco

Se la nostra forza si trova veramente nel Signore, allora non ci stanchiamo mai di lavorare per la Chiesa, per i fratelli vicini e lontani. Il peso degli anni si può sentire, ma il desiderio di spendersi e di lavorare, c’è sempre, anzi aumenta con il passare delle stagioni.

Questa voglia di lavorare per il Signore trova la sua spiegazione non solo nella consapevolezza che siamo chiamati dal Padre celeste a continuare la creazione, ma dal fatto che lui stesso ha bisogno di noi per il bene della Chiesa del suo figlio Gesù. I cristiani infatti sono a servizio del loro Padre celeste, consapevoli di questo, non si stancano mai di mettersi a sua disposizione. E’ nostra ferma consapevolezza che Dio Padre, una volta creato il mondo, non lo ha abbandonato a se stesso, ma con il nostro lavoro porta a compimento ciò che lui ha iniziato. Essere allora a sua disposizione, è una grande gioia.

C’è però un ambito dove il Signore vuole che abbiamo a mettere a sua disposizione le nostre forze, la nostra voglia di spenderci per lui. Si tratta dell’evangelizzazione. Il Signore Gesù, dopo la sua morte e risurrezione, è salito al cielo, e pochi istanti prima di questo distacco ha detto ai suoi apostoli, cioè alla Chiesa, “andate in tutto il mondo e fate miei discepoli tutti gli uomini, io sono con voi fino alla fine di questo mondo”. Da quel giorno questo comando del Signore si è radicato profondamente nel cuore della Chiesa, nostra madre, e quindi anche nel nostro che siamo suoi figli, tanto che non possiamo vivere senza impegnarci ad attuarlo. Evangelizzare è allora un nostro dovere, è lo nostro slancio, è la nostra passione, in una parola, è la nostra vita.

Come comunità e come singoli cristiani sentiamo vivo questo impegno che il Signore ci ha affidato, perché, per mezzo della sua grazia, abbiamo compreso che vivere per lui, per il suo Vangelo, per la salvezza delle anime, forma la nostra gioia, vuol dire realizzare la nostra vita. Il tesoro di cui ci parla il Vangelo, per il quale una volta trovato, si va a vendere tutto quello che si possiede, per averlo, è proprio questo: aver compreso che la causa del Signore, fatta propria, è la nostra gioia, è la nostra vita, per la quale vale la pena vendere tutto per mettersi a suo servizio.
E questo vale per la Chiesa come popolo di Dio, ma anche per i cristiani, sia quelli che sono chiamati alla vita matrimoniale che alla vita consacrata. Servire il Vangelo, cercare di farlo conoscere, mettere in grado l’uomo che incontriamo, di scoprire l’amore di Dio, è ciò che da senso e significato a tutto il nostro faticare.

Carissimi, ecco qui come il vostro parroco vede la parrocchia. Non concepisco la comunità parrocchiale come un gruppo che fa qualcosa soltanto per aggregare gente. Nemmeno la vedo come un’agenzia di servizi religiosi in occasione di matrimoni e di funerali. Neppure come un ente che promuove sport e attività ludiche. Neanche un’opera pia per soccorrere gli anziani e gli ammalati, gli stranieri e i bisognosi. La parrocchia esiste per evangelizzare. Vale a dire per far conoscere l’amore del Padre e donare la salvezza ottenutaci da Gesù morto e risorto. Tutte le altre attività sono secondarie, anche se possono essere validi strumenti per incontrare l’uomo al quale annunciare la salvezza di Dio.

Il Vangelo forma allora la nostra passione. Noi siamo infatti chiamati e mandati ad annunciarlo a tutti gli abitanti del quartiere. Tutto questo è possibile nella misura in cui la parola di Dio diventa il tesoro della nostra vita. Non si può infatti annunciare Gesù Cristo, unico salvatore, se prima non si è stati raggiunti dalla sua grazia e dal suo amore. La lingua infatti parla per l’abbondanza del cuore. Per questo non ci stanchiamo mai di essere una comunità che prega e che adora il proprio Signore presente nell’Eucarestia. L’evangelizzazione inizia e cammina con le “ginocchia”. I vescovi italiani nella loro riflessione sulla parrocchia e in modo particolare il Papa nel documento a conclusione del Giubileo, ci hanno detto che le comunità parrocchiali devono essere scuole e case di preghiera, ma che anche devono ripartire da Cristo.
Animati e sostenuti da questa passione, noi ci apriamo al quartiere e per il quartiere vogliamo spenderci perché incontri sempre più Gesù Cristo.

Carissimi, convinciamoci che noi sia come comunità e sia come cristiani, esistiamo non solo per celebrare tra noi l’amore del Signore e quindi a trovarci bene insieme, ma per andare nelle vie del quartiere ad annunciare ciò che il Signore ha fatto per noi.
Ecco perché la nostra pastorale ha come caratteristica l’andare, l’uscire. Infatti molte volte ci troviamo a celebrare l’amore del Signore oppure a pregare nelle diverse zone del quartiere. I centri di ascolto, che adagio, adagio dovrebbero diventare delle piccole comunità di fede, di speranza e di carità, esprimono la vicinanza della parrocchie alle famiglie della zona. I messaggeri sono coloro che creano legami tra fedeli e comunità. La nostra stessa Caritas è in pieno servizio a tutti gli abitanti del quartiere senza nessuna discriminazione. Il prossimo pellegrinaggio a Lourdes, è un segno di questo servizio di evangelizzazione al quartiere.

Se la passione per il Vangelo ci prende veramente, noi allora non possiamo più fermarci. E questo vale non solo per i giovani e adulti che si impegnano per le attività pastorali, ma anche per gli anziani che per diversi motivi sono chiusi in casa. Se è la preghiera che converte i cuori, allora anche un ammalato, un anziano immobile, può far correre la Parola di Dio e farla entrare nei cuori dei sanfereolini con la sua preghiera e con l’offerte dei suoi dolori.
Ciò che chiedo continuamente al il Signore è di far crescere sempre più nel cuore della nostra comunità e dei singoli fedeli questa meravigliosa passione per l’evangelizzazione.


Parrocchia e quartiere: è tempo di missione
(pubblicato il 23.5.2004)

La nostra parrocchia sa di essere stata impegnata dal suo Signore Gesù non solo ad aiutare e a santificare chi la frequenta, ma soprattutto a spendersi per tutto il quartiere. Questo impegno si chiama missionarietà. Il cuore della nostra comunità infatti batte con il ritmo del quartiere e a questi vuol comunicare il suo amore per il Signore e la sua passione per la pace e la fratellanza.
Questa passione per le persone, per tutte anche per quelle che per diversi motivi hanno fatto scelte diverse dal vivere con fedeltà il vangelo, non è di oggi. E’ da quando è nata tanti secoli fa. La Chiesa infatti, come dice bene Paolo VI, vive per l’evangelizzare. E noi come comunità vogliamo spendersi in questo senso per tutto il quartiere, per tutte le famiglie e per le singole persone. Se da qualche anno questa passione evangelizzatrice ha assunto un certo spessore, è perché constatiamo urgentemente la necessità di uscire e di andare verso la gente, verso le case dove abitano i figli di Dio e figli degli uomini.
Se oggi la parrocchia si pone molto di più di ieri in atteggiamento missionario verso il quartiere è perché constata che tanti battezzati hanno difficoltà a vivere la vita cristiana e a partecipare alla vita della comunità. Basta vedere la percentuale di chi frequenta la comunità parrocchiale. Chi spinge a questa missionarietà è l’amore del Signore che non si stanca mai di raggiungere gli uomini e le donne di tutti i tempi. E fa tutto questo mediante la sua Chiesa che si manifesta in un terminato luogo. Anche il nostro quartiere è cambiato in questi ultimi anni. Quanti immigrati sono arrivati. L’età dei sanfereolini si è alzata. Quanti anziani! Le nascite sono diminuite fortemente. Un gran numero di famiglie non sono più caratterizzate dalla tensione dall’unità e i valori della fede cristiana non caratterizzano più il loro volto. E che dire poi delle convivenze? Sempre più in aumento. L’accoglienza del sacerdote in occasione della benedizione delle famiglie è spesso snobbata e poche volta accolta come un dono.
La situazione del nostro quartiere non si discosta per nulla dalle altre realtà sia della città che di altri paesi. Siamo anche noi terra di missione. E per questo noi vogliamo spenderci per evangelizzare o meglio per rievangelizzare gli abitanti del nostro quartiere. Se anche ci impegniamo in questo, tuttavia non ci riteniamo però perfetti. Siamo tutti bisognosi di conversione. Mossi da questa passione per l’evangelizzazione, ecco i nostri sforzi:

  • Abbiamo diviso il quartiere in zone pastorali. Nove e tra poco dieci.
  • Andiamo verso la gente: ecco le diverse celebrazioni nelle zone pastorali, la visita alle famiglie, la benedizione delle case.
  • Il bollettino e la lettera alle famiglia in tutte le case.
  • I centri di ascolto sono una manifestazione concreta di missionarietà.
  • Il servizio disinteressato della Caritas parrocchiale a tutti coloro che hanno bisogno di qualche aiuto.
  • La disponibilità dei sacerdoti verso tutti.
  • I messaggeri con i responsabili di zona: un modo per essere vicini a tutti. Ma ciò che caratterizza soprattutto questa prospettiva missionaria, è l’apertura del cuore della comunità perso le persone più deboli, gli anziani, gli handicappati. Nel limite del possibile la comunità cerca di essere di aiuto a tutti, sia ai vicini che ai lontani.

L’impegno di evangelizzare il quartiere trova però la sua forza nella preghiera e nella parola di Dio. A nulla varrebbe il correre se non fosse il Signore ha far germogliare ciò che andiamo seminando. Ecco allora il grande sforzo per fare del libro della Bibbia il tesoro da comunicare affinché il suo buon sapore contagi e trasformi chi ascolta. E poi la preghiera davanti al Signore. Se il Signore non costruisce la casa invano si affaticano i costruttori. Consapevoli di questo, noi siamo convinti che il Signore farà le sue meraviglia quando vorrà e come vorrà. A noi il compito di gridare con le parole e con la vita, la nostra passione per il Signore.


Una nuova casa per il GSO
(pubblicato il 21.5.2004)

Sull’ultimo bollettino parrocchiale avevamo riportato l’elenco dei lavori che la nostra parrocchia ha fatto in questi dieci anni. Insieme ai lavori, abbiamo reso noto anche le spese sostenute. E dicevamo che ormai ci resta soltanto di ritornare i prestiti. Adempiremo questo dovere al più presto.
Ora voltiamo pagina e voltandola, ci viene davanti subito in una nuova fatica che come sempre non è per noi, ma per il bene della comunità parrocchiale.
Si tratta di intervenire sulla nostra palestra per risanarla e per realizzare il suo completamento, ma anche di ristrutturare i vecchi spogliatoi e di sistemare la casa del sacerdote che abita a Robadello. Un lavoro quanto mai urgente. Se non interveniamo subito, i nostri ragazzi non potranno iniziare il campionato il prossimo settembre.
Già da tempo infatti la federazione sportiva ci invitava ad intraprendere questi lavori. Noi stessi sapevamo che gli attuali spogliatoi non sono a norma. E poi troppo esigui per tutti quei ragazzi e ragazze che fanno sport sui nostri campi. Se abbiamo aspettato è perché abbiamo voluto dare la precedenza al Signore mettendo in ordine la sua casa, la nostra chiesa parrocchiale. Ora pensiamo ai suoi figli più giovani. Il tempo è maturato, ora iniziamo.

Qualcuno ci ha detto che siamo presi da una certa malattia. Cioè la malattia della pietra. No! Non è vero. Se facciamo anche questo e poi quello che verrà, è solo ed unicamente per il bene dei sanfereolini. A noi non importa la fatica. A noi non interessa una vita comoda. A noi interessa che le strutture della parrocchia si conservino, si ampliano, rispondano alle necessità dei suoi figli e di conseguenza, siano secondo la legge.
Noi sacerdoti non sono venuti a S. Fereolo per riposare, ma per lavorare, e se è necessario faticare per il bene della comunità, cioè per tutti gli abitanti del quartiere. Mossi da questi intenti, andiamo avanti facendo del nostro meglio affinché tutti si trovino bene, siano contenti e diano gloria a Dio.

Come pagheremo? Non si abbia timore. Come abbiamo fatto in tutti questi anni, ci affidiamo ancora alla provvidenza di Dio nostro Padre. Sappiamo però che questa agisce per mezzo dei figli degli uomini. E allora ci affidiamo di conseguenza alle piccole e grandi gocce di generosità di tutti coloro che vorranno aiutarci. Sappiamo che la mano di Dio è grande e altrettanto grande è la generosità dei sanfereolini.
La spesa globale è di 280.000,00 euro esclusa l’IVA. Per saldare le imprese nei giusti tempi secondo l’accordo stabilito nel contratto, apriremo un mutuo di 250.000,00 euro con la Banca Popolare di Lodi della durate di 10 anni. Siamo consapevoli che altri aiuti verranno oppure solleciteremo attingendo alle risorse messe a disposizione dal Comune, dalla Provincia, dalla Regione e anche dall’8°% delle offerte fatte alla Chiesa cattolica tramite la firma posta in calce alla denuncia dei redditi.

A quando i lavori? Nel mese di maggio. Speriamo per settembre di vedere completata l’opera.
Consapevoli che si comprenderà il valore e la necessità di questa nuova fatica, che intraprendiamo solo ed unicamente per il bene dei nostri piccoli e grandi atleti, chiediamo a tutti di aiutarci secondo la generosità del proprio cuore.


Maria, il capolavoro
(pubblicato l'8.5.2004)

di don Virginio Andena

Non si può rinunciare alla bellezza, quella che si ricerca nel presentare la propria immagine e quella che si ammira in qualcuno particolarmente dotato di questa qualità. Chi ricorda quella vigilia di Natale di due anni fa quando, a Rai Uno, Roberto Benigni commentò l'ultimo canto del paradiso e in particolare la preghiera di S. Bernardo alla Vergine? Benigni è un toscanaccio estroso, comico, trasgressivo, eppure è difficile trovare un uomo capace di parlare di Maria come sa fare lui! Credo che persino Dante sia rimasto stupito per questo commento di Benigni. E' facile incontrare un giovane entusiasta per la formula uno, un ragazzo per l'ultimo modello di cellulare, un pensionato per il televisore a 26’ pollici, un imprenditore per l'onorificenza di cavaliere... Dovrebbe essere altrettanto facile incontrare un cristiano entusiasta di Maria. Non sarà in grado di dipingerla come Leonardo, di scolpirla come Michelangelo, di cantarla come Dante... ma se non è allergico alla bellezza, non può non sentirsi attratto. Persino il Corano esalta Maria per una cinquantina di volte.
La tradizione vuole che alla Madre di Gesù sia dedicato il mese di maggio e la cosa non riguarda solo il sentimento, ma parte dalla nostra convinzione che Gesù sia contento e non geloso nel vedere che noi ci lasciamo attirare da sua madre.
Ci si ritrova ogni sera in qualche angolo della nostra parrocchia e si guarda a Lei e Lei guarda a noi. I nostri non sono tempi che ci consentono di indugiare sulle sponde del sentimentalismo perché la cronaca quotidiana ci ricorda il drammatico inquinamento da parte della violenza, della malvagità, dell'egoismo dell'uomo: eppure l'attrattiva della regina della pace ci rafforza la volontà nel bene, nella generosità, nella pace.
A questi incontri serali la presenza femminile supera quella maschile, come le persone di una certa età superano di gran lunga i giovani e i ragazzi. Ci vorrebbero tanti Benigni per aprirci gli occhi su Maria, su questo capolavoro di bellezza che ha incantato persino il cuore di Dio.
Dostoevskij, nel suo romanzo "L'idiota", pone sulle labbra dell'ateo Ippolit questa do­manda al principe Myskin: "E' vero, principe, che voi diceste un giorno che il mondo lo salverà la bellezza? Signore - grido forte a tutti - il principe afferma che il mondo sarà salvato dalla bellezza... Quale bellezza salverà il mondo?". Nel romanzo la domanda non ha risposta, ma certamente non si riferisce ad una bellezza seducente, bensì ad una bellezza che controbilancia le brutture di questo mondo. Perché non pensare anche alla bellezza di Maria? Il Papa scende in campo con nel cuore questa convinzione e ha voluto riassumere il suo stile in due brevi parole che vediamo anche nel suo stemma: "Totus tuus", tutto tuo. Sono parole di un innamorato e sono parole che potrebbero far parte anche del nostro programma di vita, ricercatori della vera bellezza.


Dove troviamo la forza
(pubblicato il 26.4.2004)

di don Giuseppe Raimondi - parroco

Se il nostro cammino è sempre proiettato in avanti, come dicevo sull’ultimo bollettino, è allora necessitano chiederci dove troviamo la forza per andare avanti e soprattutto senza stancarci. Ognuno di noi va avanti. La ruota gira per tutti. Fermarsi non è possibile. Anche un anziano infatti guarda sempre in avanti, anche se il suo cuore è più propenso a ricordare gli avvenimenti passati. Solo la morte può fermare l’uomo che per natura tende a proiettarsi in avanti. Chi perde il senso dell’avvenire e il gusto del futuro, è perché c’è qualcosa che non gira più nella sua testa. 

PERCHE’ QUESTA TENSIONE
Come dicevo l’uomo è proiettato in avanti, tende al futuro, anche se con il passare degli ani vorrebbe fermare il tempo. E’ la sua natura umana in quanto predisposta ed aperta al divino, che lo induce a tendere al nuovo, al futuro, a ciò che verrà. Questa volontà di attesa è dentro il suo cuore. Ve la messa Dio stesso. E Dio non desidera altro che l’uomo viva questa sua caratteristica con animo sereno, consapevole che il suo proiettarsi in avanti tende ad una meta che ha la capacità di appagarlo pienamente.
Vivere questa tensione è allora un impegno. Fa parte della nostra personalità. Trascurarla o peggio soffocarla con atteggiamenti pessimistici, vuol dire non vivere in pienezza la propria realtà di uomini e di donne.

DA SOLA NON BASTA
Essere consapevoli che in noi c’è questa propensione in avanti, al futuro, è un dono, ma non è sufficiente per viverla nel modo giusto. Bisogna anche orientarla e sostenerla. Se l’uomo la trascura, e quindi non si impegna ad orientarla e a sostenerla, può cadere nel pericolo di correre invano e di affaticarsi inutilmente, e quindi di non realizzare la propria vita. E’ infatti l’ideale che portiamo nel cuore e per il quale ci si affatica, che fa sì che ci si possa dire pienamente realizzati, una volta raggiunto. Più alto sarà l’ideale, maggiormente sarà grande la realizzazione e di conseguenza la soddisfazione. Per noi credenti l’ideale, a cui tende inevitabilmente tutto il nostro essere, non è altro che il vivere in perfetta amicizia con Dio senza il pericolo di perderlo. E’ questa infatti la nostra tensione quotidiana, la nostra preoccupazione di ogni momento. Questa comunione noi già la viviamo, in quanto per il battesimo, siamo figli di Dio, cioè rivestiti della sua stessa vita. Ma la sua pienezza la raggiungeremo definitivamente un giorno. 

E’ IN DIO LA NOSTRA FORZA
Per vivere ogni giorno questa comunione e soprattutto per tendervi con tutto il nostro essere lungo i giorni della nostra vita, abbiamo bisogno di una forza particolare. E questa non può venire se non da Dio solo. Essendo lui ciò che noi cerchiamo, essendo la sua amicizia che renda bella la nostra vita, è da lui che riceviamo la forza per vivere  e tendere al nostro ideale. Il Signore infatti è la nostra forza, è il sostengo che ci dà la capacità di andare avanti anche nei momenti di buio e di difficoltà, nei momenti di gioia e di attesa. Il salmo del buon Pastore è la descrizione perfetta di questa nostro camminare in avanti sostenuti dal suo amore e dal suo vincastro. Con lui nel cuore non dobbiamo temere alcun male perché non gli mancano le forze per vincere ogni nostro nemico.

IL PROBLEMA DOVE STA?
Sta in noi. Nella nostra poca fiducia nell’abbandono a Dio visto come padre che ci conduce di giorno in giorno alla meta della nostra vita. Se fossimo maggiormente convinti che noi siamo cari a Dio e che tutto concorre al nostro vero bene, non dovremmo aver paura di abbandonarci al suo amore. E invece quanta paura! Come ci manca lo slancio incondizionato per realizzare questo abbandono tra le braccia amore di Dio. E con questa mancanza, noi corriamo il rischio di perdere tante cose belle che il Signore riserva per chi si rifugia in lui. Ne viene di conseguenza che le dolcezze di Dio non le gustiamo mai.
Impegnamoci allora a trovare in Dio la forza per vivere una seria vita di figli di Dio. Se la chiederemo con costanza e con fede, non mancherà di darcela. Allora scopriremo quanto sia bello essere cristiani e come è stupenda la vita qui terra che si concretizza nel tendere a crescere sempre di più in quella amicizia con Dio che ha il potere di riempire il  nostro cuore.


Sono in 1000 i giovani di 5. Fereolo dai 15 ai 30 anni
I giovani mi interessano !!!
(pubblicato il 18.4.2004)

di don Vincenzo Giavazzi

Non è una sparata effetto-shock anche se fa sempre un certo scalpore la lettura dei numeri statistici di una determinata realtà. Se da un lato non innesca mai grandi entusiasmi, dall'altro costringe a riflettere e a ricercare ragioni nuove e ulteriori - al di là dei numeri - per cui rimettersi in gioco, tenere alto l'ideale e la proposta di attenzione e di investimento a favore appunto della realtà in questione.
Pochi o tanti i giovani sono da sempre nella chiesa e nella società un soggetto sintomatico della situazione, ineludibile per le scelte, prezioso per l'oggi che prepara il domani.
In comunione, in sintonia e continuità con le consegne e l'impegno della Chiesa diocesana nell'anno pastorale in corso, anche la nostra comunità parrocchiale si è attivata con e per i giovani in una rinnovata ATTENZIONE E RIFLESSIONE che merita un progressivo coinvolgimento degli stessi e di una sempre più ampio numero di adulti.
Se i numeri, dicevamo, sono problema e risorsa insieme, dipende da che punto di vista li guardi. E' comunque assodato che ogni buona analisi e discernimento non possono limitarsi ad un osservatorio selettivo delle questioni; dunque occorre realisticamente prendere coscienza della situazione per quella che è, senza azzardare giudizi avventati o predisporre dall'alto strategie e progetti.
Mi sembra bello richiamare quello che si sta proponendo appunto come risposta alle aspettative espresse e corrisposte, anche da una minima parte dei giovani, per poi tentare di incamminarsi in nuovi passi coraggiosi e carichi di fiducia.
Nella comunità il centro propulsore delle iniziative rivolte ai giovani è da sempre l'Oratorio, nelle dimensioni che tradizionalmente lo caratterizzano come: luogo d'incontro e di relazione, come esperienza di formazione, spiritualità e servizio, come proposta di animazione e sport.
Credo sia in atto nella proposta dell'oratorio una progressiva apertura e interazione con le realtà più esterne all'ambito gustosamente ecclesiale, anche se molta è la strada ancora da percorre. In ogni caso non si può dire che la pastorale giovanile della nostra comunità sia per scelta auto referenziale e chiusa dentro schemi rigidi e preconfezionati.
In questi anni ho visto una grande mobilità di persone, di esperienze e di attenzioni. correndo a volte il rischio della precarietà e della improvvisazione, senza che comunque si sia intenzionalmente banalizzata e sminuita la tensione educativa di quanto proposto.
E' stato duro tener fede alle scelte di fondo nel tentativo, più o meno recepito, di offrire spazi ed eventi d'interesse, di scambio e partecipazione, di crescita per tutti.

Ora le cose stanno così.
Per la fascia giovanile dai 15 ai 25/30 anni con le necessarie differenziazioni, la comunità ha attivato l'itinerario della catechesi ordinaria per gli adolescenti, la proposta mensile del centro d'ascolto della Parola di Dio, un cammino a scadenza mensile di approfondimento catechistico e uno socio-culturale per giovani, un'esperienza embrionale di servizio dei giovani differenziato: nel dopo scuola parrocchiale, nel volontariato alla mensa dei poveri, nel supporto alla proposta formativa della catechesi e dell'Acr, nella partecipazione ai gruppi di animazione parrocchiale (gruppo ricreativo. Corale, redazione pagine oratorio). E pastorale giovanile a tutti gli effetti, ma purtroppo in una scarsissima presa ci coscienza della valenza educativa che potrebbe assolvere, la proposta sportiva dell'Oratorio che identifichiamo con il 650.
Non mancano le proiezioni dell'oratorio all'esterno soprattutto nella proposta capillare di partecipazione dei giovani alle iniziative diocesane e cittadine (ritiri, corsi, esercizi spirituali, veglie di preghiera, cammini associativi dell'azione cattolica). E' imminente un tempo intenso di protagonismo dei giovani a partire dalla giornata Mondiale della Gioventù che celebreremo il 3/4 aprile fino all'estate con il Grest e i campi scuola... Anche per questo sarà preoccupazione e impegno di tutti farsi promotori e portavoce a largo raggio, anche per i più distratti e indifferenti (qualche dato organizzativo è riportato all'ultima pagina di questo inserto). Verrebbe da dire che questo basta e avanza, per chi ha voglia di crescere e chi sceglie come genitore o diretto responsabile della propria esperienza cristiana, la comunità giovane nella grande comunità parrocchiale del nostro quartiere. Ma per non contraddirci con quanto detto sopra, sappiamo bene che non è solo questione di cose fa fare, di iniziative e percorsi, che rimangono pur sempre strumenti e mezzi.

Cosa ci manca?
Mancano i volti, i nomi più che i gruppi, gli adulti quanto i destinatari. Manca una rete più appassionata di relazioni durature, intenzionali, quotidiane fra giovani e adulti, fra preti e giovani, fra adolescenti e giovani... Fra genitori ed educatori, fra allenatori e sacerdoti e catechisti, ecc... Abbiamo anche, per colpa di ciascuno, troppo poco tempo di qualità per le persone e troppo tempo per le cose da fare. Anche il tempo della gratuità è troppo filtrato dalle esigenze soggettive. E' la lamentela di sempre, ma oggi più che mai su questa "sfida" ci giochiamo la credibilità e l'efficacia della comunità. L'incontro con i giovani e adolescenti così come sono: questa è la sfida, frastornati e annoiati insieme, generosi e indifferenti allo stesso tempo, capaci di grandi imprese e dimessi nel minimalismo nella stessa giornata... In un istante profondi e poco dopo miseramente superficiali e venali.
SONO SCENTRATI, DIRA' QUALCUNO... OPPURE SONO SEMPLICEMENTE GIOVANI PROMESSE DI UNA SANTITÀ POSSIBILE 0GGI, QUANTO E' VERO CHE DIO LI AMA INDISTINTAMENTE E PERSONALMENTE PER QUELLO CHE SONO E HA ISCRITTO NEL LORO CUORE UN GRANDE SOGNO DA CUSTODIRE, SVELARE E RENDERE VITALE E FECONDO NELLA STORIA DI CIASCUNO.
Non è una visione spiritualista o enfatica della vita, ma solamente un buon motivo affondato e radicato nella fede, che come credenti ci accomuna e chi chiama a responsabilità; e provato dalla vita quant'è vero che prima di loro c'eravamo noi, per dire qualcosa di più che I GIOVANI MI INTERESSANO!!!
MA DIRO' CHE I GIOVANI MI STANNO A CUORE COME DONO PREZIOSO E INSOSTITUIBILE.

 


Noi andiamo sempre avanti
(pubblicato il 4.4.2004)

di don Giuseppe Raimondi - parroco

Per la fede che portiamo nel cuore e per l’amore con il quale Dio Padre sostiene la nostra vita di tutti i giorni, noi non possiamo fermarci. Noi andiamo, anzi dobbiamo andare avanti sempre con nuovo slancio.

E QUESTO PERCHE’?
Oltre ad essere consapevoli, come tutti gli uomini, che la vita è bella e ha tante cose meravigliose da farci gustare, anche se spesso tutto è segnato da fatica e dolore, noi come cristiani, abbiamo una marcia in più. La fede infatti è quella sincera fiducia che ci porta all’abbandono a Dio come ad un vero Padre, e di conseguenza quell’amore che da questo rapporto scaturisce, invadendo i nostri cuori, ci da la forza per affrontare la battaglia della vita. Animati e sostenuti allora da tutto questo, noi possiamo guardare avanti con occhi sereni, con animo fiducioso, con la viva certezza che saremo sempre vincitori nei confronti di tutto il male che non solo ci circonda, ma che anche portiamo dentro di noi.

IL MALE CHE E’ ATTORNO A NOI
Se abbiamo soltanto un poco gli occhi aperti, noi vediamo attorno tanto male. Pensiamo ai furti dei quali sono vittime tanti anziani, alla violenza per far valere i propri capricci, pensiamo anche a quel male, che creando un certo paradiso, distrugge tanta nostra gioventù.
Oggi poi il male sembra aver assunto con estrema facilità proporzioni impensabili qualche decennio fa. Quanti paesi sono da anni in guerra. Oggi in modo particolare c’è un male che lascia sempre sospettosi e timorosi appena si esce di casa.. Pensiamo agli attentati terroristici.

IL MALE CHE PORTIAMO DENTRO
E che dire di quel male che portiamo dentro di noi e che con il passare degli anni sembra sorgere in modo inspiegabile ad ogni momento e ad ogni età?
Ogni giorno scopriamo mali che non avremmo mai pensato che esistessero. E questi mali alcune volte si impossessano di noi senza nessun preavviso.
Oltre a questi mali fisici, ci sono quelli che toccano la mente e lo spirito. Oggi infatti incontriamo con grande facilità ammalati di depressione. Se ne vedono e si ne incontrano ovunque.
E che dire di quelli malati nello spirito? Cioè quelli che sono scoraggiati, sfiduciati che non hanno più slancio e non trovano più nessun motivo per affrontare la battaglia della vita? Anche qui, ce ne sono molti, anche se agli occhi di chi li vede sembrano i padroni della vita.

NONOSTANTE TUTTO QUESTO….
Anche in mezzo a questi mali, noi andiamo avanti, anzi è nostro dovere andare avanti con slancio e con sempre nuova forza. Troviamo tutto questo nella fede e nell’amore al Signore. Lui ha già vinto tutto il male. Anche quello fisico.
La sua risurrezione è la fonte della nostra speranza. Con lui risorto noi abbiamo ferma certezza che tutto ha uno scopo, che l’umanità va verso una meta gloriosa, che la morte non è la fine di tutto.
Se queste convinzioni ci danno tanta serenità, dobbiamo dire anche che in Cristo risorto abbiamo quella forza necessaria per conseguire la meta della nostra vita personale e comunitaria. I sacramenti ci rendono partecipi della stessa forza di Dio.

UOMINI E DONNE DI SPERANZA
Il cristiano trovando in Cristo risorto il senso della vita e la forza per affrontarla nonostante le sue vicissitudini, deve essere un segno di speranza per chi incontra, per l’umanità intera. Il mondo pur con le sue tecniche e le sue scoperte, non può darsi nessuna grande speranza. Al di la di ogni trovata, che può affascinare e far sorgere sogni per un avvenire migliore, non potrà mai vincere la morte. Questa è stata vinta solo da Cristo e la potranno vincere soltanto coloro che si lasciano raggiungere e rinnovare dal suo amore.
Carissimi, abbandoniamoci al Signore, lasciamo che il suo amore si prenda e ci possegga, vedremo fiorire sempre in noi la vita.
E’ il mio augurio pasquale e perché questo avvenga prego sempre per voi e in particolare per tutti coloro che soffrono e piangono.


Dalla morte alla vita
(pubblicato il 4.4.2004)

di don Virginio Andena

Quando una persona conclude la partita terrena, la cosa più significativa è il suo sepolcro che conserva il corpo in decomposizione o il suo vasetto che contiene le ceneri dopo la cremazione. Manca poco che, al termine di un funerale, qualcuno ripeta il finale dei "Pagliacci": signori, la commedia è finita!
Si può costruire una tomba faraonica o allineare i resti come nel cimitero militare di Redipuglia o chiudere con una piccola lapide il loculo nei nostri cimiteri. E' questa una parola che entra con facilità nel nostro lessico e ogni tanto vale la pena ricordare il suo significato etimologico derivante dalla lingua greca: cimitero significa dormitorio. Da dove proviene questa trovata che ha il sapore del sogno, dell'illusione, della favola? Non ci crederete, ma questa storia ha le radici in Gesù di Nazaret.
Di lui si parla molto in questi giorni anche per il film "La passione di Cristo" del regista americano Mel Gibson che in questo mese di aprile arriverà anche in Italia. Ebbene, è successa una cosa che ha dell'incredibile: Gesù di Nazaret, tre giorni dopo la sua sepoltura, ha ripreso a vivere, si è risvegliato dalla morte, ha lasciato il sepolcro vuoto.
Se un bel giorno il corpo imbalsamato di Lenin, sepolto nel mausoleo sulla Piazza Rossa di Mosca, non si ritrovasse più, non ci sarebbe da consumare tanto fosforo; se il cadavere non c'è più, qualcuno l'ha trafugato (non sarebbe il primo caso).
E' interessante leggere le ultime pagine del quarto Vangelo che riferiscono il risveglio di Cristo nella tomba. A Pasqua e nei 50 giorni seguenti, la liturgia non fa altro che parlare di Gesù che, dopo la morte, riappare non come un fantasma, bensì con tutta la sua realtà corporale. San Paolo ribadisce: se Gesù non fosse risorto, vana sarebbe la nostra fede. E' così che noi cristiani celebriamo la Pasqua in sintonia con la natura che sta passando dal rigore invernale al risveglio della primavera. Ecco il significato della Pasqua che andremo a celebrare in questo mese di aprile: Gesù è risorto!
Allora due conclusioni si fanno avanti: la prima riguarda direttamente Gesù che riteniamo figlio di Dio e che è affidabile non solo per quello che ha detto e per i miracoli che ha compiuto, ma soprattutto per aver vinto la morte.
Seconda conclusione che interessa tutta la storia umana, anche quella inquinata dal terrorismo e da tutte le vecchie e nuove forme di egoismo: l'ultima parola sulla storia la dirà Gesù e sarà la parola di risurrezione non perché ha in mano una poderosa bacchetta magica, ma perché volterà pagina e, riuscendo a scrivere diritto sulle nostre righe storte.
Gesù comunicherà anche a noi la forza della sua Risurrezione e ci saranno cicli nuovi e terra nuova. Cos'è questa? Una frase ad effetto per concludere un articolo sulla Pasqua? Assolutamente no, come si usa dire oggi: è l'amore di Dio che dal "Ricordati che sei polvere" passa (Pasqua significa passaggio) a garantirci "la vita del mondo che verrà".
 


Percorso di Quaresima
(pubblicato l'1.3.2004)

di don Virginio Andena

La primavera è una partita che si gioca in due tempi: primo tempo, il carnevale con tutte le sue straordinarie manifestazioni folkloristiche all'insegna del divertimento; secondo tempo, la quaresima con il suo insistente richiamo alla preghiera, alla penitenza e all'attenzione verso i bisognosi, dopo aver imposto le ceneri. Una volta questa preparazione alla Pasqua sembrava avere un senso, ma che significato può avere la quaresima in questo terzo millennio? Probabilmente resta la parola sul vocabolario, l'intelaiatura come ricordo di un passato che con tutta probabilità non farà ritorno.
Per chi è disposto a non rottamare la quaresima, il Papa ha inviato un messaggio che può aiutare nella preparazione alla Pasqua. Senza per nulla cedere al sentimentalismo, il Papa richiama un invito di Gesù riportato da Matteo nel capitolo 18 del suo Vangelo: "Chi accoglie anche solo uno di questi piccoli nel mio nome, accoglie me". In definitiva, ai credenti il Papa presenta la quaresima come utile occasione per dedicare maggior cura ai bambini, nel proprio ambiente familiare e sociale: essi sono il futuro dell'umanità. Non è bene chiudere gli occhi di fronte ad alcuno dei drammi che stanno diventano preoccupati: milioni di bambini colpiti dall'Aids, bambini feriti profondamente dalla violenza e dall'egoismo degli adulti: chi non ha presente i bambini segnati per sempre dalla disgregazione familiare? Non è retorica l'esortazione ad esaminare come sono trattati i bambini nelle nostre famiglie, nella società civile e nella Chiesa. Tra l'altro Gesù amò i bambini e li predilesse per la loro semplicità e gioia di vivere, per la loro spontaneità e la loro fede piena di stupore.
Allora conviene inserire nel percorso quaresimale una maggior attenzione ai bambini, sulla scia anche dell'antica legge romana che imponeva "puero debetur reverentia": al piccolo si deve rispetto! Se io sto bene e se ho avuto una infanzia serena, non posso sbrigarmela con un bel grazie al buon Dio e lasciare che gli altri meno fortunati si arrangino. c'è il telefono azzurro, l'adozione a distanza, l'accoglienza dei nipoti, l'educazione del cuore, l'attenzione ai disabili e ai soli, il contributo all'oratorio, alla socializzazione, il sostegno a qualche opera missionaria che si occupa di bambini... Questa apertura ai bambini non è stagionale, ma nella prossima quaresima siamo invitati a fare qualcosa di più per loro, in modo da rendere più visibile la nostra fede, da dare un senso più concreto alla quaresima stessa, da presentare a Dio un atto d'amore che gli e gradito, da essere illuminati dalla speranza che proviene dalla Pasqua.
Qui trovi le proposte per la Quaresima 2004.


19 Marzo: Festa dei papà
(pubblicato l'1.3.2004)

di Luigi Cornaggia

Che bella data! Ma siamo sicuri di dare ancora il vero significato che riveste la parola papà nella vita di tutti i giorni e nel quotidiano?
Una domanda difficile, una domanda certamente impegnativa ma al tempo stesso una domanda alla quale un papà non può sfuggire.
In un mondo che, lo dicono tutti, cambia sempre in modo repentino che segue mode e “slogan” trasmessi dai media che invadono le nostre case ed i nostri ambienti, come riesce un papà ad essere ancora presente affinché la sua parola, il suo modo di operare possa rappresentare per i propri figli una guida trasparente, limpida e sincera?
Una risposta viene immediata: con l’esempio. L’esempio rivolto ai figli in una conduzione di vita nella quale, aldilà dei facili suggerimenti fuorvianti provenienti da qualsiasi parte, possano emergere i “veri” valori della vita, i “veri” principi della vita.
Quei valori, quei principi che sono propri di una vita cristiana, di una vita all’insegna della parola di Dio. Quei valori e quei principi che non muoiono mai e che devono essere al di sopra di ogni moda e di ogni facile slogan.
Certamente non è facile ma non crediamo che i nostri figli, come sento spesso definire, siano dei superficiali, delle persone facili a cambiare idea e modo di comportarsi, non creiamoci facili alibi per giustificare gli atteggiamenti. Essere papà oggi e fare il genitore per il bene dei figli e per la loro sana crescita, è forse più difficile rispetto a qualche anno or sono dove non c’erano i tanti messaggi che oggi provengono dall’esterno, ma rispetto a prima forse dobbiamo agire con ragazzi e ragazze che hanno maggiori conoscenze, che hanno orizzonti più aperti.
Ma tutto questo non deve essere visto come un fatto negativo. La miglior conoscenza da parte dei nostri figli per quello che li circonda, deve maggiormente essere motivo di confronto, di colloquio e soprattutto di presenza di un papà.
La presenza diventa fondamentale. Un figlio, una figlia devono sentire il loro papà che sia distolto dagli impegni, sia pure importanti, del lavoro, un papà che abbia il tempo di capire e di ascoltare i loro problemi. Un papà che sappia anche dire in modo fermo un “no” ad un proprio figlio, al momento per il figlio stesso può risultare un elemento di “ostacolo” ma se si è gettato nel quotidiano un pò di “sale” rappresentato dal dialogo e dal rispetto comune, in poco tempo il figlio arriva a capire da solo quanto sia stato importante quel “no” e si convince che in fondo quell'"ostacolo" di quel momento non era altro che un “suggerimento” per crescere.
Diventa troppo importante quel momento del dialogo che forse la vita quotidiana ha tolto. Quel dialogo tra il papà ed il figlio o la figlia affinché non si possa giungere a conclusioni come spesso si sentono “mio figlio, non lo capisco più”.
Quando si arriva a fare questa affermazione non è tardi ma un papà è certamente in un momento dove deve riflettere, dove deve porsi delle domande e dove deve darsi delle priorità nel suo quotidiano che prima forse non aveva ritenuto importanti. Papà, è la parola che quando i nostri figli e le nostre figlie esprimono per la prima volta nella loro vita, ci da emozione, forza e grosso amore per quella piccola creatura che sta crescendo. Tuttavia dovrebbe esprimere anche quel senso di grossa responsabilità perché dietro a quella parola così piccola in termini di lettere ci sta un grosso significato che non si deve mai dimenticare; perché quel figlio, quella figlia lo si è voluto o voluta e con la grazia e l’aiuto di Dio un papà ha il dovere e soprattutto il piacere di farlo crescere rappresentando per lui o per lei una guida, un esempio di vita fatta di generosità, trasparenza ed amore per la vita stessa.