archivio - 2' semestre 2004

 

Un anno che va, un anno che viene
(pubblicato il 26.12.2004)

di don Virginio Andena

Senza conoscere la lingua spagnola, risulta facile comprendere il ritornello di una canzone mariana di quella terra: "Buena es la que va, major es la que viene". Se nella canzone le parole si applicano all'ora, alla giornata, credo di poterle usare anche per quella manciata di 365 giorni che formano la raccolta di un intero anno. "Buona fine e miglior principio", dice il tradizionale augurio dalle nostre parti.
Stendo un pietoso velo sulla stupidità e sul cattivo gusto che si scatena selvaggio ogni volta che si lascia un anno e si entra in un anno nuovo. Senza cedere al vezzo di fare del moralismo, oso richiamare l'attenzione sulla preziosità del tempo, di un intero anno, di ogni attimo presente. Un altro anno si sta spegnendo ed avanza il 2005. Anche se la divisione degli anni è convenzionale, giunti al 31 dicembre è facile avvertire un taglio, una fine, una sorta di addio. Ci sono tanti modi per avvertire questo passaggio. C'è l'elefante che partecipa al veglione e il giorno dopo, il primo giorno dell'anno nuovo, è conciato così male da dover restare a letto. C'è il cane che si è adoperato per gli scoppi tribali e non gli resta da riferire che la festa è finita all'alba. C'è il gallo che si è tinto le penne di colar rosso (ritenuto il colore ben augurante) e si è procurato uno di quei calendari corredati da 12 fotografie di gallinelle starnazzanti. Chiedo scusa agli animali tirati in ballo: è un genere letterario che nasconde la fisarmonica degli aggettivi negativi che accompagnano l'homo sapiens in questo delicato passaggio da un anno ad un altro. Intendo dire che il dono del tempo merita più attenzione, più apprezzamento e naturalmente un elementare senso di gratitudine non al supera mento che l'ha offerto con la formula del "prendi due, paghi uno", ma al Dio datare della vita, quella vita che un comico italiano ha ribadito nel film "La vita è bella", quella vita per la quale ho trovato una preghiera che vorrei fare mia e vorrei fosse apprezzata anche dai lettori del Bollettino: "Signore, fammi sempre parlare come fosse l'ultima parola che dico; fammi agire sempre come fosse l'ultima azione che faccio; fammi soffrire sempre come fosse l'ultima sofferenza che ho da offrirti; fammi pregare sempre come fosse l'ultima possibilità di colloquiare con te".
Oltre alle Suore del Carmelo, immerse ogni giorno nella palestra della preghiera, è possibile avvertire la bellezza del rapporto con Dio anche a coloro che abitano in un condominio o che frequentano la scuola o che sono in pensione o alle prese con un lavoro poco gratificante.
Allora, come sarà questo nuovo anno? La fotocopia del precedente, la brutta copia di quello messo in archivio, l'edizione speciale e corretta dell'anno che se ne è andato...
Ti prego, non aggrapparti al caso, alla fortuna, alle stelle. Pensa invece che dipende da te. Buon Anno!


Tutti abbiamo bisogno di Lui
(pubblicato il 18.12.2004)

di don Giuseppe Raimondi - parroco

Tra qualche giorno è Natale. Un nuovo Natale. Ma come sarà questo nuovo Natale? Una cosa è certa: il Signore viene, non dobbiamo temere. E la sua venuta è per il nostro bene, per il nostro vero bene. E’ l’amore che nutre per noi che lo spinge a venire con sempre nuove grazie e benedizioni.
Sì, carissimi, il Signore viene solo per amore. Non ha infatti bisogno di noi: Lui ha tutto. E’ il creatore del mondo. Non viene solo per alcuni: viene per tutti. Non fa preferenze di persone. Si fa capire da tutti: i poveri e gli ultimi sono infatti i suoi più stretti amici, coloro che maggiormente lo comprendono. Sa tutto di noi: conosce ciò che c’è nel cuore di ogni uomo e di ogni donna. Poiché la sua venuta è per puro amore, non giudica e non condanna nessuno. Comprende e capisce ciò che ogni uomo ha nel cuore.
Se non venisse per amore, per puro amore, noi non l’avremmo in mezzo a noi. Sono infatti molte le nostre povertà, numerosissimi i nostri peccati. Nonostante tutto questo, lui viene sempre.
Di fronte a tale amore non possiamo far altro che aprirgli il cuore e lasciarci amare. Lui infatti vuole amarci perché sa che solo con il suo amore nel cuore, solo se il suo amore prende la nostra esistenza, la nostra vita si realizza pienamente. Siamo stati creati per essere amati e per amare. E noi potremo amarlo e amare i fratelli solo se prima ci lasceremo amare dal Lui. Il suo amore dentro la nostra vita è infatti determinante per poter condurre un’esistenza all’insegna dell’amore. E questo suo amore viene prima di noi, è dall’eternità. Ci è vicino, anche se non lo vediamo. Fa i nostri passi, infatti ci segue ovunque andiamo. Se restiamo sordi ai suoi richiami, lui aspetta, non si stanca di aspettare. Se gli chiudiamo il cuore, Lui non si arrende, prende un’altra vita per potervi entrare. Se lo rinneghiamo, lui rimane sempre fedele, perché è puro amore. Il nostro nome infatti è scritto sul palmo delle sue mani.
Se alla sua venuta e ai suoi richiami, noi gli apriamo con gioia il cuore, allora Lui non solo ci comunica il suo amore, ma fa del nostro cuore la sua casa, la sua dimora per farci gustare le dolcezze del sua presenza. La bellezza della nostra vita sta infatti tutta qui: lasciarci liberamente amare dal Signore. Il paradiso non sarà altro che questo. Non dobbiamo allora temere che l’amore del Signore ci possieda. Non ci toglie nulla, non fa il nostro male, non ci ostacola la vera gioia che bramiamo, non distrugge il bello che sogniamo, non accorcia la vita che desideriamo vivere lungamente. Lui infatti non è invidioso di ciò che il nostro cuore e tutto il nostro essere aspira e desidera di bello, di bene e di giusto.
Vi auguro insieme agli altri sacerdoti della parrocchia, di vivere un felice Natale e nel viverlo di cercare di fare questa esperienza dell’amore del Signore. Quel bambino Gesù che tra qualche giorno vedremo nel presepe, è veramente il Figlio di Dio venuto nel mondo per ciascuno di noi, per ogni singola famiglia, per l’umanità intera. Come vorrei allora che questo Bambino Gesù toccasse i cuori dei nostri giovani, così assetati di vita e di amore. Ma anche il cuore dei nostri anziani che spesso dopo aver vissuto un’esistenza donata interamente ai figli, si trovano non solo nella solitudine, ma anche senza quel calore segnato dalla comprensione e dall’amore. Voglia quel Bambino Gesù essere presente anche nelle famiglie, in modo particolare in quelle giovani, perché comprendano che se anche hanno tutto o quasi, ma se manca loro il suo amore, sono veramente povere.
E voi abbiate presso quel Bambino Gesù un pensiero anche per i vostri sacerdoti. Chiedetegli di sostenerci nel lavorare a favore della vostra fede, di darci pazienza nell’ascoltarvi e sollecitudine nel servizio, apertura del cuore a tutti senza mai tralasciare nessuno.
Il Signore che non si stanca mai di venire in mezzo a noi, ci trovi allora tutti vigilanti e accoglienti affinché con il suo amore nel cuore possiamo guardare avanti con serenità e tanta speranza.


Una comunità che vuole servire
(pubblicato il 28.11.2004)

di don Giuseppe Raimondi - parroco

Non mi stancherò mai di dire che la parrocchia è a servizio. Con questo non voglio dire che è una stazione di servizi, ma che la sua natura e quella di essere in pieno servizio a favore dell’uomo e di ogni uomo sia esso piccolo o adulto, sia malato o sano, giovane pimpante o portatore di handicap.
Chi la pone in questo atteggiamento di servizio è il Signore stesso quando ha posto la sua Chiesa nel mondo perché ogni uomo trovi e accolga la sospirata salvezza. E noi, come sempre, vogliamo essere obbedienti al suo comando per non correre invano.
Ma quale servizio? La risposta ci viene ancora dal Signore: annunciare il Vangelo e comunicare la grazia del Signore risorto mediante i sacramenti. E’ questo infatti il primo e fondamentale servizio di una parrocchia. Essa esiste per evangelizzare affinché i figli degli uomini diventino a loro volta figli di Dio.
E noi abbiamo fatto nostro questo comando del Signore. Da diversi anni la nostra parrocchia è impegnata nell’evangelizzazione del quartiere. Questo sforzo ci ha spinti a suddividere il quartiere in zone pastorali, ha costituire dei responsabili di zona, ad essere sempre più vicini alle case dei sanfereolini con le celebrazioni e promuovendo incontri. Nel mese di giugno di questo anno abbiamo infatti vissuto una settimana praticare durante la quale abbiamo dato il ben venuto alle famiglie della nuova zona in via S. Fereolo, via Marchi, via Catenago, via Cosway, via Tortini. Questo fondamentale servizio lo svolgiamo con tutte le nostre forze promuovendo i centri di ascolto, la scuola di Bibbia, e con l’essere disponibili ad ascoltare e sostenere ogni opera di bene.
Anche lo sporto è un servizio alla persona. Lo abbiamo detto molto bene in occasione dell’inaugurazione del “PALASANFEREOLO”. Noi ci impegniamo nello sport non per fare un qualcosa, non per portare qualcuno in squadre di serie A, ma perché i bambini, i ragazzi, gli adolescenti e giovani sviluppino tutte le loro qualità fisiche per essere anche nel loro corpo persone armoniose in profonda sintonia con i valori spirituali. La fatica che abbiamo fatto per completare l’area sportiva che abbiamo in zona Robadello non ha nessun altro scopo se non si servire l’umano che ciascuna creatura che nasce a questo mondo, porta nella propria carne. Possiamo allora dire che anche lo sport è un servizio che la parrocchia svolge come veicolo ai valori cristiani.
Se il nostro intento è quello del servire, dobbiamo però dire subito che non sempre il servizio è perfetto. Siamo consapevoli delle nostre povertà sia per quanto riguarda l’evangelizzazione sia per lo sport. Tutto però facciamo con amore e passione, gratuitamente e per tutti. La perfezione non esiste sulla terra. Esiste solo presso il Signore e nella vita eterna. Con questo diciamo anche che non ci scoraggiamo quando ci fanno vedere alcune povertà. L’intento di fare le cose per bene esiste nei nostri cuori e per questo ci diamo da fare. Siamo però sicuri che il Signore vedendo la nostra buona volontà di servire, completerà ciò che manca ai nostri sforzi.
Come abbiamo già fatto altre volte e come si può vedere in altre pagine di questo bollettino, noi attendiamo sempre persone generose che vogliamo mettersi al nostro fianco per meglio servire questa nostra parrocchia. Più servi saremo, maggiormente serviremo anche il quartiere. Alle tante parole e alle numerose promesse che ogni giorno sentiamo, noi vogliamo rispondere con i fatti. Impegnandoci nel volontariato non solo faremo cose belle, ma anche la nostra vita troverà un significato migliore.


Un anno per aprire gli occhi
(pubblicato il 6.11.2004)

di don Virginio Andena

C'è chi è interessato all'andamento della borsa, c'è chi è attento ai risultati della sua squadra, c'è chi è attirato dalle sfilate di moda, c'è chi è appassionato alla casa del grande fratello...
Il Papa ricorda ad un cristiano che non è un vero cristiano se non ha il polo di attrazione che è l'Eucaristia. Potrebbe sembrare una esagerazione perché è piuttosto diffusa la coscienza di ritenersi cristiani senza troppo ricorrere all'Eucaristia che risulta valida per i bambini della prima comunione e per i vecchi che nell'ultimo capitolo della loro avventura ripescano la messa domenicale celebrata nella casa di riposo.
Domenica 17 ottobre il Papa ha indetto l'Anno dell'Eucaristia e per l'occasione ha scritto una lettera apostolica Resta con noi, Signore che fa seguito all'enciclica La Chiesa vive dell'Eucaristia, scritta nell'aprile dello scorso anno. Lasciandosi guidare dall'esperienza dei due discepoli di Emmaus, il Papa, con tutta la forza della sua convinzione, ripete una verità che da duemila anni fa parte del patrimonio della Chiesa: l'Eucaristia è il centro della vita della Chiesa! La cosa risulta semplice se si ritiene che l'Eucaristia non è una cosa (chiedo scusa per la ripetizione) ma una persona, una persona viva, presente sotto le specie del pane: è Gesù! E dire Gesù è dire il fine della storia umana, il punto focale dei desideri della storia e della civiltà, il centro del genere umano, la gioia di ogni cuore, la pienezza delle loro aspirazioni.
Un anno per riflettere sul dono di questa presenza misteriosa ma reale. Un anno per meglio accorgersi che il cielo è anche sulla terra. Un anno per meglio verificare l'efficacia della messa domenicale. Un anno per sperimentare la partecipazione di Gesù Eucaristia alla nostra vita quotidiana. In conclusione il Papa si augura che l'anno dell'Eucaristia sia per tutti occasione preziosa per una rinnovata consapevolezza del tesoro incomparabile che Cristo ha affidato alla sua Chiesa. Sia stimolo ad una sua celebrazione più viva e sentita, dalla quale scaturisca un'esistenza cristiana trasformata dall'amore. Dice ancora il Papa che se il frutto di questo anno fosse anche soltanto quello di ravvivare in tutte le comunità cristiane la celebrazione della Messa domenicale e di incrementare l'adorazione eucaristica fuori dalla Messa, questo anno di grazia avrebbe conseguito un risultato significativo.
All'inizio del terzo millennio, il Papa aveva detto: «Non una formula ci salverà, ma una Persona». Allora si può continuare ad interessarsi della borsa, della squadra, della moda, persino dell'isola dei famosi, ma un cristiano ha in mano un tesoro incredibile: l'Eucaristia da celebrare, da adorare, da contemplare.
Nella graduatoria dei miei interessi, che posto occupa l'Eucaristia? Non può essere il fanalino di coda della mia settimana o di un intero anno.


Sono arrivati a casa
(pubblicato il 2.11.2004)

di don Giuseppe Raimondi - parroco

In questi giorni abbiamo vissuto due ricorrenze molte significative: la festa di tutti i santi e la commemorazione dei defunti. In realtà è un’unica ricorrenza. Ricordiamo infatti tutti quei nostri fratelli e sorelle che sono ormai al di là di questo mondo. I santi sono coloro che sono arrivati definitivamente a casa, cioè in paradiso. Quelli che chiamiamo “morti”, è lo sono anche coloro che chiamiamo santi, sono quelli che sono ancora, come insegna la Chiesa, in attesa di essere accolti tra le braccia amorose del Padre celeste e quindi hanno bisogno di preghiere per accedere alla meta.
Ricordare sia questi che gli altri nostri fratelli, è per noi che siamo ancora in camino sulle strade di questo mondo, un’occasione per riflettere sul traguardo della nostra vita.
Anche se può dar fastidio e far sorgere dei sorrisi inutili, noi per fede riteniamo che la vita dell’uomo ha una meta ben precisa: il paradiso. Questo traguardo non l’abbiamo inventato noi per consolarci nelle nostre pene, non è il dolcetto per mantenerci buoni in mezzo alle tentazioni che vogliono strumentalizzare la vita, non è neppure il timore per non nutrire velleità irrealizzabili. E’ stato lo stesso Gesù ad insegnarci che verrà di nuovo sulle nubi del cielo per raccogliere tutta l’umanità e introdurla nella comunione della Trinità.
Se questo è vero, come appunto è vero, noi non camminiamo nel vuoto, noi non siamo dei vagabondi, ma abbiamo per dono di Dio una meta ben precisa, un traguardo concreto da raggiungere.
Ecco la nostra meta, ecco il nostro traguardo. Non l’abbiamo costruito noi, ma è puro dono dell’amore di Dio. E’ la nostra casa per la quale siamo stati creati. Avendola poi smarrita a causa del peccato originale, siamo stati riammessi per il sangue di Cristo. Raggiunta questa meta noi avremo pace e serenità, godremo la vita senza paura di morte, esulteremo di gioia senza ombra di dolore. Soprattutto saremo raggiunti nel più profondo di noi stessi dall’amore della stessa Trinità. Un amore che ora non possiamo neppure immaginare, ma che solo un Dio d’amore può offrire gratuitamente a tutti. Arrivati finalmente a casa, il nostro cuore sarà pienamente soddisfatto, esulteremo di gioia perché vedremo Dio a faccia a faccia. Ciò che abbiamo desiderato in bene per tutta la vita, là lo avremo pienamente senza nessun timore di perderlo.
Carissimi, io non finirei mai di parlare di questa meta. Sono infatti più che mai convinto, per fede, che solo allora sarò felice, vivrò pienamente, possiederò la gioia più grande e profonda. Pur avendo queste convinzioni, amo la vita che sto vivendo qui con voi, nulla faccio per anticipare quella meta. Il pensiero di essere in camminato verso questa meta mi da tanta forza per vivere e faticare per voi e per il Signore.
Sono i santi. Non sono persone speciali come qualcuno pensa. E’ questo un modo spagliato di considerarli che si trova molto spesso presso la gente comune. Tra i santi che ben conosciamo perché li vediamo sugli altari, noi dobbiamo però mettere anche tutti quei nostri fratelli e sorelle che non hanno una nicchia con davanti dei ceri, ma che tuttavia sono santi presso il Signore, cioè in paradiso. Penso allora a tanti uomini e donne che dopo aver vissuto tra noi, e poi morti nell’amore del Signore, hanno attraversato la grande purificazione. Ora esultano presso il Signore. E noi li riteniamo santi tra i santi. Hanno raggiunto la meta della loro vita e ora ci aspettano per gioire insieme. Si tratta una grande e infinita moltitudine. Ce lo dice la Bibbia.
Per questi nostri fratelli non sono più necessarie le nostre preghiere per la loro purificazione: sono santi. Ad essi dobbiamo chiedere invece, con le nostre preghiere, di aiutarci ad arrivare anche noi a casa.
Anche i santi sono morti. Però quando diciamo “i nostri morti” intendiamo in modo particolare quelli che hanno bisogno delle nostre preghiere per essere ammessi alla casa del Padre. Sono quelli, come insegna la Chiesa, che sono in purgatorio in attesa della loro purificazione. Questi hanno veramente bisogno della nostra preghiera e della nostre opere di carità. Sono infatti queste che permettono loro di salire verso il paradiso e di essere ammessi alla visione di Dio. I fiori e i ceri, pur essendo cose buone, non danno niente ai nostri cari. Spesso soddisfano il nostro orgoglio e la nostra volontà di essere giudicati bene dai vivi. I nostri morti implorano preghiere, Messe, sacramenti e opere di carità in loro favore. Stiamo attenti a non tralasciare ciò che è maggiormente necessario per i nostri cari e che desiderano grandemente da noi.
Se abbiamo un po’ di fede, celebrando queste giornate, veniamo a scoprire che noi, in forza della nostra fede in Cristo, siamo una grande famiglia. Noi siamo ancora pellegrini sulle strade di questo mondo, i nostri defunti sono in attesa di entrare nel regno della vita, i santi sono invece coloro che sono arrivati a casa. Tutti insieme formiamo una sola famiglia: la famiglia di Dio. E questa meravigliosa realtà, noi la viviamo nei prossimi giorni. Infatti la nostra Chiesa, proprio come una vera madre, ci fa ricordare prima tutti i santi e poi i nostri defunti che implorano da noi preghiere e suppliche.
Carissimi gioiamo di appartenere a questa famiglia. Noi abbiamo un meraviglioso destino: il paradiso. Mentre abbiamo tempo viviamo il dono della fede, impegnamoci nelle opere di carità. Presto o tardi verrà anche per noi il momento di far ritorno a casa. Beati noi se saremo pronti. Il Signore stesso ci farà mettere alla sua tavola e passerà accanto a ciascuno di noi e ci servirà lui stesso. Sarà gioia immensa e finalmente vedremo il suo volto, e questo non solo per qualche istante, ma per sempre.


Lavori in corso
(pubblicato il 17.10.2004)

Chi è passato accanto al nostro centro sportivo ha potuto vedere come tutto procede bene. I lavori per la palestra sono terminati. Il telone è stato rinnovato, i muri di cinta, costruiti appositamente per contenere i rumori, sono terminati. Il pavimento è stato interamente rimesso a nuovo. I lavori per gli spogliatoi procedono speditamente. Speriamo di vederli quanto prima conclusi.
Al passante che guarda, ma soprattutto chi vi entra, può constatare che questa prima parte del complesso sportivo della parrocchia sta diventando non solo bello a vedersi, ma soprattutto funzionale e ben articolato. Quando poi saranno terminati tutti gli altri lavori per i vecchi spogliatoi, in quanto saranno ampliati e messi a norma, il centro sportivo parrocchiale diventerà un fiore all’occhiello della comunità. Guardando il progetto sulla carta non ci si rendeva conto del grande spazio e dell’armonia dei locali. Ora che si possono vedere e visitare ci si rende conto che non manca nulla: c’è tutto dai semplici spogliatoi per i giocatori a quello per l’arbitro, alla sala medica e i servizi per i disabili.
Lo abbiamo già detto, ma non si sbaglia mai a ripeterlo. Questi lavori sono stati voluti per mettere a norma i locali esistenti e per creare un maggior ordine tra ragazzi e ragazze che vivono contemporaneamente lo sport nel nostro oratorio.
Non fossero stati veramente necessari, lo diciamo sinceramente, non ci saremmo sobbarcati questa spesa. La loro utilità la conoscono molto bene i nostri dirigenti sportivi, ma anche noi sacerdoti che abbiamo a cuore non solo lo sport, ma anche un certo ordine e riservatezza tra ragazzi e ragazze.
Alla necessità corrisponde l’impegno. Si tratta dell’impegno di non far mancare nulla per il buon svolgimento dell’attività sportiva oratoriana. Oggi così richiesta, e domani ancor maggiormente sollecitata dalle nuove generazioni. Infatti lo sport e la ginnastica stanno diventando una necessità per lo sviluppo fisico sia dei ragazzi che degli adulti. E noi vogliamo che non manchi nulla al nostro impegno educativo umano e cristiano della gioventù di S. Fereolo. Ci auguriamo, anche qui, che i fedeli comprendano che la nuova fatica è per il bene delle nuove generazioni e, voglia il cielo che sia anche un’occasione per avvicinare e incontrare sempre più coloro che sono le speranze e il futuro della Chiesa e della società.
Non basta vedere con soddisfazione che i lavoro procedono bene e che tra poco constateremo con gioia i risultati. E’ necessario anche trovare i fondi per coprire tutte le spese. E’ vero abbiamo fatto un mutuo. Ma anche questo va pagato. Nessuno da saldi gratuitamente.
Dove allora puntano i nostri sforzi? In primo luogo attendiamo la generosità di chi ha compreso la necessità dei lavori e mossi dalla fiducia nella comunità parrocchiale, vorrà contribuire con la loro libera offerta. Ognuno può donare quanto la provvidenza gli suggerisce.
In secondo luogo è partita una sottoscrizione a premi a favore di questi lavori. Si tratta, come si sul dire, di una lotteria. Anche qui, speriamo che i biglietti non siano soltanto stampati, ma anche venduti. Se ogni famiglia che porta il proprio figlio/a all’attività sportiva del S. Fereolo, si preoccupasse di comperarli o anche a rendersi disponibile a vendere qualche blocchetto di biglietti, noi potremmo avere una buona entrata. Non solo, ma li sentiremmo vicini e l’opera sarebbe frutto di tutti.
C’è un terzo modo per aiutare finanziarmene l’opera che abbiamo intrapreso. E’ una modalità sorta spontaneamente da parte di qualche persona della parrocchia. Ci è stato detto infatti che desiderano versare un contributo consistente perché si dedichi uno spogliatoio a una persona loro cara. E di spogliatoi ce ne sono quattro: due grandi e due piccoli. L’importo indicativo ci verrà dato dall’impresa che sta conducendo i lavori.
Questo tipo di proposta noi la vogliamo allargare ad altre persone per coinvolgere anche coloro che non possono raggiungere la spesa che l’impresa indicherà per un singolo spogliatoio. Per questi offerenti che concorreranno per l’arredo, l’impianto luci, la pavimentazione, gli stipiti, sarà collocata una lapide a ricordo di tutti gli offerenti. Anche qui chiederemo indicazioni per la spesa.
Con questa proposta di aiuto, non vogliamo essere fraintesi o giudicati male. La proponiamo perché ci è stato indicata. Questa iniziativa è già stata realizzata anche a suo tempo in occasione della costruzione del nuovo oratorio. Si possono infatti vedere al suo interno due lapidi con i nomi degli offerenti e di quelli per i quali si è voluto far memoria. Chi fosse interessato può rivolgersi ai sacerdoti della parrocchia.
I auguriamo che al termine di tutto questo lavoro, possiamo dire che l’opera intrapresa non è frutto degli sforzi di qualcuno, ma di tutti.


E' tempo di sagra
(pubblicato il 4.10.2004)

In ogni paese, come pure in città a Lodi, ogni parrocchia ha la sua sagra. E’ una festa che si attende volentieri e che non perde mai la sua attrattiva. La nostra parrocchia si riunirà per la sagra domenica 10 ottobre. Questa festa tocca anche il quartiere. Infatti si dice sagra di S. Fereolo. Ed è bello vedere che tanta gente del quartiere, al di là di ogni gruppo di appartenenza, di orientamenti di vita, viva questo giorno con particolare intensità. Anche se i tempi sono cambiati, tuttavia la parrocchia con il suo oratorio, restano il centro di questa festa. Come un tempo dire sagra voleva dire richiamare il santo patrono della parrocchia, perché era lui che dominava la festività, oggi pur con accenti diversi, il punto di attrazione resta sempre il luogo dove sorge la Chiesa parrocchiale. Così avviene ancora oggi qui da noi. Anche se per l’occasione arriva il luna park, la chiesa parrocchiale raccoglie i fedeli per la solenne celebrazione della Messa della sagra. L’oratorio poi si apre per i grandi e per i piccoli, per famiglie con i bambini, ma anche per gli adulti e anziani. In questo ambiente che non perde il suo fascino, tutti vivono un momento di serenità e colgono l’occasione per coinvolgersi nelle attività organizzate per l’occasione.

PROGRAMMA RELIGIOSO
DOMENICA 10 OTTOBRE
S. MESSA SOLENNE ALLE ORE 10 A S. FEREOLO
Sono attesi in modo particolare i membri del Consiglio Pastorale Parrocchiale, i responsabili di Zona. Subito dopo aperitivo sulla piazza.

PROGRAMMA RICREATIVO
Da domenica 3 ottobre alla sera di lunedì 11 è aperta in oratorio la pesca di beneficenza.
Domenica 10: Mostra quadri e ceramiche. Banco ristoro e delle torte. Mercatino. E la cuccagna promossa dal comitato di quartiere.
Alle ore 15 giochi-stand in oratorio per piccoli e grandi.


Quest'anno, la fede
(pubblicato il 4.10.2004)

di don Virginio Andena

Se è vero che gli esami non finiscono mai, è altrettanto vero che la fede va continuamente sostenuta, alimentata, riscoperta. Persino la ruota di scorta reclama ogni tanto una verifica; a maggior ragione va revisionato il motore della macchina. Ebbene, sul frontespizio della chiesa parrocchiale è stato collocato un grande manifesto leggibile anche a distanza: "Riscopri la tua fede. Nel nome del Signore va nel quartiere a gettare le reti". E' la riduzione in pillola del programma pastorale del nuovo anno. Del resto, anche il piano pastorale per tutta la Diocesi riferisce: "... sulla tua parola, getterò le reti".
Due sono le indicazioni da coniugare: la fede e la missione, ascoltare la parola del Signore e riferirla poi ai fratelli, apprezzare il dono della fede e sfruttare le occasioni per manifestarla agli altri con umiltà ma con convinzione, con gratitudine a Dio ma senza ostentazione o retorica.
Che la fede sia un valore prezioso, lo capì anche l'ostinato ateo Indro Montanelli che dichiarò: «Per avere la grazia della fede (veramente, sono sincero) avrei dato la vita stessa! Che mi importerebbe più della vita se io credessi in Dio e nell'eternità! Cosa mi importerebbe di questa vita terrena?».
Riscoprire la fede è un impegno permanente, anche quando si ha poco tempo da dedicare alla lettura o non si ha il sostegno di una laurea o si è scossi da continui dubbi, inquietudini, indifferenze. Mi domando come sto alimentando la mia fede e quale sia il motivo che mi induce a fidarmi di Dio. Si fa presto a dichiarare: io credo! Ma, in concreto, perché mi fido di un Dio che non vedo? Del resto, una fede che non dia colore alla vita, ha bisogno di restauro.
Quando un fidanzato crede in una ragazza, è così forte questo sentimento che non gli riesce di nasconderlo e a volte lo manifesta scrivendo sul retro dei cartelli sulle strade: Cinzia, ti amo!
La nostra fede non va espressa sul retro dei cartelli stradali, ma, se è vera, chiede di essere manifestata quando si presenta l'occasione. Non è una invenzione moderna, perché nel Vangelo c'è già questa indicazione di Gesù: ciò che avete ascoltato con l'orecchio, gridatelo sopra i tetti. Soprattutto il grande mandato di Gesù: andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. E' per questo motivo che Paolo scrive ai cristiani di Corinto: guai a me se non predicassi il Vangelo!
Allora, come uno juventino non ha vergogna a dichiarare la sua fede sportiva, come un giovane non teme di esprimere la sua preferenza per un cantante, come una ragazza dimostra la sua adesione alla moda della stagione, così il cristiano non si nasconde dietro a un dito e volentieri diffonde e difende la sua fede in Gesù.
E' questa la prova che la fede non l'ho messa in fondo a un cassetto, ma l'ho posta sul candelabro come una luce che illumina quelli che avvicino.


Un impegno rinnovato
(pubblicato il 4.10.2004)

di don Giuseppe Raimondi - parroco

Domenica 19 settembre con una solenne celebrazione abbiamo dato inizio ad nuovo anno pastorale. La celebrazione si è svolta nel cortile dell’oratorio alla presenza di numerosi fedeli. Con grande gioia ho visto presenti la maggior parte degli operatori pastorali della nostra comunità. Celebrando davanti a tutti come parroco, ho potuto constatare dal calore della celebrazione, dai gesti compiuti, ma soprattutto dalla fede e dall’attenzione dei partecipanti, il volto della nostra comunità parrocchiale.
Quando si guarda una persona con occhi liberi da pregiudizi, si può intravedere il suo cuore. Così è avvenuto domenica. Guardando infatti all’assemblea dei fedeli ho potuto vedere con grande gioia il cuore di questa nostra comunità che il Signore mi ha dato di servire e di condurre con tutti voi. L’attenzione, il coinvolgimento, la partecipazione seria e devota all’Eucarestia, mi hanno fatto intravedere che il cuore della comunità è quanto mai vivo e desideroso di impegnarsi per l’evangelizzazione del quartiere.
Vi confesso sinceramente che quanto più vado avanti negli anni del mio servizio tra voi, scopro che la nostra comunità ha tante potenzialità di bene, è dotata di numerose qualità, sa fare tante cose belle. Tutto questo non è merito mio, ma vostro. Da quando sono venuto in mezzo a voi 12 anni fa, io ho trovato questa comunità ben formata e desiderosa di continuare il suo cammino. Io non ho fatto altro che spingerla verso vette sempre più alte per un servizio generoso al Vangelo e al quartiere. Il Signore in questi anni ha continuato a suscitare volontari, ha aperto sempre nuove vie, ha lavorato come lui solo sa fare nei cuori di molti fedeli. La parrocchia è e resta un segno per il quartiere anche con il passare degli anni e il cambiamento della società.
Se troviamo che la nostra comunità è oggi significativa, non dobbiamo per questo dormire sugli allori. E’ necessario andare avanti su tutti i versanti, non dobbiamo stancarci di migliorare ancora di più le nostre relazioni, ma soprattutto è necessario lasciarci prendere maggiormente dal Signore con una fede viva, con una carità grande, con una speranza sicura. Siamo arrivati, dopo il lavoro di questi anni, ad un bel traguardo, ma subito dobbiamo tendere ad una nuova meta. Non possiamo fermarci e bearci per quello che il Signore ci ha donato e noi abbiamo fatto con lui. Fermarsi, vuol dire indietreggiare, distruggere quanto abbiamo fatto, diventare insignificanti per il quartiere
Nell’omelia che ho pronunciato aprendo il nuovo anno pastorale, ho invitato la comunità con i suoi gruppi, con i centri di ascolto, ma anche i singoli fedeli, a rendersi tutti maggiormente missionari. Il Signore infatti ci manda ad annunciare il suo amore a tutti coloro che per diversi motivi lo hanno dimenticato o accantonato. Se il nostro cuore ha veramente incontrato il Signore, non può tacere, ma deve parlare di lui con semplicità e convinzione. Il Vangelo della domenica mi ha dato poi lo spunto per suggerire lo stile del vero missionario: essere scaltri nel bene. E questo vuol dire avere qualcosa nel cuore, cioè il Signore, avere gli occhi aperti per vedere il fratello nelle sue più profonde aspirazione che sono nient’altro che un anelito a Dio. E una volta fatto questo, non avere paura di parlargli del Signore, dell’esperienza che si vive nella parrocchia, ma anche ad aiutarlo ad inserirsi nella comunità.
Dobbiamo essere contagiosi della gioia che abbiamo nel cuore per aver incontrato il Signore. Quando si è convinti della validità di una cosa, quando si è stati raggiunti da una verità, non si può più tacere. Dobbiamo allora saper comunicare la gioia di essere cristiani. Forse purtroppo questa gioia manca nei nostri cuori. E’ stato detto da un grande pensatore che il peccato dei cristiani è quello di non essere felici di essere cristiani e di non comunicare la gioia di essere figli di Dio. Cerchiamo di togliere questo peccato dal nostro cuore, dal volto della nostra comunità parrocchiale. Se faremo tutti, io per primo, questo sforzo, qualcosa di ancora più bello vedremo tra noi e nel quartiere.
Il nuovo anno è iniziato. Ora dobbiamo andare avanti con buona volontà. Consapevoli che siamo deboli e non sempre rispondiamo agli inviti del Signore, preghiamo sia singolarmente che comunitariamente affinché questa nostra comunità parrocchiale diventi sempre più bella e maggiorente significativa per l’evangelizzazione del quartiere.


Va bene così
(pubblicato il 4.10.2004)

di don Vincenzo Giavazzi

Sono tante le cose che vorrei condividere con voi cari amici di S. Fereolo nelle scia dei ricordi e delle sensazioni, ma soprattutto dentro la necessaria interpretazione della mia attuale e nuova esperienza di vita sacerdotale. So che le parole rischiano di sprecare nei sentimenti ciò che è molto di più – e che chiamo volentieri “benedizione” a cui solo lo Spirito ha saputo e saprà dare ancora la fecondità di nuovi frutti per me e per voi.
Mi piace fissare nelle immagini, nei volti, nelle situazioni degli ultimi giorni trascorsi insieme, una felicissima sintesi di ciò che è stato fra noi e di quanto ritengo sia il bagaglio assolutamente prezioso e buono che mi sono portato a Casale e che indelebilmente ha segnato e formato il mio ministero non meno che la mia personalità.
La brevità del tempo che ho potuto trascorrere nella vostra comunità, ma il tempo non ci appartiene. Le molteplici e incalzanti vicende personali dalla stasi ripetitiva e obbligata della malattia al vorticoso e vivace servizio pastorale, dalla fatica delle relazioni limate e modellate senza sconti, alla straordinaria intesa spirituale affettiva con molti, anzi moltissimi, nel segno di una fraternità non bigotta o formale: con i preti, i ragazzi non meno che i giovani, gli adolescenti gli adulti e anziani…
Che bagaglio: la cocciutaggine dei mie punti fermi che ha incontrato una stima impeccabile animata dal dialogo, dal confronto e dalla comune passione per le cose che contano. E tutto questo non solo a parole ma dentro esperienze ecclesiali di grande fede, comunione e responsabilità.
Penso alle bellissime marce della pace, al coinvolgimento nelle assemblee liturgiche, al gioco e al duro lavoro in un oratorio, in una parrocchia che sa bandire la noia e la mediocrità. E la vostra pazienza per le mie faraginose omelie cui non ha corrisposto senz’altro altrettanta capacità d’ascolto.
Penso al fiume ininterrotto di riunioni per non disattendere, nella gradualità, i tempi e le aspettative di molti, per capire da che parte andare, per progettare insieme… E poi il volto incarnato dell’Azione Cattolica nella comunità diocesana e parrocchiale che ho potuto gustare in tutte le dimensioni non solo per esigenze di ruolo, ma per un rispettoso riconoscimento di una mia privilegiata accondiscendenza e passione. Con obbiettività non nego che è stato tutto bello non meno che esigente e impegnativo, bello anche quando l’amor proprio e l’impulsività ci hanno costretto a sbattere la faccia a ricominciare da capo; eppure vi ho salutati nella serena certezza di non aver lasciato in piedi muri, barriere o porte chiuse. La preghiera reciproca spazzerà i cocci.
Ho imparato a mie e vostre spese, tra la gente e le cose da fare, che spesso usiamo tante “chiavi inutili” - anche qui ce ne sono ancora troppe - che bello sarebbe un oratorio, una comunità senza porte….(lascio l’allegoria alla vostra sottile comprensione di ciò a cui alludo senza giudizio).
Per tutto questo faccio e concludo con una preghiera dal salmo116, la stessa che della mia ordinazione, cerco di tradurre ogni giorno in una vita piena e vi assicuro quanto mai felice: “Cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato? Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore”.
Grazie a tutti, a don Peppino che da lunga data con una paternità straordinaria mi accompagna verso il Signore e verso la gente, a don Virginio amico e fratello con una presenza gustosa e rassicurante, a don Riccardo per l’amicizia forte e luminosa, a don Bruno per la dedizione esemplare, ai vostri nomi che ho imparato e custodirò come parte di me.


Per guardare avanti insieme
(pubblicato il 4.10.2004)

di don Riccardo Agosti

Desidero ritornare nelle vostre case con questo mio scritto non tanto per presentarmi giacché condivido il cammino di questa comunità ormai da due anni e poi potete trovarmi in oratorio quasi tutti i pomeriggi, vi scrivo unicamente per confidarvi all’inizio di questa nuova esperienza che faremo insieme, i pensieri e desideri che spero tanto troveranno spazio anche in voi e che insieme riusciamo a renderli concreto. Anzitutto vi comunico il mio desiderio, e chi mi conosce sa che mi appartiene di carattere, di conoscere il più presto possibile questa comunità cristiana nella semplicità dei rapporti e delle relazioni. Desidero, cioè, scambiare almeno un saluto con tutti voi. Con alcuni si è già fatto in questi due anni ma mi accorgo che manca ancora tantissima gente “all’appello”. Non mi sarà facile, dovendo e volendo prestare larga parte del mio tempo all’oratorio, ma confida anche nel vostro aiuto. Io cercherò in questi primi mesi di accostare anzitutto quelle realtà che raggruppano tanti ragazzi, giovani e adulti della comunità, ma chiedo anche che siate un po’ voi a venire almeno a stringermi la mano e sentirsi dire da me il mio nome. Da parte mia è forte il desiderio almeno di vedervi. Forse ci saranno d’aiuto anche alcune iniziative e momenti comunitari dei prossimi mesi. Se potete, non mancate! Un’altra confidenza che vi faccio ma che ancora una volta richiede anche il vostro contributo è che da quando il Vescovo mi ha nominato vicario pastorale di questa parrocchia, si è fatta più intensa la preghiera per voi, convinto che sia uno dei più bei modi per esservi vicino. Da parte vostra, però, non dimenticatevi anche voi di alzare al cielo ogni tanto qualche preghiera per me e per tutti i sacerdoti della comunità. Non ve lo chiedo per contraccambiare un dovere anzitutto di noi preti, ma perché possiamo sentirci uniti nel domandare a Dio di accompagnare i passi, che sono tanti, che quotidianamente facciamo a servizio gli uni degli altri nelle tante e semplici cose di tutti i giorni. Infine, anche se tante sono le cose che vorrei comunicarvi, desidero chiaro e tondo dirvi come intendo vivere con voi questi anni che il Signore ci vuole donare da vivere insieme: anzitutto con una grande sintonia tra noi sacerdoti che deve crescere giorno dopo giorno, un’evangelica relazione con coloro che si prestano nei tanti servizi che la comunità offre al quartiere, portando insieme queste fatiche, e soprattutto non facendo niente senza rispettare i tempi di questa comunità. Decideremo insieme il ritmo del nostro camminare che ci permetta di non perdere nessuno lungo il cammino, creeremo quanto il Signore ci indicherà sempre insieme, cercherò di sollecitare il nostro passo, questo mi è richiesto, ma sarete voi a dirmi, «don, per questo, è troppo presto». Insomma, insieme cercheremo di non sprecare il nostro tempo e le nostre energie, sicuri che così, me lo auguro, non ci stancheremo di sentirci fratelli nell’esperienza della fede che vogliamo trasmettere al quartiere.


Giacomo passa da Pietro e ai lodigiani
riflessioni a margine del Piano Pastorale 04/05
(pubblicato il 27.8.2004)

di don Virginio Andena

A tutte parrocchie della Diocesi, il nostro Vescovo ha offerto un terno da giocare nel lavoro pastorale nel prossimo anno sociale. Il primo numero è il 15, corrispondente agli anni trascorsi con noi come Vescovo di Lodi. Nel bel mezzo del ferragosto (e precisamente il giorno 14) monsignor Giacomo Capuzzi ha raggiunto il 75° anno dì età e, a norma di legge canonica, ha presentato al Papa le dimissioni, insomma, è andato in pensione. Giustamente ha voluto ripercorrere il lavoro affrontato in questi anni, non per metterlo in cornice ma per meglio cogliere il filo conduttore di quanto si è realizzato. Bellissima la conclusione: "Rimaniamo sempre una piccola cosa, restiamo garzoni della bottega di Dio". E' comunque interessante la lettura di tutta questa prima parte del piano pastorale per il 2004-2005, anche se resta la curiosità di conoscere il Vescovo che verrà a Lodi dopo di lui.

Il secondo è il numero 10 e si riferisce al corpo centrale del documento che il Vescovo abilmente attinge dall'avventura di Pietro per descrivere il cuore dell'evangelizzatore. Non è il canovaccio per un film ma l'invito a cogliere, nell'esperienza di Pietro, i vari aspetti del lavoro pastorale che si chiama evangelizzazione. Per questo motivo la lettera del Vescovo (47 pagine) ha come tema: "...ma sulla tua parola getterò le reti".

Qui non c'è spazio per riportare i 10 riferimenti che dall'esperienza di Pietro rimbalzano e si innescano nel lavoro pastorale lodigiano del terzo millennio da poco iniziato. Dal primo incontro con Gesù al cambiamento del nome, dalla pesca miracolosa al rimprovero per la poca fede, dalla professione di fede alla spavalda dichiarazione di dare la vita, dal rifiuto della lavanda dei piedi al miserabile rinnegamento, dal ricorso alla violenza nel giardino degli ulivi alla dichiarazione d' amore in riva al lago di Tiberiade dopo la resurrezione; tutti capitoli conosciuti ma presentati con efficacia in ordine a vivere la fede non in modo segreto ma allo scoperto, non con rispetto umano ma con forza, non una tantum ma con coraggiosa quotidiana coerenza.

E finalmente il numero 7: nella terza parte del piano pastorale, il Vescovo invita a cogliere "le risorse che ogni evangelizzatore ha a disposizione". L'invito all'esame di coscienza personale e comunitario è utile e necessario per non cadere nell'abitudine, per cogliere i segni dei tempi, per seguire la coraggiosa indicazione proposta dalla bussola del vangelo.

Lo spazio ristretto non consente di passare in rassegna i 7 punti targati Giacomo Capuzzi: l'ideale sarebbe avere in mano questo libretto dal modico prezzo di un solo euro e, prima di giocare quel terno al lotto, rendersi conto della proposta del nostro Vescovo che sta per lasciare definitivamente Lodi dove ha raggiunto la qualifica di "anziano".


Riprendiamo la strada
(pubblicato il 27.8.2004)

di don Giuseppe Raimondi - parroco

Il ritmo della vita personale e comunitaria continua senza sosta. Dopo la pausa estiva, riprendiamo il nostro cammino con le sue fatiche e con le sue speranze. Come avviene per chi rientra in fabbrica dopo un periodo di ferie, come lo studente riprende sulle spalle lo zaino carico di libro, così è della comunità parrocchiale. Tutti riprendono il proprio cammino. La vita va avanti e noi non possiamo sottrarci. Perché questa ripresa non sia sopportata, è necessario essere mossi e sostenuti da alcune convinzioni. E questo vale per la famiglia che dopo le ferie deve fare i conti con la routine quotidiana, come pure per la comunità parrocchiale. Vogliamo all’inizio del nuovo anno pastorale richiamare a noi stessi quei punti fermi che dovranno sostenerci nel nostro impegno comunitario.
Se riprendiamo il nostro impegno pastorale è perché il Signore ci chiama e ci impegna. Anche per le cose del Signore, non siamo noi a volerci impegnare di nostra spontanea volontà. E’ lui che ci chiama, è lui che ci invita. E noi sia singolarmente che com’unitariamente, vogliamo rispondergli mettendoci volentieri al suo servizio.
Come vorrei che tutti gli impegnati riprendessero il loro servizio, ma anche altri si rendessero disponibili per la parrocchia, mossi da questa chiamata. Il Signore vuole infatti avere bisogno di noi. E rispondergli di sì, è una grazia e una benedizione.
Ma noi abbiamo un’altra convinzione. Il Signore ci sostiene e ci guida. Non solo ci impegnano perché chiamati, lui stesso ci accompagna e ci da tutto quanto è necessario per compiere il servizio che ci chiede. Proprio per questo diciamo che ci impegniamo nel nome del Signore. Dobbiamo essere più che mai consapevoli che lavorando per il Signore non siamo mandati allo sbaraglio. Lui diventa la nostra forza, la nostra luce, il nostro slancio.
Anche qui come vorrei che tanti fedeli, consapevoli che il Signore aiuta chi si impegna per la sua causa, non avessero paura a mettere qualche ora del proprio tempo al suo servizio. Chiamando, Lui si impegna ad aiutare secondo la sua grande disponibilità e generosità.
E insieme a queste convinzioni, dobbiamo averne un’altra, vale a dire: la certezza che il premio ci sarà senz’altro. E questo premio non sarà in proporzione ai risultati ottenuti, ma sarà secondo la sua generosità. Il Signore premia non i risultati, che possono esserci e non esserci, ma lo sforzo con il quale abbiamo lavorato secondo la sua volontà.
Animati da questa convinzione, come vorrei che molti fedeli si rendessero disponibili per qualche lavoro per la vita e la crescita della comunità parrocchia o per l’evangelizzazione del quartiere. Se invitiamo è perché siamo convinti che il Signore da veramente a tutti la ricompensa. Lui stesso ce lo ha detto: in centuplo in questa vita e poi il regno dei cieli.
Con queste convinzioni noi iniziamo il nuovo anno pastorale nel segno della speranza che tutto ciò che faremo darà i suoi frutti e che le nostre fatiche troveranno sempre sostengo e il meritato premio da parte del Signore. Siamo più che mai convinti che il Signore è dalla parte di chi con buona volontà e tanta fede si spende per la sua causa. Se non fosse così, noi saremmo come degli impresari che lasciano dei segni solo con il comando e con il potere. La nostra forza è nel Signore. La certezza che ci sostiene sta nel fatto che il poco che facciamo nel suo nome, lui la fa fruttificare nel modo migliore. Se anche i frutti delle nostre fatiche non li vedremo, siamo però sicuri che verranno nel momento giusto.
Con queste convinzione, diciamo come Simon Pietro, “sulla tua parola gettiamo le reti” per questo nuovo anno che nel tuo amore ci dai da vivere e da spendere per la gloria del Padre e per la salvezza nostra e dei fratelli.


Vacanze! (a rischio)
(pubblicato il 14.7.2004)

di don Virginio Andena

Rullo di tamburi: vacanze! La magìa incanta e conquista la maggior parte degli italiani al ritmo dell’'Amazing" che ha preso il posto del vecchio "Vamos a la plaia". L'operazione vacanze viene definita "staccare la spina". Ma vediamo di cosa si tratta. La spiegazione potrebbe dipendere dall'animale che si sceglie come modello per l'occasione. Ecco: potrei scegliere la cicala per il mio mettermi al passo con la moda, all'insegna della libertà più assoluta: nelle orecchie la musica dell'ultimo cd, l'ombelico al vento, cellulare alla mano per ricevere e spedire messaggini in continuazione. Poi c'è il cane che si gode un'estate avventurosa perché abbandonato dal padrone che lo ritiene un impiccio per la vacanza. E così il cane a due zampe si abbuffa di tv, di piscina, di giri a vuoto e in questi giri la prima cosa da evitare è la messa domenicale. Mentre il suo modello alza la zampetta ad ogni pianta che incontra, l'homo sapiens abbellisce ogni frase con una o due parole scelte come fior da fiore dai genitali, con una monotonia veramente stucchevole.
A chi non piace il leone? L'estate può essere un periodo magico per sentirsi il re della foresta o godersi qualche momento di gloria. E basta svestirsi il più possibile per esporre al pubblico la criniera della bellezza, della seduzione, della conquista e alla fine della stagione contare e raccontare le avventure con ochette compiacenti o con galli cedroni impreziositi da tatuaggi e da piercing. Mi punge vaghezza di continuare ad incorniciare qualche altro animale, così che in dissolvenza risulti la globalizzazione della stupidità umana che sceglie il classico stile dell'usa e getta anche a proposito delle vacanze.
So di attirarmi il compatimento di molta gente che lascia che io suoni le campane, mentre si pensano loro a suonare le trombe estive.
Comunque sia, per non tradurre vacanze in "far vaccate" (la parola non c'è nel nostro vocabolario ma esprime bene l'idea) sarà bene ricordare che in latino "vacare" significa riposare, staccarsi dagli impegni di lavoro, liberarsi dal solito quotidiano. Insomma, invece di ispirarsi ad alcuni animali, non è un danno se l'uomo usa quel computer di cui è dotato e che si chiama intelligenza e coscienza, in modo che il tempo di vacanza dia spazio alla lettura di un buon libro, alla riflessione, alla preghiera, ad una messa anche durante la settimana, ad un pellegrinaggio, a un po' di volontariato a favore dei meno fortunati, a tutto ciò che dentro l'uomo restaura l'armonia, riporta la serenità, ricarica la buona volontà.

Mandare in vacanza la preghiera e la messa domenicale è regredire in uno stato di vita decisamente inferiore. Mandare in vacanza il buon senso è occupare il black-out dell'anima. Mandare in vacanza il buon senso è occupare il posto del manichino in vetrina.

Allora andiamo in vacanza ma possibilmente seguendo le indicazioni che si trovano nel 6° capitolo del Vangelo di Marco, dove Gesù concede le ferie ai discepoli: venite in disparte, in un luogo solitario e riposatevi un poco.

A settembre ce la conteremo l'edizione di queste vacanze 2004.

Qui trovi le proposte della Parrocchia per l'estate 2004


Estate, per la comunità tempo di vacanza e di ... bilanci
(pubblicato il 14.7.2004)

di don Giuseppe Raimondi - parroco

Giorno dopo giorno siamo giunti al termine di un nuovo anno pastorale. L’anno pastorale, a differenza di quello solare, inizia a settembre e si conclude a giugno. L’estate fa un po’ da cerniera, anche se la vita pastorale in una parrocchia non va mai in vacanza. Quando tutti sono a riposo o ai mari o ai monti, oppure nelle proprie case, le attività pastorali rallentano, ma non vengono sospese.
E così al termine di questo anno pastorale verrebbe il desiderio di fare un’ampia riflessione su quanto abbiamo fatto e vissuto insieme per il bene nostro e di tutta la comunità parrocchiale. Lasciamo per ora questa fatica. A settembre, prima di iniziare il nuovo anno pastorale, daremo uno sguardo al passato per essere maggiormente generosi nel vivere i giorni che verranno.
In tutto quanto abbiamo fatto sia per il bene della comunità parrocchiale, sia nel nostro servizio al quartiere, il Signore ci ha accompagnato con la sua grazia. Se non fosse stato lui a sostenerci e a guidarci, noi avremmo fatto ben poco. E questo poco non avrebbe fatto germogliare il vero bene nel cuore dei sanfereolini.
Nella vita pastorale e in tutto quanto si fa per l’annuncio del Vangelo, è determinante l’unione con il Signore. Infatti il Signore Gesù ci ha detto “senza di me non potete far nulla”. E’ quindi lui che fa fiorire i semi di bene che ciascuno di noi o la nostra comunità semina nel terreno in cui si vive.
Consapevoli di questa verità, noi siamo andati avanti con molta serenità nel cuore e con tanta speranza. Tutto quello che abbiamo fatto il Signore se ne servirà senz’altro per il bene nostro e dell’umanità.
Tra tutto il lavoro pastorale che abbiamo fatto nel nome del Signore, due attività sono da mettere in risalto più di ogni altro.
In primo luogo l’organizzazione, la sensibilizzazione e la realizzazione del pellegrinaggio a Lourdes con il treno degli ammalati. Si tratta di un pellegrinaggio mosso e sostenuto da tutto il quartiere. Gli aiuti che abbiamo ricevuto sono stati numerosi e soprattutto da diversi gruppi. Non pensavamo che ci fosse una così grande attenzione.
In secondo luogo l’iniziativa dell’accoglienza della nuova zona recentemente costruita. Dalla domenica dell’evangelizzazione agli incontri in via Marchi, abbiamo manifestato concretamente una comunità che vuol servire, annunciando il Vangelo a tutto il quartiere. L’apice di tutta questa settimana è stata la messa di domenica 6 giugno in via Marchi alla presenza di circa 500 persone. La festa che ne è seguita, opera di tante persone della zona, è stato il momento maggiormente significativo. Questa iniziativa a favore della nuova zona, ha fatto toccare con mano la generosità dei cuori dei sanfereolini. Abbiamo visto infatti che molti si sono impegnati a sistemare prima e poi a riordinare.
Se queste due sono state le iniziative di maggior rilievo, i semi di bene che abbiamo però gettato nei cuori e nel quartiere sono moltissimi. Ora attendiamo che il Signore porti a compimento ciò che abbiamo fatto in suo nome.
Il nostro più grande desiderio è di vedere crescere in tutti la consapevolezza di essere chiesa tra le case. Noi lo abbiamo già detto e non ci stancheremo mai di ripeterlo, che non siamo chiamati a chiuderci tra le mura della nostra Chiesa parrocchiale anche se bella. Noi vogliamo essere chiesa la dove l’uomo e donna vivono, faticano e muoiono. Ma perché questo si realizzi, abbiamo bisogno che altri fedeli, uomini e donne, giovani e adulti, si convincano che come cristiani non è possibile chiudersi nel proprio guscio anche se fatto di fede e di preghiera. Oggi è più che mai necessario che ciascuno assuma l’impegno di evangelizzare. Vale a dire l’impegno di annunciare Gesù e aiutare gli altri ad incontrarlo. Non occorre né sapienza e nemmeno delle doti particolari. E’ sufficiente lasciar lavorare il Signore nel proprio cuore. Quando questi è preso dall’amore per Gesù, allora non si è più capaci di stare zitti e indifferenti. Gesù è infatti un dolce tormento. Mentre ti da pace, riempiendoti la vita, ti sospinge e ti manda agli altri.
Mossi da questa necessità, come sempre diciamo: in parrocchia c’è posto per tutti. Si è bene accetti sia per i lavori in parrocchia sia per quelli nel quartiere: tutto facciamo per l’evangelizzazione. Chi ha intenzione di rendersi disponibile per qualcosa, si faccia avanti parlando con il parroco o con coloro che già lavorano. Alla nostra poca generosità, senz’altro il Signore risponderà con grazie e benedizioni che solo lui è capace di dare a chi fa propria la sua causa, che poi è ancora la nostra. Ci auguriamo che qualcuno dopo aver letto questo invito, e soprattutto dopo aver ascoltato la voce del cuore, che poi è quella del Signore, si faccia avanti. Noi abbiamo fiducia.