| archivio - 1' semestre 2005 |
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Votare? (pubblicato il 31.5.2005) Il 12 giugno si voterà per l’abrogazione di alcuni articoli della legge 40/2004 sulla procreazione assistita (p.a.). La Chiesa, così come tutti coloro che rispettano la vita umana fin dal suo concepimento, ci invita a non recarci alle urne, per invalidare il referendum. Qualcuno si chiederà: ”Ma come, invitare a non votare? Non è un atteggiamento antidemocratico e testimone di un disinteresse per questi argomenti?” Tutt'altro: come ci indicano i nostri vescovi, guidati dal cardinale Camillo Ruini (presidente della CEI), il 12 e 13 giugno i cattolici sono invitati a non andare a votare, spiegando che il non voto “referendario” è una scelta democratica, prevista dalla Costituzione e già adottata all’interno del Parlamento ed in altri referendum. Purtroppo dobbiamo constatare che anche per questo referendum, come spesso accade per importanti questioni di carattere morale e che coinvolgono le nostre coscienze, la campagna mediatica ha presentato la questione al cittadino in maniera poco chiara, per non dire subdola. E così da più parti si sente dire che le modifiche alla legge sono migliorative e rispettose della donna e del bambino, quando in realtà è esattamente l’opposto! Le critiche al testo di legge sono volte principalmente a denunciarne l'eccessiva "severità". In primo luogo si dice che la legge sia fatta "per" i cattolici. Al contrario, la fecondazione artificiale, omologa come eterologa, non è ammessa mai dal Magistero della Chiesa. I cattolici impegnati in politica che hanno sostenuto la legge, pertanto, lo hanno potuto fare lecitamente solo in quanto non sono stati i promotori di una legge ingiusta, ma hanno trasformato una proposta di legge ingiusta in una legge meno ingiusta, migliorandola per quanto era possibile. Non c'era alternativa: una legge doveva nascere, e poteva essere molto peggiore se cattolici e non cattolici di buona volontà non vi avessero impegnato le proprie energie. Va notato infatti che tale legge è stata votata non da una specifica parte politica, bensì in maniera trasversale da persone appartenenti a partiti differenti. Conosciamo un po’ più nel dettaglio i quesiti referendari.
- Il 1° quesito vorrebbe consentire la sovrapproduzione di embrioni, per destinarli a sperimentazione, clonazione, distruzione, usando l’essere umano come una cavia da laboratorio. Ricordiamo che ad oggi tale ricerca, dove è permessa, non ha dato luce ad alcun risultato positivo e, qualora ne desse, quali incredibili problematiche di ordine morale nascerebbero dall’utilizzo di medicine provenienti dalla morte di tanti piccoli esseri umani?
- Il 2° quesito vorrebbe consentire alla coppia di non dover dimostrare la sterilità prima di ricorrere alla p.a., e che si possano selezionare gli embrioni con analisi pre-impianto (spesso letali per il bambino ed inutili per il buon esito della selezione), aprendo la strada alla selezione eugenetica (utilizzo scientifico della procreazione per migliorare le caratteristiche della razza) e distruggendo un gran numero di embrioni, anche sani, per arrivare allo scopo desiderato.
- Il 3° quesito consentirebbe alla donna di rifiutare l’impianto dell’embrione anche dopo aver deciso per la p.a., negando i diritti del concepito (in primo luogo il diritto alla vita!).
- Il 4° ed ultimo quesito referendario consentirebbe la fecondazione eterologa, utilizzando il seme di un uomo che non è l’aspirante padre del bambino, e l’ovulo di una donna che non è l’aspirante madre, generando quindi situazioni in cui il bambino potrebbe avere 3 o 4 genitori, senza parlare poi di cosa succederebbe se si legalizzassero i matrimoni tra persone dello stesso sesso, che potrebbero quindi avere dei “figli” con questo sistema!
In sunto, un peggioramento della legge attuale, ed un ritorno alla assenza di regole che vigeva prima della sua emanazione. Ecco in sintesi perché la Chiesa invita all’astensione. E’ facile comprendere che andando a votare NO non si farebbe altro che aumentare il numero legale dei votanti, consentendo, come successe con il referendum sull’aborto, la vittoria dei SI, facendo quindi il gioco di chi vuole peggiorare la già “critica” situazione. Non andiamo quindi a votare, consapevoli di fare una scelta conforme all’insegnamento del nostro Dio, della Chiesa e a favore della Vita!
Qui trovi una tavola rotonda virtuale fra don Attilio Mazzoni, don Antonio Manfredi e Marco Milesi; un ulteriore contributo per chiarire un complesso problema morale e un orientamento per il voto.
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Quelle tre sere (pubblicato il 31.5.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco Il mese di maggio nella nostra parrocchia è vissuto molto bene con sempre numerosi fedeli ai diversi appuntamenti nei cortili e nelle cascine del nostro quartiere. Vediamo infatti che molti vengono abitualmente ogni sera, altri fanno delle scelte. La presenza però è sempre molto significativa. Abbiamo introdotto una novità. I nostri responsabili delle diverse nostre zone pastorali hanno fatto la scelta di dedicare una sera alla settimana del mese di maggio all’evangelizzazione. L’intento degli organizzatori era quello di sensibilizzare tutti i partecipanti all’impegno di essere maggiormente portatori del Vangelo nei caseggiati, nelle proprie vie. In una parola vivere la dimensione missionaria del proprio battesimo. La risposta all’invito a vivere una sera diversa dal solito schema ha trovato molta corrispondenza. Non pensavamo infatti di trovare una così numerosa partecipazione e soprattutto di trovare condivisione per quanto si faceva e si viveva. Siamo terra di missione: è la nostra situazione. E’ finita l’era in cui tutti si era cristiani e quasi tutti partecipanti alla vita della comunità parrocchiale. Oggi infatti vediamo che il numero dei praticanti si è ristretto. E i motivi possono essere diversi. Non sta a noi a giudicare. A noi compete il dovere di vivere ciò che il nostro battesimo ha impresso nel nostro cuore, cioè l’ansia della missionarietà e della testimonianza cristiana. Una parrocchia, già lo abbiamo detto e scritto tante volte, esiste per annunciare il Vangelo, per far conoscere Gesù ed aiutare tutti ad accoglierlo nella propria vita. Consapevoli di questo dovere, la nostra comunità vive per l’evangelizzazione. Mentre si svolgevano quegli incontri nelle zone, si percepiva un clima particolare, una grande carica di coinvolgimento. La stessa sistemazione delle sedie e delle panche aveva lo scopo di mettere in risalto l’essere tutti coinvolti nella Parola di Dio e nella presenza di Gesù. L’accoglienza solenne della Bibbia e del Corpo del Signore, suscitava, al di là di ogni sentimentalismo gratuito, un senso di mistero: si percepiva che Gesù era lì in mezzo al popolo radunato nel suo nome e dal suo amore. L’ascolto della Parola di Dio, le preghiere che si elevavano e che venivano anche concretizzate nei segni portati ai piedi di Gesù, la solenne invocazione del sacerdote prima della frazione del Corpo di Gesù, invitavano a vivere profondamente il momento di grazia. Il punto focale della sera era la comunione al Corpo di Gesù. Nutriti di Lui, si poteva percepire nel profondo del proprio cuore, la sua chiamata a farlo conoscere a tanti altri fratelli e sorelle. Con queste sere, anche se belle e significative, non riteniamo di aver risolto il problema dell’evangelizzazione del quartiere. Abbiamo gettato un seme. La grazia del Signore ora farà il resto. A noi compete il dovere di essere strumenti docili e volenterosi nelle mani di Gesù, perché lui possa compiere la sua opera. Noi abbiamo piena fiducia che il seme gettato presto o tardi fiorirà a gloria di Dio e a gioia nostra. Terminata questa bella esperienza, dico un sincero grazia a chi con fatica e impegno ha preparato il tutto. Stiamo constatando di giorno in giorno che i laici nella nostra parrocchia assumono molto bene il loro compito e lo assolvono con serietà, generosità e a volta anche con estrosità. Di questo ringraziamo il Signore e tutti coloro che hanno fatto dell’evangelizzazione un modo per vivere il battesimo e di servire i fratelli. Faccio anche un invito a chi ha partecipato a queste sere perché abbiano a coinvolgersi maggiormente in questo impegno della parrocchia. Abbiamo più che mai bisogno di nuovi membri per poter attuare nei dovuti modi l’annuncio del Vangelo al quartiere. Non si deve avere paura. Ognuno, in forza del proprio battesimo, ha le qualità per servire la comunità sotto l’aspetto missionario. Come vostro parroco spero che adagio, adagio altri si impegnino a rendere la comunità sempre più in stato di missione. E’ quanto vogliono i nostri vescovi, e questo è anche ciò che desidera la nostra comunità. Continuiamo a sperare.
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La Chiesa va avanti (pubblicato il 30.4.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco Sono ancora davanti ai nostri occhi le grandi fiumane di persone che hanno sfilato accanto alle spoglie mortali di Giovanni Paolo II. Abbiamo poi vissuto con profonda commozione, per mezzo dei mass media i suoi funerali. Ora anche lui riposa nelle grotte vaticane. Anche se il suo ricordo resterà vivo, anche se la sua testimonianza ha inciso e continuerà ad incidere nei prossimi anni nella vita non solo della Chiesa, anche lui è passato alla storia. Come ogni mortale ha concluso la sua esistenza, dopo aver compiuto la sua missione. Ora vive in eterno presso quel Signore che ha amato e servito con grande generosità. Anche Lui dice che tutto passa, solo il Signore resta. Anche se è stato un grande papa, anche se il suo pontificato ha segnato grandemente la vita della Chiesa e la storia del mondo, anche lui è passato, mentre il Signore continua a compiere le sue meraviglie. E insieme al Signore anche la Chiesa, come popolo di Dio animato e sostenuto dalla potenza dello Spirito continua la sua corsa nel mondo. Da quando ha iniziato ad esistere, non sé più fermata. Ci sono stati uomini, diverse ideologie che volevano fermarla e distruggerla. Tutti sono passati, sepolti e spesso anche dimenticati, ma lei, la Chiesa, continua la sua missione con sempre nuovo slancio. Non possiamo far altro che ringraziare il Signore per questo “miracolo vivente” che continuamente testimonia la mano di Dio che lavora per il bene dell’umanità. Infatti per mezzo della Chiesa che va sempre avanti anche con il passare dei papi e dei vescovi, Dio è alla ricerca dell’uomo, di ogni uomo per offrirgli la sospirata salvezza ottenuta dal Figlio di Dio mediante la sua morte e risurrezione. Questo fatto deve riempire il nostro cuore di gioia e di gratitudine nei confronti del Signore. Di gioia perché lui rimane sempre con noi e sempre ci cerca per rivelarci il suo amore. Di gratitudine perché se anche tutto passa, lui rimane il suo progetto di salvezza continua a compiere meraviglie nel mondo. Consapevoli che tutto passa e solo il Signore resta, continuiamo ad avere fede nel progetto di Dio e un grande amore alla Chiesa. Se la fede cristiana è giunta a noi mediante l’opera della Chiesa, è segno che è indistruttibile. E’ un miracolo vivente. E allora accogliamola a cuore aperto e impegniamo a viverla seriamente e sempre più in profondità. E poiché è la Chiesa che ci rassicura che il nostro credere è vero e autentico, amiamo anche la Chiesa. Non si può infatti credere in Dio senza la Chiesa. Il nuovo papa continuerà con il suo specifico carisma e con le sue qualità umane e spirituali, ad invitarci a professare la fede in Cristo morto e risorto come la Chiesa professa da più di due mila anni. Come è passato il papa, così passeremo anche noi, ma se avremo creduto secondo l’insegnamento della Chiesa, non morremo in eterno. Perché è la fede in Cristo che vince il mondo, e quindi la stessa morte.
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Habemus papam (pubblicato il 18.5.2005)di Rosanna Sibono In questi giorni la Chiesa intera volta pagina. Tutta la Chiesa, anche quella dei continenti dimenticati come l'Africa. Perché “Habemus papam” non è soltanto un grido di sollievo un tantino folcloristico che si leva in una bella piazza romana: è piuttosto la gioia di un popolo intero, che vede aprirsi dinnanzi nuovi orizzonti e sa di avere ricevuto in dono, ancora una volta, il timoniere giusto per affrontare il mare e le sue nuove correnti. Come quando fu eletto Karol Wojtila... Wojtila? Sarà mica un africano, pensammo... e poi la sua apparizione, così giovane e forte com'era, con quelle parole immortali, che ancora oggi, a risentirle, sembrano appena sgorgate dalla Nuova Creazione del Risorto. Giovanni Paolo II e l'Africa... un binomio che è ritornato innumerevoli volte, poiché al nostro papa stava a cuore questa giovane Chiesa, questa gente povera. L'Africa ha pianto per la sua partenza. Era già notte fonda, qui a Bukavu in Congo, quando la notizia si è diffusa; le campane della cattedrale hanno cominciato a suonare, la gente ha cominciato a cantare le tipiche canzoni funebri, clamori si levavano in tutti i quartieri... a un certo punto sembrava che ci fosse un tumulto, da tanto gridavano proprio dietro il nostro cancello... invece erano gli studenti dell'università qui vicina che non volevano credere alla morte del papa e venivano da noi a chiedere una conferma. In tutte le parrocchie si sono susseguite celebrazioni e veglie durante la settimana; il giorno del funerale mezza città si è riversata alla cattedrale, dove si celebrava una messa in contemporanea a quella di Roma. Molti erano turbati fino alle lacrime. Si prega ancora molto, ci sono novene un po' dappertutto; forse non preghiamo tanto per lui – pensiamo che sia già santo, è chiaro! - quanto per la Chiesa, che ora attraverserà passaggi faticosi. Il nuovo papa dovrà affrontare le spinte di rinnovamento e le richieste di autonomia che arrivano sempre più forti dalle Chiese dei continenti non europei.
Con Giovanni Paolo II al timone, abbiamo sperimentato il significato della parola “comunità”, al di là di ogni barriera e in ogni parte del mondo. La sua faccia scolpita di vecchio slavo, la sua voce che da spigolosa si è fatta via via tremante per tacere infine del tutto, le sue grandi passioni che abbracciano tutte le espressioni umane, invece di fare schermo a qualunque altra cosa, si sono rivelate incredibilmente trasparenti, e hanno fatto intuire qualcosa che è – se possibile – ancora più difficile da vedere del volto di Dio: il volto della Chiesa. “Cristo, fa' che io possa diventare ed essere servitore del tuo dolce e unico potere, che è carità e verità senza tramonto”. C'è riuscito? Solo Dio giudica il cuore, ma se è vero che l'albero si giudica dai suoi frutti, credo che oggi il mondo abbia ben più di un grande papa: oggi ha un grande amico e potente protettore nel cielo. E l'Africa in particolare: ancora nel suo ultimo messaggio per la giornata della pace egli non ha mancato di lanciare per l'Africa un grido di amore e di sofferenza. A noi di ascoltarlo e farlo nostro, mentre lui certamente continua a pregare per questo povero continente e per l'umanità intera.
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Cristo è risorto: rifiorisce la speranza (pubblicato il 23.3.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco Stiamo avviandoci a celebrare la pasqua del Signore Gesù. Un avvenimento che non interessa solo Gesù, ma noi tutti. Cristo infatti risorge per noi e nel suo amore ci coinvolge in questo suo mistero di salvezza. La pasqua del Signore Gesù ritorna sempre con uguale intensità e sempre coinvolgente. Quando celebriamo i misteri della vita del Signore noi non facciamo un teatro, cioè una rappresentazione dove si ripete il copione composto un giorno e realizzato una volta sulla scena del mondo. Gli avvenimenti della vita di Gesù noi li riviviamo pienamente nella fede, anche se materialmente non vediamo niente di ciò che è avvenuto tanti secoli fa. Celebrando allora la pasqua del Signore noi riviviamo veramente la sua morte e la sua risurrezione, anche se non vediamo il suo corpo straziato e sanguinante, anche se non lo vediamo poi glorioso. E' nella fede e per mezzo della fede che tutto questo avviene. E noi crediamo che al di là dei segni e dei riti che vedremo compiere dal sacerdote nei giorni della settimana santa, Gesù veramente si dona totalmente. Siamo infatti noi i destinatari di questo avvenimento di salvezza. Gesù infatti non aveva bisogno di morire e di risorgere. Se questo lo ha fatto, è per noi, per la nostra salvezza. Senza la sua morte e senza la sua risurrezione noi saremmo ancora nei nostri peccati e la morte sarebbe la regina dominante la nostra esistenza. Grazie a questo suo mistero di morte e di vita, noi abbiamo il perdono dei peccati e la nostra morte è vinta in forza della sua vittoria. Ecco perché la pasqua del Signore è il punto focale del cristianesimo. Infatti nella sua morte e nella sua risurrezione tutto il mondo si rinnova, il male è vinto, il bene si qualifica sempre di più, la nostra morte è sconfitta per sempre. Oggi più che mai abbiamo bisogno di far tesoro di questa morte e risurrezione del Signore Gesù. La nostra società, pur avendo tutto, pur riempiendoci di prodotti cosmetici per non invecchiare, di medicinali per star bene, di divertimenti per stordirci, non è capace di infondere nei nostri cuori la vera speranza, di farci vedere l'autentica bellezza della vita anche quando si è sotto il peso della croce, non sa darci la ferma certezza che la nostra esistenza non finisce nella tomba. E' solo la risurrezione di Cristo che ci apre veramente a orizzonti sempre nuovi anche con il passare della giovinezza. Ecco allora il mio augurio pasquale che insieme ai vostri sacerdoti rivolgo a tutti i sanfereolini: non temiamo di coinvolgerci nella morte e nella risurrezione di Cristo. Con lui nel cuore tutto la vita fiorisce, la sofferenza è redenta, la morte è aurora di vita nuova. In questi prossimi giorni per voi chiederò al Signore che aumenti nei vostri cuori la virtù della speranza cristiana. Oggi infatti abbiamo più che mai bisogno di speranza, cioè di saper guardare avanti con serenità e pace nel cuore. Il Signore che risorge per noi vi faccia traboccare il cuore di autentica speranza.
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Il padre, i papà (pubblicato il 12.3.2005)di don Virginio Andena C’è una storia che conta edizioni impossibili da contare: diventare papà o padre, o babbo o papy. Non padre come padre Pio o come il padre della patria o il padre del computer. Nei tempi dell'Unione Sovietica c'è stato il tentativo di banalizzare questo ruolo insegnando al bambino che era semplicemente debitore alla madre di qualche litro di latte e al padre di un momento di sfogo sessuale. Ma la cosa non ha attecchito perché la realtà ha radici più solide. Chi ha il dono della fede, vede nel padre una dignità che risale a Dio che è il Padre di Gesù e che vuoi essere considerato Padre da tutti gli uomini. Mentre i musulmani si rivolgono a Dio dichiarando la sua grandezza:"Allah è grande", i cristiani dichiarano il loro rapporto di famiglia: "Padre nostro". Ironia della storia: quando la festa di S. Giuseppe era segnata dal giorno festivo, non c'era la festa del papà; ora che il giorno di S. Giuseppe è stato abbinato alla festa del papà, il19 marzo è regredito a giorno lavorativo. Comunque sia, a parte l'orchestrazione abilmente diretta dal mercato, la festa del papà ha il suo significato plausibile: un grazie al papà non è ma sprecato. Una volta, sulla parete di una casa ho letto una sequenza così concepita «A 7 anni "Mio papà sa tutto". A 15 anni "Mio papà sa qualcosa". A 20 anni "Mio papà non capisce niente". A 30 anni "Mio papà è fuori dal mondo". A 40 anni "... se avessi ancora mio papà!". Se la festa di S. Giuseppe è anche la festa del papà, chi ha la fortuna di avere ancora il papà, è cosa buona e giusta se si fa avanti con un dono e più ancora se per gli altri 364 giorni conserva la fioritura di quell'affetto e di quella riconoscenza che non è sentimentalismo, ma consapevolezza di un dono che si è ricevuto e che si chiama vita. Non occorre scomodare la poesia, ma sarà bene non chiudere gli occhi e il cuore su di un dono che non è un accessorio. Riferisco una scoperta scientifica meritevole di attenzione. I ricercatori dell'Associazione di linguistica e antropologia preistorica di Parigi hanno ricostruito le prime parole dei piccoli antenati dell'uomo moderno passando al setaccio le radici di alcune parole comuni e analizzando le principali famiglie delle lingue parlate nel mondo. Il risultato è che nel 71 per cento dei casi i suono "papà" è associato alla figura paterna. "Papà" non è soltanto una delle prime parole che imparano bambini, ma è anche una delle prime inventate dagli ominidi. Anche in lingue molto diverse fra loro, "papà" è la parola più antica usata dai bambini di 50mila anni fa. Magìa e storia, affetto ed economia, religione e vita si ritrovano nella composizione della festa del papà. Ma è poco.
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Quella cenere sul capo continua a provocarci. (pubblicato il 27.2.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco All’inizio della quaresima abbiamo ricevuto sul capo la cenere. Un gesto molto semplice, ma carico di significato. Ricevendola, noi abbiamo detto il nostro “sì” all’invito del Signore che ci sollecitava alla conversione. L’abbiamo infatti ricevuta dopo l’ascolto della Parola di Dio che ci diceva: Riconciliatevi con Dio. Forse molti ricevono quel gesto e lo vivono per assecondare una tradizione: “ho sempre fatto così”. Altri lo ricevono per scaramanzia: “riceviamola, prima che mi venga qualcosa di brutto”. Altri invece con vero spirito di penitenza, consapevoli che non basta dire che tutto va male, ma che bisogna che ciascuno diventi migliore nel proprio ambiente e con quanti incontra. Se questo è lo spirito con il quale si è ricevuto la cenere, allora quel gesto rimane un continuo invito alla conversione, è un costante richiamo a migliore se stessi e i propri rapporti con i fratelli. Senza tanto baccano, senza dare disturbo, quella cenere continua a dirci: “convertiti, cambia la tua vita, questa società diventerà più giusta, più onesta, maggiormente fraterna, se tu cambi la tua vita secondo il Vangelo”. Questa provocazione è un dono di Dio per ciascuno uomo che voglia essere cristiano e nello stesso tempo collaborare a migliorare la società in cui vive. Dio ha quindi bisogno di noi per compiere la sua opera di salvezza nel pezzo di storia in cui siamo chiamanti a vivere. Non si tratta allora di compiere due sforzi: migliorare noi stessi e la società in cui si vive, ma di uno solo. Nella misura in cui uno diventa un cristiano autentico, nello stesso tempo fa diventare migliori anche tutti gli altri uomini. E’ una legge che la fede dona a chi crede in Gesù Cristo e nella potenza dello Spirito. I grandi santi hanno compiuto grandi cose e rinnovato la società del loro tempo non tanto per quello che hanno fatto, ma per la santità della loro vita. Se veramente abbiamo ricevuto la cenere sul nostro capo e l’abbiamo ricevuta con vero spirito penitenziale, accogliamo allora la sua continua provocazione. E’ la mano del Signore che ci sollecita e ci spinga al rinnovamento della nostra vita. Perché questa provocazione porti frutto, impegniamoci ancora come sempre nell’ascolto della Parola di Dio, nel digiuno e nella preghiera. Solo in questo modo avremo vissuto la quaresima come tempo di ritorno a Dio e avremo dato il nostro contributo al rinnovamento della nostra società. Invito allora voi e me stesso a continuare a vivere con fede e buona volontà questa quaresima 2005.
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E' tempo di quaresima (pubblicato il 7.2.2005) Il tempo non solo corre, ma sembra che voli. Abbiamo da poco celebrato il Natale del Signore ed ecco tra pochi giorni inizia il cammino quaresimale. Il tempo non si può fermare, vola senza nessun nostro permesso, senza che nessuno lo fermi. Tutto passa, tutto si deteriora, e noi tutti diventiamo vecchi. Solo il Signore resta sempre giovane e non si consuma. Felici allora coloro che sanno abbandonarsi a lui secondo lo stile proposto dal Vangelo. E così ecco i giorni della quaresima. La quaresima può essere vista in tanti modi. Quello più giusto è di considerarla un dono del Signore in ordine a rinnovare la nostra vita. Ogni giorno di quaresima dovrebbe essere per ciascuno di noi un passo avanti nel cammino della santità. Ecco allora le proposte della parrocchia in ordine a vivere questi giorni come rinnovamento della propria vita personale e familiare. Abbiamo più che mai bisogno di digiunare. Ma non come ce lo propone la società dei consumi, ma come lo vuole il Signore. Dire di no a qualcosa che ci fa comodo sia in fatto di cibo che per altre cose. Pensiamo ai vestiti dei quali si può fare anche a meno, pensiamo a delle spese superficiali per la casa. Pensiamo poi al digiuno della televisione, che sempre ci spinge al consumismo e ad uno stile di vita frivolo e superficiale. Il ricavato di tutto queste rinunce devolverlo poi per i poveri. Al digiuno deve corrispondere la preghiera. E questa sia per avere la forza per le rinunce, sia per riempire il vuoto creato dalla rinunce. Il legame intimo con il Signore è il motore che spinge e sostiene per una esistenza vissuta secondo il Vangelo. Se non si ha accanto il Signore, se non ci si sente sostenuti dalla sua mano e soprattutto il suo amore, non si è in grado di vivere da veri cristiani. E’ lui infatti che riempie la nostra vita, il vuoto lasciato dalle cose che rinunciamo. Facciamo allora tesoro del sussidio messo a disposizione della parrocchia per la preghiera in famiglia. Partecipiamo alla preghiera silenziosa del martedì sera, alle adorazioni del venerdì pomeriggio e alle vie crucis, e poi troviamo un momento preghiera quando ci troviamo nei pressi della Chiesa. Se il digiuno e la preghiera non portano alla carità, a mettere cioè la nostra vita a servizio dei fratelli, c’è da temere che non siano autentici. La prova di tutto è sempre la carità sincera e generosa. Oggi siamo facili alla solidarietà, ma poco capaci di servizio semplice, umile e soprattutto nascosto. Il Signore ci ha dato l’esempio nel mettersi a lavare i piedi agli apostoli, così dobbiamo fare anche noi. Servire le membra sofferenti dei fratelli che ci stanno accanto, mettere un po’ del nostro tempo a servizio di chi ha bisogno, è la prova che la preghiera è stata sincera, che il digiuno è stato vero. Di servizi ce ne sono tanti da fare. La nostra caritas parrocchiale, come pure la parrocchia per i suoi numerosi servizi, hanno sempre bisogno di volontari e di volontarie. Basta un po’ di buona volontà. Un impegno che rende autentico un vero cammino quaresimale è l’ascolto della Parola di Dio. Il nostro Dio parla. E noi sappiamo dove trovare la sua parola: nella Bibbia. Ecco allora la quaresima come tempo di lettura della parola di Dio, ecco un’occasione per partecipare ai centri ascolto, alla scuola di Bibbia. Il Signore che non si stanca mai di parlarci, deve trovare ciascuno di noi instancabili nell’ascoltarlo. Chi si impegnerà a vivere così i giorni della quaresima, può veramente dire di aver percorso un cammino di conversione e di essere preparato per la pasqua del Signore. La risurrezione di Cristo non sarà allora un qualcosa di estraneo alla sua vita, ma diventerà la sua risurrezione. Potrà veramente dire che la quaresima che ha vissuto è stata un vero dono del Signore.
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Grazie, o Signore, tu guidi la nostra vita (pubblicato il 29.1.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco Ci siamo raccolti questa sera per compiere un gesto molto significativo. Stiamo per concludere un nuovo anno della nostra personale, della storia di questo mondo. E nel concluderlo vogliamo dire grazie al Signore. Non siamo troppo abituati a dire grazie e tanto meno lo diciamo al Signore. Ma almeno questa sera diciamolo a Dio che sempre ci colma dei suoi doni. Perché questo nostro inno di ringraziamento salga a Dio dal nostro cuore e da tutto noi stessi, dobbiamo prima non solo ravvivare la fede che portiamo nel cuore, ma anche mettere momentaneamente in disparte le difficoltà che stiamo vivendo o che abbiamo vissuto in questo anno. Noi infatti ci lasciamo prendere molto spesso dalle difficoltà, dai dolori, dalle croci che portiamo e viviamo ogni giorno. Sotto il peso delle sofferenze, che a volte sono tante, diventiamo incapaci di vedere il bene che abbiamo ricevuto. Quanto bene abbiamo ricevuto, quante grazie ci hanno riempito il cuore. Forse non ce ne siamo nemmeno accorti. Forse abbiamo pensato anche che fossero il frutto delle nostre fatiche, delle nostre capacità, della nostra estrosità. E invece tutto quanto abbiamo vissuto è stato dono di Dio. Ogni grazia, ogni dono, gli stessi giorni che abbiamo vissuto in questo anno che ormai è alle nostre spalle, provengono dalla bontà del Padre celeste che vedendoci, perché lo siamo realmente, suoi amati figli, ci ha sostenuto con il suo amore senza limiti. Ognuno di noi allora, almeno questa sera, lo ringrazi di vero cuore per tutto quanto ha ricevuto personalmente o nella propria famiglia. Ma noi siamo qui come comunità parrocchiale. E allora oltre al nostro personale grazie, dobbiamo dire grazie anche comunitariamente, come famiglia parrocchiale. Come vostro parroco, desidero con voi dire grazie al Signore per quanto ha fatto alla nostra comunità parrocchiale. Sì, perché anche lei, al di là delle sue povertà e infedeltà, ha ricevuto tanti doni e numerose benedizione dal cielo. Ci chiediamo allora: questa nostra parrocchia, di che cosa deve ringraziare il Signore questa sera?
In primo luogo dico con voi grazie al Signore per aver sostenuto la nostra comunità con la potenza del suo Spirito. Una parrocchia non avanti per le capacità organizzative del suo parroco, nemmeno per i volontari che in essa si impegnano generosamente, neppure per i fedeli che la frequentano, ma solo ed unicamente per la potenza dello Spirito. E’ lui che le da la forza per annunciare il Vangeli, per rivivere nella celebrazione i misteri della vita del suo Signore. E’ ancora Lui, lo Spirito, che la manda e la sostiene nella testimonianza evangelica nel quartiere. Sento dire a volte che la nostra parrocchia è vivace, estrosa, fa tante cose. E’ anche vero, ma non è opera nostra. E’ il Signore che lavora e la anima. Se siamo arrivati qui, con tutto quel cumulo di attività e di iniziative, è perché il Signore ha messo nel cuore di tutti noi una forte ed entusiasmante passione per l’evangelizzazione. Carissimi andiamo avanti sotto questo aspetto. Il Signore è vivo in mezzo a noi, collaboriamo con lui. Lui fa sempre delle meraviglie. E allora dico: Grazie o Signore, che nonostante le mie povertà e le miserie di questo tuo popolo di S. Fereolo, ci sostiene come comunità, ci fai essere vivi e intraprendenti. Grazie per averci aiutato nell’evangelizzazione del quartiere. Ricordiamo la giornata dell’evangelizzazione, la settimana per l’accoglienza della nuova zona. I pomeriggi di fraternità così sempre ben riusciti, le celebrazioni solenni sempre coinvolgenti. Nel dirti grazie, o Signore ti chiediamo di aiutarci ancora. Donaci nuovi volontari per l’evangelizzazione, perché desideriamo che ogni zona pastorale del quartiere sia ben servita dalla parrocchia, ogni sanfereolino senta viva e accanto a sé la sua comunità parrocchiale. In secondo luogo, sento il dovere di suggerirvi di dire con me grazie al Signore per quanto va compiendo circa le chiamate per il servizio al Vangelo e alla missionarietà. Una comunità parrocchiale non solo deve preoccuparsi di vivere e annunciare il Vangelo nel proprio territorio, ma deve anche impegnarsi che alcuni suoi figli mettano la propria vita a completo servizio del Signore. E in questi anni il Signore ha tracciato la strada ad un adulto padre di famiglia perché diventi diacono permanente nella chiesa lodigiana. Se Dio lo vorrà, il prossimo anno la nostra comunità avrà questo dono. Sembra che la strada si apre sempre di più anche per chi è avviato al sacerdozio. Il cammino per questa vocazione non è breve, ma comporta fatica e impegno. Siamo convinti che verrà anche per questo nostro parrocchiano il giorno tanto atteso. Ma il Signore lavora anche tra i laici. Tra qualche settimana partiranno due volontari per le terre di missione. Anche queste due vocazioni, segno della grazia del battesimo che matura, è dono di Dio. Una comunità che evangelizza non può non dare vocazioni e far sorgere anime generose che partano per terre lontane. Di questi semi di vocazioni non possiamo far altro che dire un sincero grazie al Signore. E’ lui che mette il seme di vocazione nei cuori dei chiamati, è Lui che poi chiama, forma e manda. Grazie, o Signore, per queste vocazione in via di maturazione, grazie per chi mandi in terra di missione. Noi ti preghiamo, e tu scegli, scegli ancora, scegli sempre. Non manchino mai alla tua Chiesa vocazioni sacerdotali e religiose, missionarie e volontari generosi. Carissimi, abbiamo poi un altro motivo per il quale ringraziare il Signore: il rinnovamento che la nostra Caritas parrocchiale ha da poco iniziato. L’aspettavamo questo momento. E’ arrivato. Ora si sta lavorando con buona volontà di tutti. La nostra Caritas esiste da diversi anni. Sotto un certo aspetto è un vanto per la nostra comunità. Ora ha bisogno però di un rinnovamento sia nelle intenzione che nello spirito. Le necessità del quartiere sono tante. Ci sono gli anziani soli, gli ammalati, i ragazzi bisognosi di aiuto scolastico, coloro che cercano vestiti e alimenti per poter vivere. E tante altre necessità. Come vostro parroco, sogno una Caritas che manifesti veramente e concretamente con la sua attività il cuore e le mani operose della parrocchia. Solo il vostro parroco sa quanti bussano alla porta e chiedono aiuto per sopravvivere. Noi non vogliamo giudicare chi chiede. A noi solo il compito di aiutare fin dove è possibile. Il giudizio lo lasciamo solo a Dio. Il rinnovamento che ha iniziato in questi ultimi tempi, sembra promettere molto bene. Continuiamo però ad avere sempre bisogno di volontari. La Caritas sarà veramente questo cuore e queste mani solo se aumenteranno le anime generose. Non dobbiamo temere di coinvolgerci. È il Signore che attraverso questi poveri, ci chiede aiuto, comprensione amore. Che un membro della nostra Caritas abbia ricevuto otto giorni fa in comune, il premio cittadino della bontà, è un segno che fa grande la nostra realtà caritativa. Grazie o Signore per questa nostra Caritas parrocchiale. Grazie perché la sostiene con tanti volontari, e ora la spingi al rinnovamento. Fa comprendere a tutti che servire il povero, l’ultimo, l’ammalato, il ragazzo in difficoltà, noi aiutiamo te. Donaci sempre nuove anime generose che senza pretendere nulla, donano un po’ di se stessi, del loro tempo e delle loro qualità. Facci comprende che solo mettendo la nostra vita a servizio degli altri noi la ritroviamo. Lo scorso anno abbiamo detto grazie al Signore perché la nostra comunità parrocchiale si presenta agli occhi di chi la guarda, con un grande numero di volontari. Dicevano e diciamo ancora che la nostra parrocchia è volontariato, è tutto volontariato. Quest’anno dobbiamo però dire grazie al Signore perché in tutti questi lavori di rinnovamento delle strutture che abbiamo intrapreso, ci mette accanto persone qualificate, che oltre alla competenza, si prodigano con grande generosità. Carissimi, solo il vostro parroco sa quanto questi volontari siano preziosi per il bene della parrocchia. Conoscendomi e sapendo di quale pasta sono fatto, questi aiuti non solo qualificano il lavoro, ma mi sostengono e mi danno forza per continuare con generosità il mio servizio tra voi. Dico allora di cuore: grazie o Signore. Tu sai quanto siamo deboli e fragili, incapaci e limitati, ma tu ci sostieni con l’opera e la buona volontà di tanti fratelli e sorelle. Noi ti diciamo grazie per questo dono. E’ proprio vero, o Signore, che solo unendoci, noi siamo una città forte, solo unendo le nostre forse e le nostre capacità, noi siamo in grado di compiere le tue meraviglie. Che ognuno dia sempre il suo apporto, che ognuno metta insieme agli altri le proprie qualità e capacità per essere costruttori di cose sempre nuove e belle per la tua gloria e il bene di tutti. Carissimi, c’è però un grazie del quale sento prepotente il bisogno di elevare al Signore. E’ un grazie che eleviamo ogni anno. Si tratta della presenza della mano provvidente del Signore che ci sostiene nelle nostre opere di rinnovamento delle strutture parrocchiali. Dopo la Chiesa parrocchiale, abbiamo iniziato a rinnovare la palestra e a costruire i nuovi spogliatoi, quelli vecchi verranno rinnovati tra pochi mesi. Abbiamo intrapreso questa opera per venire incontro ai nostri ragazzi e ai nostri giovani. Le nuove generazioni ci stanno nel cuore, anche se troviamo tanta fatica a trasmettere loro i veri valori della vita. Anche in questo lavoro abbiamo confidato nella provvidenza. E sentiamo che adagio, adagio come è il suo stile, ci viene incontro. Tra pochi mesi, in aprile, come ho comunicato nella notte di natale, inizieranno i lavori per questa chiesa. Una nuova fatica che iniziamo per amore dei nostri anziani, dei portatori di handicap, per tutti. Vi confesso carissimi, che nutro una certa trepidazione, non tanto per la spesa, perché confido sempre nella provvidenza e nella vostra partecipazione, ma al pensiero di buttar giù una chiesa. Sì, perché si tratta di un radicale e completo rinnovamento. Sarà bella, anzi bellissima. Sì, la desideriamo bella perché, per quanto è possibile alle mani e alle capacità degli uomini, manifesti un poco la bellezza del nostro Signore. Confido allora, come ho sempre fatto, nella provvidenza di Dio e nella vostra generosità. Ciò che facciamo è per voi. E sarete voi a goderla più di noi sacerdoti che oggi siamo qui e forse domani siamo trasferiti altrove. Per tutto questo, ti diciamo grazie, o Signore, perché la tua mano provvidente ci segue e ci dice di non avere paura. Tu lo sai, o Signore, che tutto quanto facciamo, lo facciamo per te, tutto lo doniamo a te, vogliamo che tutto canti il tuo amore e la tua benevolenza. Aiutaci in queste fatiche, fa che tutti comprendiamo che ciò che doniamo alla tua Chiesa, è donato a te e che tu ti ricordi sempre delle nostre mani generose e dei nostri cuore aperti e sensibili alle necessità della comunità parrocchiale.
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Un nonno, un nipote (pubblicato il 27.1.2005)di don Virginio Andena “Peppino, tuo nipote?” e la risposta affermativa agli amici aveva la caratura dell'orgoglio da parte di mio nonno e della gioia da parte mia per sentirmi amato e riconosciuto. Sarei curioso di conoscere l'espressione dei rapporti fra Gesù Bambino e i suoi nonni materni, Gioacchino e Anna. Comunque sia, il mese di febbraio inizia con il ricordo della presentazione di Gesù al tempio di Gerusalemme e l'incontro con Simeone e Anna. Gesù era di 40 giorni, mentre Simeone e Anna erano molto avanti negli anni, ma quel prendere in braccio Gesù divenne un momento così straordinario da far dire che si poteva anche morire perché i loro occhi avevano visto il Salvatore. C'è una misteriosa relazione fra i primi passi dell'uomo e gli ultimi, fra l'aurora e il tramonto della vita, fra i nipoti e i nonni. Anche quelli che hanno avuto un comportamento piuttosto rigido con i figli, una volta entrati nella superiore categoria dei nonni, facilmente il rigore lascia il posto alla tenerezza, alla comprensione, all'accondiscendenza. Tutto è inserito nel grande computer della vita e diventa un prezioso scambio di comunione. In genere si dice che i nonni offrono ai nipoti il dono dell'esperienza e questi tra smettono ai nonni il dono della spontaneità semplice e disarmante. Da che mondo è mondo, è l'amore che carica le pile della vita in ogni sua stagione, anche quando c'è un bambino che diventa povero se gli viene a mancare l'affetto dei nonni e c'è un nonno che diventa ricco se alimentato dall'affetto dei nipoti. Quando si dice che gli estremi si toccano, questo vale anche per l'arco della vita rappresentato dal bambino e dal nonno. E' facile mettere cornici dorate al nonno che accompagna il nipotino a scuola, che rimpiazza gratuitamente i genitori impegnati nel lavoro, che foraggia continue elargizioni su richieste del piccolo pretendente al trono. Ma non è oro tutto ciò che luccica perché c'è un nipote che non s'accorge minimamente della solitudine dei nonni o che se li tiene buoni perché la mungitura di euro è a ritmo continuato e segreto... Senza abbandonarsi a considerazioni sentimentali e a luoghi comuni, le relazioni fra nipoti e nonni contengono un valore enorme per quello scambio e comunione di esperienze, di affetti, di presenze che rendono la vita più gradevole, più vera, più umana. Se dalla teoria si avesse il coraggio di passare all'esperienza, sono garantiti i frutti da un enorme valore aggiunto per il nipote che cresce e per il nonno che guarda le luci e le ombre del sentiero che ha già percorso e che comprende l'inestimabile valore dell'attimo presente.
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C'è posto anche per te (pubblicato il 9.1.2005) Una parrocchia esiste e vive per il bene della gente che abita in quel territorio in cui essa si radica. Stando questo principio dobbiamo allora dire che la nostra comunità parrocchiale non esiste per il suo bene, non vive per gloriarsi di quello che fa, ma per servire il quartiere. E’ servendo il quartiere che rende gloria a Dio. Se questo non avvenisse, non solo tradirebbe se stessa, ma non sarebbe secondo la volontà del Signore Gesù e non avrebbe troppo futuro. Se vive per il quartiere che cosa è chiamata a fare? Ad amare e a testimoniare il Signore Gesù attraverso e per mezzo del servizio fatto particolarmente a favore dei poveri e degli ultimi. Se questo è vero, come d’altra parte è verissimo, dobbiamo allora chiederci se la nostra comunità parrocchiale è pienamente a servizio degli abitanti del nostro quartiere. Se vogliamo essere sinceri dobbiamo dire che di servizi ne svolge. Forse non tutti sanno quanti volontari operano in parrocchia. Pensiamo ai giovani e agli adulti sia per la catechesi che per l’attività sportiva, sia per la Caritas e per tanti altri servizi di pulizia e di ordine nelle nostre chiese e negli oratori, per la raccolta della carta e per tanti altre necessità. Dobbiamo tuttavia dire che la richiesta di aiuti che giungono in parrocchia va al di là delle forze attualmente disponibili. Mancano quindi volontari su tutti i versanti. Se facciamo questo richiamo è perché avvertiamo la necessità che altri mettano volentieri un po’ del loro tempo a favore di chi ha meno e chiede aiuto. Non possiamo lasciare inascoltate alcune richiesti di anziani, di ragazzi che se anche non parlano, ci fanno percepire solo guardandoli, tutto il loro disagio. Oggi la possibilità di avere volontari disponibili è più grande di altri tempi. Pensiamo a chi va in pensione ancora abbastanza giovane e in buona salute. Il numero di queste persone sia uomini che donne, va sempre più crescendo. E allora ci chiediamo: perché non fanno un po’ di volontariato? Perché non danno anche solo un poco del loro tempo ormai liberato dalla fatica quotidiana del lavoro in fabbrica o in ufficio? Forse la paura di non farcela? Ci sono diversi servizi in parrocchia. E sono possibili a tutti. Forse perché non si sentono preparati? Non occorre tanta istruzione per fare della spesa a degli anziani e tanti altri lavoretti. Forse perché devono fare tanto in casa per i nipoti, per i propri vecchi? Anche qui un piccolo servizio, è sempre possibile. La ragione sembra essere quella della paura di coinvolgersi troppo, di perdere la propria libertà, ma anche forse e senza forse, è la pigrizia. E’ questo a nostro avviso il punto dolente. Ma quando le necessità bussano alla porta della propria casa allora si corre alla caritas parrocchiale e si va dai sacerdoti. In queste circostanze si avverte allora la necessità e il valore del volontariato. Ci chiediamo: perché occorre arrivare alle necessità per capire che oggi occorre il volontariato? Non aspettiamo allora di avere bisogno di qualche volontario per i propri vecchi, o forse anche per noi stessi, per auspicare un maggior numero di volontari. Impegnamoci allora subito e, al momento opportuno, avremo chi ci aiuterà.
DI CHE COSA ABBIAMO BISOGNO? Per alcuni anziani, si tratta di andare a fargli la spesa. Chi non è capace di compiere questo gesto? Per altri anziani, occorre un po’ di compagnia. Essendo sempre in casa da soli. Non si chiede di passare da loro tutti i giorni, ma una volta o due alla settimana per una breve chiacchierata. Per i nostri ragazzi del doposcuola, occorre circa un’ora alla settimana, in un giorno concordato, per aiutarli a fare i compiti. Non è necessaria una cultura particolare. Per i vestiti della Caritas: necessitano persone per lo smistamento. Qui si tratta di un un’ora o poco più in un pomeriggio alla settimana. Necessita anche un uomo per la sistemazione dei sacchi con gli indumenti. Anche qui si tratta di un pomeriggio alla settimana per il tempo di un’ora o forse anche meno di un’ora. Per la pulizia dell’oratorio al lunedì mattina dalle ore 9 alle 10,30 circa, oppure nel pomeriggio alle ore 14,30. Si tratta di pulire quegli ambienti che i nostri ragazzi durante la catechesi e la loro ricreazione sporcano. E poi tanti altri piccoli lavoretti che non richiedono una grande quantità di tempo, solo un po’ di buona volontà e di generosità. Capita spesso di sentire degli uomini e delle donne che si preoccupano per il loro peso che va al di là della norma. E che dire di quelli preoccupati del loro fisico che diventa duro e legnoso? Sono sempre convinto che un po’ di lavoro fatto con amore a servizio degli altri, è la migliore medicina per non invecchiare nel corpo e nello spirito. E’ quanto mai vero il proverbio che dice che il lavoro nobilita. Sì, nobilita perché fa felici gli altri, ci dona la gioia di essere sempre utili e nello stesso tempo ci rende agili e scattanti. Non sappiamo quanti raccoglieranno questo S. O. S della parrocchia. Noi l’abbiamo lanciato con tanta speranza di trovare qualche risposta. Una cosa è certa che il volontariato è prima di tutto un bene per chi lo compie. E non farlo quando appena si può, e molti, a nostro avviso, potrebbero fare qualcosa, perdono qualcosa. Noi però con questa richiesta speriamo che qualcuno risponda e sperimenti la gioia di fare del bene. Chi intende fare qualcosa di questo volontariato si rivolga al parroco tel. 0371/30658 o alla Caritas parrocchiale tel. 0371/430885.
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