| archivio - 2' semestre 2005 |
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Buon Natale a tutti! (pubblicato il 22.12.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco Che cosa può augurare un parroco alla sua gente a Natale? Sembra scontato che anche lui auguri: Buon Natale. Ma questa espressione sulla sua labbra e soprattutto nel suo cuore ha uno spessore non sempre afferrabile da tutti. Per capire qualcosa bisognerebbe entrare nel suo cuore di prete e soprattutto di parroco.
Ecco allora carissimi sanfereolini, che cosa vuol dirvi il vostro parroco con questa usuale espressione natalizia. Vi auguro in primo luogo di saper vedere in quel bambino che nasce di nuovo nel mistero della liturgia natalizia, l’amore di Dio per voi, per ogni famiglia. Dio ci ama: questa è la verità fondamentale della nostra fede cristiana. E per dirci e donarci il suo amore si fa bambino, perché nessuno abbia timore ad accostarsi a lui. Come vorrei allora che tutti i cuori si aprissero a questo suo amore! Augurandovi Buon Natale, vi dico: lasciatevi amare da questo Bambino, è Dio in carne ed ossa. Viene per noi e solo per noi. Non c’è allora da temere. Infatti non viene per giudicare, non viene per condannare, viene solo ed unicamente per amare. Beati coloro che si lasceranno amare. In secondo luogo dicendovi Buon Natale, vi auguro di lasciar entrare nelle vostre famiglie questo amore che viene dall’alto nel segno di un Bambino. Le famiglie di oggi, le nostre famiglie, hanno quanto mai bisogno di avere questo Bambino. Sappiate bene questo, carissime famiglie: il figlio di Dio non viene come un intruso, che da fastidio, è l’amore e la pace in persona. E di questo amore e di questa pace, oggi voi famiglie ne avete quanto mai bisogno. Non viene perché ha fame, lui ha tutto, è il creatore. Non rovina i vostri progetti, ne ha però uno speciale per voi. Non ha bisogno di soldi e nemmeno di vestiti, nelle sue mani ci sono tutti i tesori del mondo. Viene per darvi quel amore di cui oggi la famiglia è mancante, viene per creare unità tra tutti i componenti, viene per sanare le ferite e donare speranza in mezzo alle numerose difficoltà che voi avete e dovete affrontare ogni giorno. Augurando a tutte le famiglie di S. Fereolo Buon Natale, vi dico: fategli posto, mettetelo al centro della vostra famiglia. Se farete questo sperimenterete presto quanto è grande il suo amore. Anche il cuore del vostro parroco ha delle preferenze. Perdonatemi, ho anch’io le mie debolezze. Vorrei fare gli auguri di buon Natale in modo particolare a tutti coloro che vivono lontani dalla fede cristiana e non frequentano più la comunità parrocchiale. Vorrei raggiungerli almeno in questa circostanza per mezzo del nostro bollettino parrocchiale. Per tutti questi, dico sinceramente a tutti, nutro sempre un’attenzione particolare. Nel mio limite, cerco di avere la passione di Gesù che guarda maggiormente alla pecorella che si è allontanata dal gregge e che alle novantanove che sono rimaste nell’ovile. Se non avessi questa debolezza (se poi è debolezza) non sarei tranquillo. E allora nel dire Buon Natale a tutti questi fratelli e sorelle, e sono tanti, siano giovani che adulti, cercate di entrare ancora una volta nella casa del Signore. Fermatevi un poco nel silenzio davanti al presepe. Se vi riesce, cercate anche di accostarvi ancora una volta al sacerdote o per un dialogo o - se appena potete - per avere il perdono di Dio. Non abbiate paura. Se ci sono state delle delusioni, l’amore del Signore è più grande e continua ad esistere ancora anche per voi. Se la vita vi ha portato lontano dal Signore, lui è sempre alla vostra ricerca. Vi sta cercando ancora in questo Natale, e vi cercherà anche dopo questo suo grande giorno. Il mio più cordiale e speciale augurio va però anche a quanti in questo Natale sono sotto il peso della croce. Più vado avanti nella vita, maggiormente mi convinco che questa è veramente una valle di lacrime. Sono allora vicino a quanti sono segnati dalla malattia, dalla sofferenza del corpo e dello spirito. Sono vicino a quanti hanno provato il doloro del distacco da qualche loro congiunto. Quanti funerali abbiamo vissuto in questi ultimi mesi. A tutti questi, che più di tutti gli altri fedeli porto nel cuore perché partecipo sempre al loro dolore, dico: non prendetevela con il Signore, nemmeno con quel Bambino, figlio del Dio benedetto. Se Dio ci ha dato questo suo figlio, che per noi andrà a morire sulla croce, è segno che condivide la nostra sofferenza e ci dona la speranza. La speranza che il dolore offerto per amore è fonte di vita nuova, che i nostri cari sono vivi nel suo amore e ci sono ancora accanto. A tutti i sanfereolini, che ormai formano la mia famiglia, auguro buon Natale, assicuro di portare tutti al Signore Gesù che nella notte di Natale deporrò Bambino nel presepe e che poi renderò presente consacrando il pane e del vino. Voglia questo Bambino in questo natale 2005 aprirci il cuore e farci gustare quanto è meraviglioso lasciarsi amare ogni giorno dal Padre che sta nei cieli. E allora a tutti e indistintamente: Buon Natale!
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Grandezza di Dio, dignità dell'uomo (pubblicato il 26.11.2005)di don Virginio Andena La cronaca ci ha reso familiare un'espressione che intende rivendicare la corona di cui ci si crede fregiati: “Lei non sa chi sono io”! Da più di tremila anni, il buon Dio continua a ribadire: “Io sono il Signore Dio tuo e quindi non avrai altro Dio fuori di me”. L'impressione può essere quella di trovarsi di fronte a un Dio che non vuol essere secondo a nessuno e la corona imperiale la mostra a tutti gli spettatori. Il Concilio ricorda che senza il Creatore, la creatura svanisce e Giovanni Paolo II affermò che soltanto in forza di questo primo comandamento si può pensare ad un autentico umanesimo. Di fatto il buon senso dice che se esiste Dio creatore, a me creatura compete di riconoscere il suo primato e quindi lo adoro, compete di riconoscere la sua autorità e quindi accolgo le sue parole, compete di riconoscere la sua bontà e quindi lo ringrazio per i benefici ricevuti. L'ateismo teorico o pratico è l'atteggiamento più irrazionale dell'uomo. L'agnosticismo è il buttare in mare la bussola per sentirsi più liberi nella navigazione. La idolatria è la stupidità più ridicola, mentre la superstizione è l'atteggiamento più insulso anche da parte di chi dice di non credere all'oroscopo ma intanto l'ha sostituito alle preghiere del mattino. Non è difficile constatare che se l'uomo non adora Dio, si prostrerà dinanzi agli idoli: l'idolo del denaro, del piacere, del potere, del proprio io che prende il posto di Dio. S. Francesco trascorreva le notti esprimendo a Dio la sua adorazione: mio Dio, mio tutto! S. Tommaso nel cenacolo esce dal dubbio esclamando: mio Signore e mio Dio! Il musulmano si prostra con la fronte sino a terra mentre riconosce che: Allah è grande! Se è vero che Dio esiste, senza scivolare nel fanatismo, questo Dio diventa il perno di tutta la mia vita, la sorgente di tutte le mie decisioni, il vertice di ogni mio desiderio. Non avrai altro Dio fuori di me: sostituirlo con un idolo offerto dalla moda è scambiare l'oro con il ferro. Non avrai altro Dio fuori di me: rifiutarlo per credersi più libero è mettersi in macchina con il serbatoio vuoto. Non avrai altro Dio fuori di me: sceglierlo come il numero uno della vita non è un declassare l'uomo ma è semplicemente collocarlo al suo giusto posto. Già all'inizio della nostra storia ci fu una contestazione da parte di una squadra di angeli guidati da Lucifero. La parola d'ordine fu: non serviamo, non servirò a Dio: pare che i risultati non furono positivi. In questi tempi s'è levato un grido: Dio è morto! E' per questo motivo che l'uomo sta toccando il fondo. Voglio vivere? Risponde il primo comandamento: parti da Dio. Fallimento assicurato è non volere che Dio sia il tuo Signore, il Signore della tua vita. Il Manzoni diceva che l'uomo non è mai tanto grande come quando è in ginocchio davanti a Dio.
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Vieni, Signore Gesù (pubblicato il 26.11.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco E così ci ritroviamo di nuovo nel tempo d’Avvento. Questa parola, usata dalla chiesa, indica non solo attesa di ciò che verrà, ma anche ciò che si attende. Ciò che importa non è tanto l’attendere, ma ciò che si spera di avere. L’uomo di tutti i tempi porta nel cuore la propensione all’attesa. Il suo spirito, il suo cuore, la sua anima sono e restano sempre proiettati in avanti. E questo lo si vede molto bene nell’età giovanile. Anche l’adulto attende, ma la sua attesa è piuttosto pacata, prudente, a volte anche sospettosa. Solo l’anziano, sulle cui spalle pesano tanti dolori fisici e forse anche numerose amarezze, non attende più nulla, vive piuttosto nella rassegnazione. Se è vero che ognuno di noi è sempre in attesa, non per questo attendiamo la medesima cosa. Su questo aspetto ci sono diversità enormi. Variano da uomo e uomo. Molto dipende dalla situazione in cui si vive. Il benestante attende che i propri beni aumentino. Il povero attende una vita migliore. Ma la diversità che maggiormente ci distingue in questa attesa è data dalla fede che si vive e che plasma la propria esistenza. Il cristiano infatti con la celebrazione dell’avvento, attende di rivivere il mistero della nascita del suo salvatore. Non attendiamo una festa, non desideriamo dei regali, non aspiriamo ad una sola giornata di bontà, non bramiamo giornate di ferie o di vacanze. Anche se tutto questo può essere il seguito di ciò che attendiamo, noi viviamo l’avvento per prepararci a rivivere il mistero della nascita del Figlio di Dio. Noi attendiamo allora di vedere il volto umano del nostro Dio e, una volta visto, vogliamo lasciarci prendere dal suo amore per poter realizzare poi la nostra vita sul suo esempio e sul suo insegnamento. Se vogliamo veramente vedere il volto umano del nostro Dio in quel bambino che ci verrà dato nella solennità del natale, dobbiamo prepararci nei dovuti modi. E il vero modo non lo inventiamo noi, ma ce lo indica Colui che attendiamo. Solo in questo modo non corriamo il rischio di aver atteso invano la sua venuta e soprattutto di non sperimentare a livello di fede la ragione della sua venuta. Ecco l’impegno fondamentale che ci viene chiesto dal Signore che ci invita a prepararci alla sua nascita: aprirgli il cuore L’incontro con il Signore Gesù che si fa bambino per dirci tutto l’amore del Padre avviene infatti nel cuore dell’uomo, della dona, del giovane e del bambino. La religione cristiana è infatti la religione del cuore. Il nostro Dio infatti guarda il cuore, giudica il cuore, vuole soprattutto essere accolto nel profondo del nostro cuore. Nel cuore si gioca allora il mistero della nostra salvezza. Carissimi, se è vero che il Signore che verrà, desidera entrare nel nostro cuore, cerchiamo allora in questo tempo d’avvento, di apriglielo e di renderlo degno di accoglierlo come è possibile ad un cuore umano. Solo in questo modo, noi saremo sicuri di aver fatto natale nel giusto modo, ma soprattutto avremo sperimentato la straordinaria grandezza del suo amore.
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Un dieci per tutti (pubblicato il 27.10.2005)di don Virginio Andena In una Diocesi è il Vescovo che da' il “La” alla vita pastorale e questo “La”, in parole altisonanti, viene chiamato “piano pastorale”. A Lodi ci troviamo in una situazione strana, perchè il Vescovo Giacomo da un anno ha fatto le valigie ma è ancora qui, mentre non conosciamo neppure il nome di quello che dovrebbe venire. Per non provocare un buco nero anche nel campo della terra di S. Bassiano, si è pensato di ripassare non la tavola pitagorica ma la tavola dei 10 Comandamenti, quella che circa 3 mila anni fa Dio consegnò a Mosè sul Sinai. Chi non ha visto il film “I Dieci Comandamenti”? Chi non ha letto la storia nel libro dell’Esodo? Gesù poi non ha cambiato musica e a chi gli chiedeva cosa fare per avere la vita eterna, disse chiaramente: osserva i Comandamenti! Gesù li ha arricchiti con i consigli evangelici (l'esortazione alla povertà, alla castità e obbedienza). Li ha anche riassunti nel comando dell'amore che è il più grande dei comandamenti e resta il cuore della religione cristiana. Nella Bibbia è scritto che i 10 Comandamenti Dio li ha scritti “con il suo dito”, quasi fossero le parole di Dio per eccellenza. E' Dio che traccia un cammino di vita al suo popolo che intende raggiungere la libertà non solo abbandonando la schiavitù del Faraone ma anche quella provocata dal peccato. Così, i 10 Comandamenti appartengono alla rivelazione di Dio e nello stesso tempo evidenziano i diritti e i doveri fondamentali inerenti alla natura della persona umana. Prima di essere incisi sulle tavole al Sinai, i 10 Comandamenti sono incisi nel cuore dell'uomo. Adesso, in base alle nuove concezioni pedagogiche, pare che la memoria dei bambini non debba subire violenza da parte dei maestri con le poesie e dei catechisti con la proposta di imparare la filastrocca dei 10 Comandamenti che - in noi di una certa età - restano indelebili. Comunque sia, riconosco che i 10 Comandamenti non trovano accoglienza nel computer del 3° millennio. Abbiamo applaudito al principio innovatore: è proibito proibire. Abbiamo alimentato il dubbio sulla validità dei Comandamenti in ordine ad assaporare sino in fondo la libertà. Abbiamo avvertito il fastidioso peso di queste leggi e abbiamo scoperto che è facile liberarcene spostandoci sul binario del “fai da te”, senza alcuna dipendenza. Paolo VI voleva allestire in Vaticano una Galleria di arte moderna e sapendo che Jean Guitton era amico di Picasso, lo incaricò di chiedere una sua opera. Picasso dichiarò di essere disposto a dare più di un quadro ma ad una condizione: che il Papa togliesse dalla tabella il 6° Comandamento! Chi li vuol snobbare, trova soluzioni più semplici. Se a volte i Comandamenti fanno sentire il loro peso, è come il peso delle ali per gli uccelli: si possono togliere ma così non è più possibile volare. Per oggi basta perchè questa è una specie di introduzione e, a Dio piacendo, ci vedremo sulla passerella del Bollettino per 10 mesi. Attenti a non ripetere la stupidità della volpe che, saltando, non arrivava ai grappoli d'uva e allora uscì trionfante dalla vigna dichiarando: è acerba! E' una favola di Fedro ma può essere la nostra poco onorevole fotografia e lasciamo cantare i comandamenti dell'amore al nostro Gianni Morandi. Adesso proprio basta e tolgo il dito dalla piaga ma per rimetterlo, probabilmente, la prossima volta.
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I santi ed i morti (pubblicato il 27.11.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco Normalmente si dice che novembre è il mese dei morti. E i santi dove li mettiamo? Chissà perché preferiamo parlare e raccontarci dei morti e non diciamo niente dei santi. Eppure vengono anch’essi ricordati in novembre. Questo silenzio sulla festività dei santi che la Chiesa ci fa celebrare al primo di novembre, nasce dal fatto che molto spesso riteniamo i santi diversi da noi. E invece sono quei nostri fratelli e sorelle ormai arrivati a casa, cioè in paradiso. E’ la nostra meta, è il traguardo a cui tutti dobbiamo arrivare. Non importa se presto o tardi. Se da giovane o da anziano. Se consapevoli o ignoranti di questa meta. Tutti i nostri passi, anche inconsapevolmente, sono orientati a questo punto d’arrivo. Carissimi, che meta stupenda abbiamo davanti a noi. Chissà perché ci pensiamo poco e nemmeno ricordiamo i nostri cari che sono ormai già arrivati. La nostra vita infatti trova il suo vero significato non nelle cose che abbiamo, non per la giovinezza che sfugge, non per le numerose soddisfazioni che possiamo avere, ma nel raggiungimento di questa meta. Il pensarla, il desiderarla, il sognarla, senza per questo rifiutare le cose belle e sante della vita qui in terra, è fonte di nuove forze per un impegno sempre più generoso in ordine a creare una società migliore e a far fiorire sempre più la vita in noi e attorno a noi.
I Santi sono quegli uomini e quelle donne, quei giovani e quei ragazzi, forse i nostri stessi genitori, quei sacerdoti e le suore, dai quali abbiamo ricevuto tanto bene e che hanno segnato la nostra vita. Dopo aver attraversato la grande tribolazione, ed essendo rimasti fedeli all’amore del Signore, sono giunti a casa, accolti dalla santissima Trinità e quindi resi partecipi della stessa sua vita. In paradiso non ci si arriva se non resi santi dal sangue di Cristo. Non è infatti possibile accedere a questa patria senza il cuore pieno di carità, senza l’abbandono alla misericordia di Dio.
Quando parliamo dei morti intendiamo di solito quei nostri fratelli e sorelle che attendono di entrare nella casa del Padre, in paradiso. Per la fede che portiamo nel cuore e per quella consapevolezza che ci fa ritenere Dio come il santo per eccellenza, sappiamo che non si può arrivare da Lui se non pienamente santificati. Ecco perché eleviamo preghiere, suppliche,compiamo opere di carità, facciamo celebrare Messe a loro suffragio. Con queste opere vogliamo non solo dimostrare loro che li ricordiamo ancora, ma vogliamo anche affrettare il loro ingresso in paradiso. Ed è tutto questo che loro si aspettano da noi. I fiori come pure i ceri, non purificano il loro cuore, non li rendono graditi a Dio, ma soltanto le nostre opere sante fatte in loro suffragio. Qualche fiore e qualche cero possono anche andar bene, manifestano esternamente il nostro ricordo, ma limitarsi a questi, è segno di scarsa fede e poca attenzione alle loro vere necessità. Noi, a differenza dei santi e dei morti, siamo ancora sulle strade di questo mondo. Stiamo percorrendo ancora il nostro pellegrinaggio esistenziale. Siamo in attesa della beata speranza. Che cosa dobbiamo fare allora? In primo luogo non dobbiamo far nulla contro la vita che abbiamo ricevuto in dono, ma viverla e portarla a compimento secondo la volontà del Signore. Lui infatti vuole più di noi stessi la nostra piena realizzazione. In secondo luogo vivere le cose belle e sante che il Signore ci dona ogni giorno. Fare del bene disinteressatamente. Rendere la nostra vita sempre più conforme al Vangelo. Impegnarci a rendere meno pesante la vita a tanti fratelli e sorelle che vivono sotto la croce. In poche parole vivere attendendo l’incontro con Colui che ci ha creati e vuole renderci partecipi della sua vita e della sua gioia. Mentre abbiamo tempo, in attesa dell’incontro beato con Dio e con tutti i nostri cari, viviamo le beatitudini del Vangelo. Cerchiamo di diventare santi perché il tempo dell’attesa prima di entrare alla grande festa del Paradiso al di là di questa terra, non sia troppo lunga. Mentre attendiamo, ricordiamo nei dovuti modi anche i nostri cari defunti, sia in segno di riconoscenza, sia perché loro stessi siano contenti del nostro ricordo.
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9 ottobre, la sagra, la festa (pubblicato l'1.10.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco La sagra è un avvenimento di umanità e di fede. La festa che si realizza in queste giornate è caratterizzata dall’incontro tra persone e dalla celebrazione ad onore di un santo. Ogni parrocchia è infatti affidata alla protezione della Vergine Maria o di un santo. In mancanza di questi si celebra qualche avvenimento che ha caratterizzato la sua vita. La nostra parrocchia infatti durante i giorni di sagra rivive il giorno della dedicazione della sua chiesa al Signore. Nei giorni di sagra noi viviamo sempre in una mirabile sintesi l’aspetto umano e cristiano della nostra vita. Un aspetto richiama l’altro e insieme si esprimono con tanta semplicità e creatività. Perché ci sia veramente una sagra è necessario che vi siano tutti e due. Se mancasse uno di questi aspetti non avremmo più la sagra, intesa nel senso tradizionale. Questa festa infatti è nata sotto il campanile di una chiesa. E come tale ha sempre avuto come caratteristiche l’aspetto religioso e quello umano, cioè dell’incontro tra persone. Se manca uno, abbiamo allora una festa, ma non la sagra. L’aspetto religioso sta allora a fondamento della vera sagra. Infatti prima c’è il momento attorno al santo patrono, poi da qui si snoda tutta quella serie di attività che non fanno altro che manifestare il momento religioso.
Il momento religioso è sempre preceduto da qualche giorno di preghiera e con la possibilità delle confessioni, C’è poi il suono festoso delle campane che crea il vero clima della festa. Il momento focale sta però nella celebrazione solenne della Messa. In alcune parrocchie poi si tiene anche la processione per le vie del paese. Nei giorni della sagra si prega per i vivi, ma anche per i defunti. Anche se si fa festa, questi fratelli non vengono dimenticati. Per chi ha fede sono ancora vivi. Questo momento religioso fa da fondamento alla sagra. Non sarebbe vera, se mancasse o non fosse tenuto in considerazione. Ciò che caratterizza soprattutto questo momento è il fatto che alla celebrazione solenne della Messa sono presenti tutte le autorità del luogo. Da noi non avviene per ovvi motivi, ma nei paesi sì. Incontrato e lodato il Signore, ecco la festa. E’ la conseguenza. Gli abitanti del paese o del quartiere, si ritrovano tutti con parenti e amici. La tavola ben preparata e soprattutto con qualcosa di diverso o in più degli altri giorni, unisce non solo i corpi, ma anche gli spiriti. La festa poi si prolunga negli ambienti della parrocchia e del parco giochi. Qui è la festa dei piccoli e i dolori del portafoglio dei genitori. Ma anche qui si fa festa incontrando amici e vecchie conoscenze. Si rinsaldano i legami e ritrova nuovo slancio per un ulteriore tratto di strada che subito dopo a sagra si dovrà di nuovo percorrere. Tra pochi giorni saremo anche noi nel pieno della sagra. La sagra di S. Fereolo. Come parroco invito tutti a vivere queste giornate con animo aperto e con cuore spalancato. Sforziamoci tutti di superare problemi e difficoltà, cercando di rinsaldare vecchie amicizie. Incontrandoci salutiamoci tutti. Siamo tutti sulla stessa barca. Più il cuore si apre e accoglie chi si incontra, maggiormente si trova serenità e la stessa vita diventa più sopportabile. Auguro allora a tutti sia agli abitanti di S. Fereolo come pure a coloro che arriveranno, di vivere giornate di vera fraternità e di autentica gioia. Ne abbiamo tutti bisogno.
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Dentro ed oltre la cronaca (pubblicato l'1.10.2005)di don Virginio Andena Perché Roberto ha sposato Gelsomina? Perché Alfredo vive da single? Perché Franca ha scelto il convento? Come avviene una simile scelta? Interviene il caso, la fortuna, il destino? Per gli antichi greci e romani l'uomo era telecomandato dal fato, dal destino che lo conduceva nella vita secondo una determinazione irreversibile.. C'è un libro che non spiega il significato dei sogni, non rivela i criteri del destino, non considera l'uomo un automa spinto da forze oscure ma assicura che ogni uomo è creato da Dio per amore e per amore Dio lo chiama a seguire una certa strada nella vita. Questo impianto noi lo chiamiamo “vocazione” e naturalmente quel libro che rivela questo segreto è il Vangelo. Pare un cambiamento di suonatori, ma la musica resta la stessa: qualcuno decide per me! Non è proprio così se questo Qualcuno è una persona che mi ama ed io mi fido totalmente di lui che ripeto la famosa dichiarazione: eccomi, si faccia di me secondo la tua parola! Insomma si tratta di un vero gioco d'amore per il quale io scelgo come se tutto dipendesse da me (sono libero anche di respingere la proposta al mittente) e ritengo che di fatto tutto dipende da Dio. Succede comunque una cosa piuttosto strana: se Roberto sposa Gelsomina, questo rientra in una prassi generale e non resta che augurare figli maschi. Se Alfredo vive da single, si arriva ad invidiarlo perché si gode la libertà come un uccello nel bosco. Ma esplode una miscela di compassione e di delusione per Franca in convento dove farà voto di povertà, castità e obbedienza. Questa vocazione risulta così strana che la ritieni provocata da una delusione amorosa, da una psicologia debole e avariata, da una scelta che stride con una civiltà che non è più quella del medio evo. Franca è bella e la sua bellezza resta in freezer, è intelligente e la sua carriera resta incompiuta, ha un carattere invidiabile ma la sua amabilità è sprecata... Che se ne fa Dio di questa Franca che potrebbe restare nel mondo “a miracol mostrare”?
Nel nostro modo di esprimerci diciamo di avere noi scelto la nostra strada nella vita ma di fatto, sempre in quel famoso libro, c’è una rettifica da parte di Dio: io ho scelto voi e vi ho indicato una strada sulla quale siete invitati a portare frutto e a vivere nella gioia piena! Se considero la Franca solo una velina mancata, vuol dire che ho bisogno di fare un po’ di ordine nella mia mente dove una perla è confusa con una noce ed uno starnuto lo considero un do di petto di Pavarotti. Un giovane che prende la strada del convento, del seminario, non è affatto un giocatore di serie B. Gesù è un vero artista che può stare alla pari con Michelangelo il quale, davanti ad un blocco di marmo, vedeva già il capolavoro che semplicemente doveva estrarre a colpi di scalpello. Questo è l'occhio col quale anch' io sono invitato a guardare la mia storia e la storia di chi mi passa accanto.
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Colonia, XX GMG (pubblicato l'1.9.2005)di Cesar A. Beltran Felizzola Sicuramente l'andata a Colonia è stata una esperienza innovativa. L'atmosfera che si respira è quella dei grandi eventi: sono tutti qui in attesa e non importa se per arrivare hanno dovuto percorrere molti chilometri, carichi dello zaino e della fatica di queste intensissime giornate tedesche. Il cielo sembrava non promettere niente di buono, ma finalmente il sole sta splendendo sulla spianata di questa magnifica città. Sono doppiamente emozionato perchè rappresento l'Italia e anche la Colombia e quindi il fatto che sia qui è per me veramente importante. Ci sono tanti giovani cattolici nel mondo e so che stanno pregando insieme a noi. Sicuramente è importante sviluppare una bella atmosfera, però chi crede veramente, chi ha fede e si sente di appartenere alla Chiesa, deve pensare che il centro di tutto è l'Eucaristia. L' emozione che mi ha lasciato la mia prima GMG è stato veramente spettacolare nonostante i diversi problemi organizzativi. Sono rimasto molto stupito dal colpo d'occhio che la vista di Marienfield mi ha riservato, perchè mi sembra ancora incredibile di trovarmi qui, in mezzo a migliaia di giovani che come me condividono gli ideali cristiani. Per concludere posso soltanto rivolgermi a tutti quelli che con me me hanno approfittato di questa magnifica opportunità sia per la crescita morale che spirituale. Mi permetto di invitare tutti giovani a partecipare alle esperienze formative che soltanto queste "avventure" possono donarci. Capacità di perdono, sensibilità verso l'altro, disponibilità a condividere, impegno per il prossimo: sono i valori caratteristiche che ci chiede di vivere Benedetto XVI per non accontentarci di "vivacchiare" ma per scoprire di essere "necessari" alla vita. Solo così - dice il Papa " il mondo mediante il vostro amore potrà scoprire la stella che i giovani seguono".
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Una staffetta eccezionale (pubblicato l'1.9.2005)di don Virginio Andena Morto un Papa, se ne fa un altro, ripete una specie di proverbio popolare, come per richiamare l'aspetto relativo di ogni esistenza umana. Comunque sia, l'avvicendamento del Papa non può essere paragonato a quello della direzione di una banca, di un'azienda, perchè il Papa non è solo il vertice di una organizzazione piuttosto complessa come è la Chiesa, ma è il successore .di Pietro, il vicario di Cristo, il sommo pontefice, "Il dolce Cristo in terra", come lo chiamava S. Caterina da Siena. Per noi cattolici il Papa va ascoltato, amato, seguito, ma poi c'è una serie di valutazioni che si muovono sul terreno della simpatia, dell'apprezzamento, dell'entusiasmo. Insomma, per 27 anni abbiamo avuto davanti Giovanni Paolo II con il fascino del suo carisma, con la tenerezza della sua forza, con la semplicità delle sue convinzioni. Nessuna meraviglia se durante i suoi funerali, in piazza S. Pietro si gridava "Santo subito"! Era diventato così familiare quel polacco, che qualche prete, oggi, celebrando la messa si lascia guidare dall' abitudine e nomina Giovanni Paolo 2° invece di Benedetto.
Già, Benedetto, perchè in conclave i 115 cardinali hanno eletto Papa proprio lui. I Giornalisti puntavano su altri candidati ma è stato scelto il cardinal Ratzinger che, per essere il prefetto della Congregazione della fede (ex S. Ufficio) era considerato il "prefetto di ferro", rigido nel pensiero e inflessibile nel tratto. “Quanta sporcizia c'è nella chiesa” aveva scritto il cardinale commentando la 9° stazione della via crucis al Colosseo. Vuoi vedere che, diventato Papa, farà un bel repulisti in Vaticano? Comunque la gente è già dalla sua parte. Piaceva il Papa polacco, ma non si poteva clonare e allora è bene guardare al Papa tedesco senza aspettarsi fotocopie. Se anche risultano diversi, Wojtyla per 23 anni si è tenuto vicino Ratzinger: questa è la miglior garanzia della continuità che si è già vista (basti pensare alla giornata mondiale della gioventù a Colonia). Che il nuovo Papa sappia suonare il pianoforte ed abbia simpatia per i gatti, sono cose piuttosto marginali. Forse dovremo farci attenti al suo stile che ricerca la sintonia fra ragione e fede, fra vangelo e umanità, fra teologia e vita. Sul palcoscenico del mondo è uscito un Papa e se ne è presentato un altro: sarebbe stupido commentare con "questo o quello per me pari sono". Personalmente sono stato folgorato dall'omelia pronunciata domenica 24 aprile durante la messa d'inizio del suo ministero. Tra l'altro disse: " Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che colpisse più duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall'impazienza degli uomini".
Siccome nella elezione di un Papa c'è anche la mano dello Spirito Santo, oso già pensare che Papa Benedetto sia l'uomo giusto al posto giusto.
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E così ricominciamo ancora (pubblicato l'1.9.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco Il tempo vola. Nessuno può fermarlo. E così come ogni cosa finisce, così ogni cosa ricomincia. Abbiamo da poco concluso l’anno pastorale, ora stiamo aprendone un altro. Anche se il tempo passa e il suo peso si sente maggiormente sulle nostre spalle, tuttavia siamo felici che cammini. E tutto questo perché noi abbiamo una ragione di vita. Si tratta infatti dell’attesa del ritorno del Signore. Questo atteggiamento vigilante diventa fonte di gioia perché tutto ha un senso. Essere non solo pronti al suo arrivo, ma anche perché siamo convinti che il nostro impegno con le fatiche che comporta lascia sempre un segno non solo in noi, ma pure in chi serviamo e nella stessa storia che stiamo costruendo. Qualcuno invoca spesso i tempi passati, ritenendoli migliori degli attuali. Altri vorrebbero dare a chi detiene le redini della storia, lezioni di vita per non cadere nel nulla o nello sfacelo. Sia che si tratti dei capi di stato o anche dello stesso Dio. C’è infatti oggi un certo senso di stanchezza, di paura. Si vede il futuro con occhiali neri. E’ vero che ci sono diversi motivi per vedere buio sia attorno a noi che nel mondo intero. Ma se siamo cristiani, convinti che Cristo ha vinto il mondo, che il vero male dell’uomo è stato distrutto, noi dobbiamo essere più che mai uomini e donne di speranza. Noi comunità di San Fereolo, consapevoli di appartenere a Cristo risorto, vogliamo essere una famiglia nella quale la speranza sia viva e concreta. Sostenuti allora dallo Spirito di Cristo, noi siamo non solo felici del nostro tempo, anche se vediamo tante povertà e con tutti viviamo il timore e la paura che la violenza diventi stile di vita, ma guardando il bene che il Signore semina ovunque, noi iniziamo un nuovo anno pastorale con la serenità nel cuore e con tanta fiducia nella potenza del Signore. Consapevoli che il Signore lavora sempre anche in questo mondo segnato dal terrorismo e dalle guerre, dalla scarsa rispondenza al suo amore, noi ci impegniamo anche in questo nuovo anno pastorale facendo del nostro meglio affinché il suo amore rinnovi la nostra vita, il nostro quartiere e il mondo intero. Come Pietro diciamo al Signore “Sulla tua parola, noi gettiamo le reti”e le vogliamo gettarle con tutta la fede che portiamo nel cuore e con tutto l’amore che sentiamo per lui e tutti i nostri fratelli e sorelle. Il nostro impegno pastorale non è riservato solo a qualcuno, nemmeno per quelli che partecipano alla vita della comunità parrocchiale. Il nostro sforzo pastorale si rivolge a tutti gli abitanti del quartiere. La nostra comunità si è posta infatti in stato di missione e non desidera altro che essere a servizio sia di chi partecipa sia di chi per diversi motivi vive lontano e indifferente alla sua vita. E’ il Signore stesso che ci impegno in questo modo. Lui vuole infatti raggiungere tutti per dire a tutti e a ciascuno che li ama e li vuole salvare. Consapevoli che il Signore lavora ancora oggi e ci vuole aperti a tutti, dobbiamo allora sentirci tutti invitati ad assolvere questo compito. Come ho sempre fatto all’inizio di ogni anno pastorale, anche quest’anno mi rivolgo a tutti perché cresca in ogni cuore la buona volontà di mettersi al servizio del progetto del Signore. Quante possibilità di bene ci sono nei sanfereolini! Bisogna allora che ciascuno si liberi da paure e timori, si metta volentieri a fare qualcosa per il Signore. Rivolgo questo invito non solo ai giovani, ma anche agli adulti, alle giovani famiglie, agli stessi anziani. Il battesimo ci ha resi infatti capaci di compiere meraviglie perché in noi e con noi lavora sempre il Signore. Auguro allora a tutti un buon anno pastorale nel nome del Signore.
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Chiuso un altro anno pastorale (pubblicato il 10.7.2005)di don Giuseppe Raimondi - parroco Domenica 12 giugno abbiamo chiuso un nuovo anno pastorale. La Messa celebrata nel cortile dell’oratorio con la partecipazione di molti fedeli e di tanti ragazzi, animata dal canto del nostro coro e dal servizio del nostro diacono Umberto Consolandi, abbiamo ringraziato il Signore per quanto ci ha dato di compiere in questo anno.
Per la Chiesa non esiste solo l’anno solare o civile, ma anche l’anno pastorale. Vale a dire quel periodo in cui la Chiesa mette in atto tutte le sue potenzialità per il servire l’umanità. E questo periodo va normalmente da settembre a giugno, pur non venendo meno il suo servizio negli altri mesi dell’estete. E così anche noi comunità parrocchiale di S. Fereolo in questo anno abbiamo fatto ancora “qualcosa” per servire il nostro quartiere. Esistiamo infatti per lui, e noi vogliamo servirlo come appunto ci chiede il Signore. Durante la celebrazione della Messa sono stati portati all’altare tre oggetti. Essi rappresentavano in modo concreto il servizio che la nostra comunità ha svolto in questo anno e continuerà a portare avanti nei prossimi. In primo luogo sono stati portati una brocca, una catino e un asciugatoio. Volevano rappresentare il modo di rapportarsi con il quartiere: si trattava infatti di esprimere il servizio fatto nella linea di Cristo che lava i piedi agli apostoli nel cenacolo prima della sua passione e morte. La parrocchia non vuole dominare, non vuole essere servita, ma servire in semplicità e con tutta se stessa ogni uomo e ogni donna specialmente quelli in difficoltà. In secondo luogo sono stati portati dei generi alimentari, dei vestiti, ecc. segni per indicare che il servizio della comunità è rivolto prevalentemente ai poveri, a chi vive momenti difficili. Gesù ha detto infatti che i poveri li avremo sempre con noi. E la comunità si mette anche lei su questa strada, che è poi quella privilegiata da Cristo Signore. Questo servizio è svolto in modo egregio dalla nostra Caritas parrocchiale. Il terzo segno portato all’altare era una custodia dell’Eucarestia per indicare tutto quel lavoro per donare Gesù a tutti coloro che si lasciano raggiungere e poi rispondono dall’attività pastorale della parrocchia. Dare Gesù è infatti il nostro principale impegno. Nel portare questi doni all’altare non ci siamo però gloriati, non ci siamo nemmeno sentiti soddisfatti. Noi non abbiamo fatto altro che il nostro dovere. Guardando però al vero servo Gesù, vediamo sempre tutta la nostra povertà e miseria nello svolgere il nostro servizio. Ecco allora la richiesta di perdono. Abbiamo chiesto perdono per non aver servizio sempre in modo disinteressato, come pure per non avere avuto tutte le attenzioni che un vero servo di Gesù dovrebbe avere. Ma anche per non aver puntato sempre e tutto su Gesù, pane di vita per un vero servizio all’umanità. Il Signore nella sua bontà ha accolto il nostro servizio pur avendolo svolto con quelle povertà che sempre ci accompagnano. Lui accogliere tutto, quando ciò che si fa, lo si compie per suo amore. E noi lo abbiamo ringraziato di averci sostenuti in questo servizio. L’Eucarestia è stata vissuta e condivisa da tutti i presenti. Domenica 12 giugno un vero inno di lode è quindi salito al Padre per mezzo di Gesù per averci sostenuto con la potenza dello Spirito in questo nuovo anno pastorale che abbiamo ormai consegnato alla storia. Come sempre, chiuso un anno, ne apriamo subito un altro. Per questa apertura aspettiamo il mese di settembre. Ora stiamo pensando alla programmazione, mentre il nostro oratorio sta portando avanti il Grest e il torneo di calcio alla memoria di Marco Torchia. Ci rivedremo tutti a settembre per aprire un nuovo anno per continuare a servire come già abbiamo fatto quest’anno. Carissimi, la speranza che porto nel cuore è non solo di iniziare con voi un nuovo anno, questo avverrà senz’altro, ma di veder crescere il numero di volontari per meglio servire, come vuole il Signore, questo nostro quartiere. In attesa, prego perché cresca la vostra disponibilità alla collaborazione.
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Ferie in agrodolce (pubblicato il 10.7.2005)di don Virginio Andena Anche lo scorso anno, di questi tempi, sul Bollettino ho parlato delle vacanze e ricordo il giudizio del mio amico Folletti: "Che predica!". Non ricordo cosa posso aver scritto allora ma se la frittata si fa con le uova, le vacanze vanno in onda con tanto di programmazione. Ci sono tanti modi per cucinare i soliti ingredienti della preziosità del tempo, del beneficio del riposo fisico, dell'utilità del rifornimento per l'anima... Questa volta scelgo un genere letterario un pò sbarazzino ma che ha il valore di una fecondazione assistita. Primo punto: le ferie sono ferie e se vado in ferie, con me vanno in ferie tutti gli impegni di prima, per seguire finalmente l'adorata libertà. Che vuol dire riconoscere la libertà e poi frenarla con odiose restrizioni? Che esperienza vien fuori da una libertà mutilata dalle regole, dalle tradizioni, dalle prudenze, dai tabù? Una tantum vale anche per me " proibito proibire! ". Punto secondo: assaporare finalmente il disimpegno assoluto che mi rifà di tanti mesi stressanti. Il dolce far niente, l’ammazzare il tempo, il lasciarsi cullare dall' improvvisazione: c'è un ideale così appetibile? L'unico programma sarà quello di non avere alcun programma... va dove ti porta il cuore.... L'unico rammarico sarà dato dalla brevità delle vacanze. A proposito, non si potrebbe lanciare un referendum per barattare il periodo delle ferie con quello del lavoro? Peccato che Pinocchio e Michelaccio siano scomparsi dalla nostra storia, altrimenti sarebbero stati i primi a recarsi a votare! Punto terzo: visto e considerato che non vivo sulla luna ma su questo pianeta dove c'è sempre qualche fantasioso superdotato che offre i suoi servigi, cercherò di tenere il passo coi tempi e imparerò la nuova canzone abbinata all'ultimo tipo di danza comunitaria, raggiungerò una tintarella che deve far colpo, collezionerò qualche piercing o qualche tatuaggio, mi concederò qualche incontro ravvicinato di tipo speciale, mi sarà compagno inseparabile l'ultimo tipo di cellulare… Di questo passo dubito che la direzione del Bollettino concederà il benestare per la pubblicazione. Comunque sia, vale sempre il proverbio: ad un buon intenditore, basta una cannonata!
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Il nostro contributo alla pace (pubblicato il 10.7.2005)di Andrea Saccani L'accettazione dell'altro, della sua cultura, del suo credo religioso, dei suoi usi e costumi rientra nelle norme di comportamento che tutti indistintamente gli uomini portano nella loro coscienza, fintanto che questa non viene messa a tacere da istinti malvagi che rendono l'individuo più simile ad una bestia che ad un essere umano (vedi l'Olocausto). La coscienza è ben sintetizzata dal proverbio: non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te! Questa è la regola base della convivenza civile; noi possiamo capire se siamo sulla strada sbagliata, ossia se la nostra coscienza sta scomparendo, quando diventiamo intolleranti, insofferenti, egoisti. Noi prima di chiunque altro; le nostre idee sempre le migliori; il nostro agire sempre giustificato; i nostri bisogni sempre in prima linea; il nostro benessere prima di ogni altra cosa; il nostro danaro per comprare tutto e tutti. Quando la nostra coscienza è stata volontariamente soppressa per far posto al proverbio latino "mors tua vita mea" significa che sulla nostra strada incontriamo persone che la pensano come noi, ma che ci vogliono precedere e allora il nostro simile diventa un nemico da combattere e da sconfiggere. Il collante del dialogo e della tolleranza tiene unite le etnie, le religioni, le razze; la storia e l'istruzione insegnano che il progresso non genera benessere se non in situazioni di pace. Volere la pace significa diventare noi per primi operatori di pace ossia ridurre ai minimi termini il nostro egoismo (tutto per me) la nostra insofferenza (non mi sta bene nulla del comportamento altrui) la nostra intolleranza (non mi stanno bene quelli diversi da me). Sono facilmente individuabili i non operatori di pace: faccia sempre imbronciata, mai un sorriso e una risata, non salutano, camminano a testa bassa, sempre pronti a fare maldicenza e pettegolezzo, duri e scontrosi a rispondere, per nulla generosi, mai disposti al perdono, sempre nel giusto e con supponenza, mai disponibili ad un confronto di idee. Volere la pace significa pretendere dai nostri rappresentanti in Parlamento (istituzionalmente chiamati a fare il nostro bene) leggi e azioni di pace volte a stroncare sul nascere o a contrastare (senza le armi) ogni forma di integralismo, razzismo, dittatura e povertà. Su integralismo, razzismo e dittatura non mi soffermo perché ne siamo tutti più che documentati. Sulla povertà (fame, sete e malattie) bisogna invece ricordare lo stridente contrasto tra il benessere di una minoranza (noi tra questi) e la miseria della maggioranza. La fame (ce lo ricordano tante rivoluzioni del passato) stravolge la mente, mette a tacere la coscienza, risveglia nell'uomo i suoi peggiori istinti, quelli legati alla sopravvivenza.
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