archivio - 1' semestre 2006

 

Ho guardato, visto, vissuto
(pubblicato l' 1.6.2006)

di don Peppino Raimondi - parroco

Stiamo ormai per concludere la benedizione delle famiglie. Voglio questa volta confidare a chi vorrà avere la pazienza di leggere queste pagine, lo spirito che anima e sostiene questo pellegrinare, ma anche le preoccupazioni pastorali che un parroco vive nel visitare le famiglie.
Ho fatto ormai passare tutto il quartiere per sei volte. Gli anni passano e il passaggio di casa in casa per portare la benedizione del Signore, è sempre stato fatto ogni anno. Posso dire, senza nessun vanto, perché ho solo compiuto il mio dovere, che tra i vostri sacerdoti sono quello che in questi anni, è entrato maggiormente in più case, ha benedetto numerose famiglie, ha visto tante cose, ha fatto suoi numerosi vostri problemi e preoccupazioni, ma ha percepito anche nel suo cuore, al di là di ogni discorso, quel disagio esistenziale di cui è sempre segnata non solo ogni creatura, ma anche le attuali famiglie.
Il sacerdote con la visita alle famiglie, vede infatti in esse tante cose belle che lo edificano, ma anche situazioni dolorose, che pur potendo far poco e niente, pesano anche sul suo spirito, percepisce inoltre con il cuore le aspirazioni di bene che umanamente abitano in ogni realtà familiare.
Per dire veramente che cosa si prova, bisognerebbe viverla lasciandosi coinvolgere in ciò che si fa e in ciò che si vede e si incontra. E’ così di ogni esperienza. Ciò che voglio soprattutto sottolineare è che si tratta di una esperienza che rende il sacerdote padre e testimone, compassionevole e propositivo, annunciatore di cose stupende e promotore di speranza. Il sacerdote infatti non entra nella famiglia per una visita di cortesia, nemmeno per augurare qualcosa di bello, e tanto meno per giudicare o rimproverare.
E’ un padre che visita quei suoi figli che ha ricevuto da Dio, e come padre deve essere segno di quell’altro Padre che lo ha posto come suo rappresentante. Entra anche come testimone di Gesù Cristo portando soprattutto a tutti la sua pace. Proprio perché cerco di vivere come un padre, ho suonato a tutte le porte, ho cercato di essere annunciatore di pace a tutti, anche a chi non ha aperto e non ha voluto il segno dell’acqua benedetta.
Ho cercato poi, una volta accolto, di essere compassionevole e propositivo. La compassione, che non è compatimento, mi ha spinto a far mie le sofferenze. Quante sofferenze: fisiche, morali, spirituali. Penso agli anziani soli. Parlando un poco con loro, ho percepito come fossero lunghe le loro giornate e quante preghiere escono ogni giorno dalle loro labbra. Ho incontrato famiglie segnate dal dolore della morte di qualche congiunto, da morte improvvise. Qui ho visto quanto il dolore scava e lascia segni indelebili. Ma ciò che mi ha toccato in modo particolare è la stata la grande preoccupazione per il futuro dei figli sia per quelli giovani ancora in casa o fuori, sia per i figli sposati, sia per i nipotini. Ascoltando queste apprensioni, ho percepito concretamente come il futuro non sia promettente per nessuno. A chi ha qualche anno sulle spalle, l’avvenire fa sempre una certa paura.
Ho trovato anche tanto bene, tante belle realtà familiari. Anche se toccate da qualche problema o difficoltà, ho visto che continuano ad essere segno di qualcosa di bello e di grande, dell’amore di Dio
Non mi sono però fermato a condividere gioie e dolori. Ho cercato anche di testimoniare la mia fede, il mio amore a Gesù e alla Chiesa. Proclamavo il breve tratto della parola di Dio con tutta la forza spirituale che avevo in quel momento nel cuore. Lasciavo a lei di fare qualcosa. Sono sicuro che il Signore sta ancora lavorando e continuerà a lavorare in quelle case.
Ma ciò che maggiormente ho sempre desiderato lasciare in ogni famiglia, mediante la breve preghiera e la silenziosa testimonianza, era un soffio di speranza e di sprazzo di eternità. Compivo questo allargando le braccia e con le parole dell’augurio con il quale iniziavo la benedizione. In tutte le famiglie ho detto “Pace a questa casa e ai suoi abitanti”. Che cosa di più bello si può augurare ad una famiglia, ad ogni famiglia? Per questo si è pregato, per questo continuerò a pregare. La pace è il fondamento sul quale costruire una vera comunità familiare. Mi spiace che alcune famiglie non abbiamo aperto, pur essendo in casa, altre non l’hanno voluta. Ognuno è libero di fare le sue scelte. Noi non giudichiamo nessuno. Solamente diciamo che l’augurio di pace e la stretta di mano stanno a fondamento di ogni esistenza veramente umana al di là di ogni scelta politica o di ogni credo religioso.
In questo mio pellegrinare ho potuto constatare tante belle testimonianze che mi hanno edificato. Ero e sono sempre più convinto che il bene esiste ed è superiore al male. Ho visto in parecchie case il calore della vera famiglia cristiana. Al di là delle preoccupazioni e dei disagi che tutte hanno, ho visto la vera fede che apre il cuore al Signore non soltanto in alcune circostanze, ma è vissuta nella vita ordinaria. L’accoglienza del sacerdote è stata buona ovunque. Solo pochi non mi hanno accolto. Molti hanno espresso anche con parole sincere la condivisione della vita parrocchiale perché vi partecipano e si trovano bene. Altre invece pur non partecipando si sono mostrate interessate per ciò che leggono sul bollettino della parrocchia che ben volentieri ricevono.
Il segno più consolante è stato per me vedere qualche segno della fede appeso alla parete. Guardando a questi segni ha molti ho espresso il mio compiacimento. Insieme a questo mi è stato poi di vedere qualche papà prendere in braccio il proprio bambino e aiutarlo a fare il sego di croce nel momento della benedizione.
Vedendo questo bene e tanto altro, mi sono sentito rianimare e rafforzare nella mia fatica pastorale a favore della famiglia. A di là di ciò che si dice delle famiglie di oggi, posso attestare che sono ancora moltissime quelle che vivono secondo l’insegnamento del Vangelo e della Chiesa.
Come parroco non posso non amare la comunità che mi è stata affidata. Ho infatti l’impegno di sostenerla, di farla crescere e di favorire sempre più l’unità e la comunione. Visitando le famiglie ho visto che parecchie, pur non giudicando in senso negativo la nostra comunità parrocchiale, preferiscono partecipare ad altre parrocchia. Dialogando ho constatato che i motivi sono diversi. O si tratta della parrocchia di origine della famiglia, che si stenta a lasciare oppure per le amicizie che i figli, frequentando altre scuole, conservano e vogliono continuare a coltivare, oppure per comodità.
Dialogando mi sembra però di non aver mai sentito che questo stile di comportamento, sia il risultato di giudizi negativi sulla nostra comunità di S. Fereolo. Forse ci potranno essere dei casi, ma non è la motivazione principale. Nessuna comunità parrocchiale è infatti perfetta, cerchiamo tutte di fare il nostro meglio per il Signore.
A tutti coloro che mi confidavano questo loro andare altrove, non potevo far altro che dire “almeno qualche volta venga anche a S. Fereolo oppure legga il bollettino della parrocchia perché anche lei sia almeno al corrente di ciò che bolle in pentola qui da noi”.
Vi dico però sinceramente che nel constatare questo stile di comportamento, ritornavo in parrocchia molto spesso un po’ amareggiato. E questo non perché nutro sentimenti di dominio e tanto meno di padronanza, ma per il grande desiderio di fare comunità con tutti gli abitanti del quartiere. E così mi sono chiesto e vado sempre chiedendomi che cosa posso fare perché questa comunità diventi sempre più amata e frequentata?
Se qualcuno avesse suggerimenti, non abbia timore a comunicarmeli. Sono sempre alla ricerca di nuove proposte di vita comunitaria perché il Signore che qui ha posto la sua tenda accolga quei figli che mi ha affidato.
Al di la del bene, ho visto però che oggi anche da noi qualcosa sta cambiando nel modo di prepararsi e di concepire la famiglia. E questo soprattutto nei giovani. Ho visto infatti tante convivenze. Non solo perché alle spalle di uno o di ambedue c’è stato un altro vincolo matrimoniale, ma anche in parecchi giovani ancora pienamente liberi. La motivazione portata è quella molto spesso di voler provare a vivere insieme o perché non si crede nel valore del matrimonio. E poi ho trovato molti giovani che vivono come si dice oggi “da single”.
Vedendo tutto questo, non ho dato giudizi. Ho solo cercato a chi è pienamente libero, di far vedere loro che il matrimonio non si può sperimentare. La vita matrimoniale che nasce dal vincolo, ha tutto un suo sapore e un significato particolare. La prova non serve. Ciò che importa è una conoscenza vera degli animi, del carattere, dei valori e dello stile di vita di uno nei confronti dell’altro.
A tutti e a ciascuno ho dato la benedizione del Signore non per ciò che stavano vivendo, ma per ciò che essi sono, cioè figli di Dio.
Consapevole che la famiglia è la cellula non solo della società, ma della stessa Chiesa e quindi della parrocchia, come parroco non posso far altro che metterla nel mio nel cuore.
E così dico a quelle famiglie che ho visitato e a tutte le altro del nostro quartiere, che esse hanno un posto particolare nel mio cuore. Tutte le famiglie di questo nostro popoloso quartiere formano infatti la mia stupenda famiglia. Per esse mi sento padre perché sono stato chiamato dal Signore a sostenerle con la preghiera, la Parola di Dio e i sacramenti. A loro deve indicare la strada che conduce alla loro piena realizzazione. A tutte, nessuna esclusa, devo dare tutto il mio amore e la mia vita.
A conclusione di questa fatica rinnovo ancora una volta a tutte le famiglie del quartiere, la mia stima e la mia volontà di essere sempre a loro servizio secondo la volontà del Signore.


Rischio rottamazione
(pubblicato l' 1.6.2006)

di don Virginio Andena

Nella sessualità dell'uomo si trovano riuniti il piacere più immediato, l'istinto più forte e il miracolo quotidiano più sorprendente che è la vita. Tenere in equilibrio queste tre componenti della sessualità, non è facile impresa, tant'è vero che diventa quasi scontata una musica con queste melodie: va’ dove ti porta il cuore … l'utero è mio e lo gestisco come voglio io... porci con le ali... l'uomo è la sua sessualità... importante è non fare del male... non si può contraddire la natura … non siamo più nel medioevo ... usa e getta ...
In pista scende il 6° Comandamento: "Non commettere atti impuri", comandamento che, per la verità, da Dio stesso è stato cosi formulato: "Non commettere adulterio". La sparuta squadra dei conservatori viene battuta da una invadente cultura che propone la liberalizzazione del sesso, spostandolo al servizio del piacere anziché dell'amore.
Il 6° Comandamento non ha l'intento di inibire e restringere ma di garantire ed elevare. Il sesso è una potenzialità e come ogni energia può essere usata per la vita o per la morte: dipende dal come e perchè la si usa, come del resto l'energia atomica. E' un discorso fra sordi quando si cerca di ricordare che il sesso è a servizio della realizzazione globale dell'essere umano, è a servizio dell'amore e della donazione di sé, della comunione con l'altro e non è bene ridurlo ad una merce puramente materialistica e consumistica.
Quanta ipocrisia negli scandali delle separazioni, delle convivenze, della pornografia, della pedofilia, delle tariffe delle donne sulla strada e degli stupri in aumento!
Soltanto chi si sa dominare, si sa anche donare. Quando la sessualità, da funzione dell'amore diventa funzione dell'egoismo, si sovverte la dignità e la vocazione dell'uomo. La radice del male sta nel considerare la persona come una "cosa", un oggetto, uno strumento di piacere. Ne risulta l'incapacità di amare e tanto lavoro per gli psicologi. E' quello che Gesù ha chiamato "durezza del cuore".
Anche nel sesso occorre sempre avere cuore e testa!
E' più facile cedere agli aspetti negativi che esaltare quelli positivi che invece troviamo rivalutati nell'enciclica "Dio è amore" di papa Benedetto XVI.
Per acquisire la padronanza dei nostri istinti, occorre una buona dose di umiltà, di sincerità, di coraggio, tale da riuscire ed andare controcorrente. La moda comanda più che mai in questo delicato settore che investe la persona nella sua dimensione fisica, psichica e spirituale. Si impone una scelta: l'istinto o la coscienza, la moda o il comandamento di Dio, la debolezza o il coraggio, la riduzione dell'uomo dall'ombelico in giù o l'uso dell'intelligenza.


Non uccidere dal principio alla fine
(pubblicato l' 1.5.2006)

di don Virginio Andena

Forse pochi hanno letto l’enciclica di Giovanni Paolo II per la riaffermazione precisa e ferma del valore della vita umana e della sua inviolabilità, un appassionato appello rivolto a tutti e a ciascuno, in nome di Dio, a rispettare, difendere, amare e servire la vita umana.
Tutti però sono al corrente del quotidiano bollettino di attentati alla vita: basti pensare alle guerre, alla fame che nel mondo uccide più della guerra, alla “mala sanità”, alla guida irresponsabile delle macchine sulle nostre strade, all’inquinamento dell’ambiente, all’esplosione della violenza negli stadi e nelle case, all’eliminazione dell’embrione, alla proposta dell’eutanasia …
Cresce le sensibilità per la vita vegetale e ancor più per gli animali; non dovrebbe invece diminuire il rispetto per la vita umana e non solo davanti all’uomo condannato alla pena di morte. Il discorso trova consensi nella teoria, ma il decollo nella concretezza della coscienza è stridente. Sempre Giovanni Paolo II diceva: “La vita viene affidata all’uomo come un tesoro da non disperdere, come un talento da trafficare”. Insomma, la vita è un dono di cui far dono.
Il comandamento è chiaro e vale per ogni uomo: non uccidere! La formulazione è al negativo, ma poi diventa una impresa la discesa in campo con un vero rispetto della vita, rispetto reclamato non dalla poesia, ma dalla prosa di una concretezza elementare.
Uno degli aspetti più fragili della vita riguarda la sua fase iniziale: se è vero che ogni anno si contano 50 milioni di aborti, la strage degli innocenti da parte di Erode è una barzelletta e lo sterminio di sei milioni di ebrei nell’ultimo conflitto mondiale è una bazzecola.
L’uomo non sempre brilla per la sua coerenza, ma davanti al 5° Comandamento non si può scherzare, banalizzare, barare. Non c’entra la fede religiosa, ma emerge quella elementare voce della coscienza che ha trovato oscuramento in Caino e può trovare compromessi egoistici anche nell’era dell’euro. Il tema è delicato e drammatico: per questo si impone una riflessione approfondita, seria, coraggiosa, che oltrepassi quanto viene sbandierato dalla moda e contraffatto come una conquista civile, una morale laica, una novità scientifica.
Non uccidere! Non è un argomento per una predica o una conferenza, ma è il termometro che misura la nostra umanità, la nostra capacità di costruire una civiltà che non abbia il sapore del selvatico, ma la fragranza di una umanità rispettosa della dignità della persona umana. Avverto il limite di questa pagina inversamente proporzionale all’importanza del tema. Vuol dire che ciascuno, anche alla luce della recente Pasqua, può continuare la riflessione personale o con i suoi famigliari.
Non lasceremo grandi eredità nella storia, ma saremo passati sul sentiero della vita come testimoni del valore della vita.
E di questi tempi, non è poco!


Non abbiate paura!
(pubblicato l' 1.5.2006)

di don Peppino Raimondi - parroco

Riportiamo le parole e le riflessioni proposte da don Peppino nella S. Messa della notte di Pasqua.
Stiamo celebrando l’avvenimento della nostra salvezza. Come un giorno gli ebrei nostri fratelli, hanno esultato dopo aver attraversato all’asciutto il mare salvandosi così dal faraone che li inseguiva, così anche noi qui questa notte ancora di più di loro, stiamo esultando, stiamo osannando a Cristo risorto per averci fatto non attraversare un altro mare di acqua, ma per averci resi con lui vittoriosi sul male che è il peccato.
Carissimi, esaltiamo Cristo nostro redentore, ma anche esultiamo per il dono della sospirata salvezza. Cristo è risorto e risorgendo ha vinto la morte anche per noi. Cristo con la sua vittoria ci ha aperto le porte del paradiso che Adamo ed Eva ci avevano chiuso per sempre. Cristo con la sua risurrezione non solo ci restituisce la nostra primitiva dignità, ma ci fa figli di Dio, eredi dei beni eterni.
Abbiamo proclamato con tutta la forza del nostro cuore, che questa è la notte gloriosa, è la notte della nostra salvezza, è la notte dei prodigi meravigliosi di Dio a favore dell’umanità. Giustamente ci ha detto S. Agostino che a nulla sarebbe valso nascere, se non avessimo avuto la grazia della salvezza.
Sì, carissimi che vale nascere e vivere anche a lungo se poi la morte fosse la nostra ultima dimora.
Cristo invece risorgendo ci ha aperto grandi orizzonti, ci ha introdotti nella casa del Padre celeste, ci ha rinnovati fino al punto di essere non delle semplici creature, ma gli stessi figli di Dio.
Davanti a tutti questi doni che Gesù con la sua risurrezione ci ha ottenuto, noi dobbiamo rinnovare la nostra fede cristiana, noi dobbiamo continuare a credere, noi dobbiamo essere felici di essere stati redenti dal sangue di Cristo e di essere risorti con Cristo ad una vita nuova.
Guardando e contemplando tutti questi doni che vengono a noi dalla risurrezione di Cristo, noi dobbiamo esultare e ringraziare Dio Padre che ha fatto ritornare dai morti suo figlio per noi.
La fede in Cristo risorto non è e non deve essere un peso, non è non deve essere una handicap, non è non deve essere vista come un limite alla gioia, alla vita, alla libertà.
Credere in Cristo, vivere la vita cristiana con tutte le sue esigenze, è il vero modo di essere uomini e donne. Il cristiano che vive secondo il Vangelo del Signore Gesù, è il vero uomo pienamente realizzato.
E’ che noi purtroppo abbiamo una certa paura a vivere pienamente il Vangelo che Cristo risorto ci propone.
Oggi infatti essendo noi tutti immersi in una società dove basta schiacciare un tasto per comunicare in capo al mondo, in una società che porta tutto in casa nostra, e ci mette sotto gli occhi luoghi e avvenimenti lontani e irraggiungibili, noi non vedendo Dio, non potendo essere stati spettatori della sua risurrezione, nutriamo paura, abbiamo timore a credere fermamente.
La paura di essere giocato, sembra che domini il cuore dell’uomo d’oggi. Il dubbio circa il valore della fede e del suo significato sulla vita dell’uomo, sembra dominare e guidare le sue scelte e i suoi passi.
Anche noi che siamo qui questa sera, forse alcune volte abbiamo avuto, o stiamo vivendo, dei momenti di incertezza circa il valore della fede in Cristo risorto.
Dobbiamo dire che la vera fede cristiana non è mai esente da dubbi, da momenti di incertezza. Non dobbiamo meravigliarci.
Anche il Signore sa di questa nostra fragilità dei nostri dubbi e incertezze. Non si meraviglia affatto. Viene però in nostro aiuto. E anche a noi Gesù dice ciò che un giorno ha detto a Giairo, il capo della sinagoga che gli chiedeva il miracolo per la sua figlia gravemente ammalata e poi morta: «Non temere, continua solo ad aver fede!».
E questo invito del Signore fatto un giorno là in terra di Palestina a Giairo, lo vogliamo accogliere anche noi da lui risorto in questa notte e in questi giorni di Pasqua.
Sì, carissimi. Il Signore Gesù dice a me, ai vostri sacerdoti, alle nostre suore, a tutti gli abitanti del quartiere, a voi soprattutto che avete condiviso la gioia di questa notte pasquale: Coraggio, non avere paura, continua solo ad avere fede. Io ho vinto il mondo.
E’ infatti su questa pietra angolare, su Cristo risorto, che noi fondiamo la nostra fede, la nostra speranza, il nostro impegno di carità.
Lui ha vinto il mondo: vale a dire ha vinto tutto il male che l’uomo abusando della sua libertà ha fatto e va facendo. Ha vinto la stessa morte. E l’ha vinta per noi.
Nei momenti di incertezza, nei momenti in cui la fede in Cristo viene meno o va in crisi: ascoltiamo nel profondo del nostro cuore questo suo invito e dopo averlo ascoltato facciamolo nostro. La sua vittoria diventerà anche nostra.
Questo augurio ve lo ripeto ancora con la forza dell’amore che vi porto e con la viva certezza che il Signore sta vincendo ancora oggi: Coraggio, non avere paura, continua solo ad avere fede.
Io ho vinto il mondo.


Papà, mamma e figli in cordata
(pubblicato l' 1.4.2006)

di don Virginio Andena

Con il quarto Comandamento si passa sulla seconda pista del decalogo: se i primi tre comandamenti riguardano il rapporto con Dio, gli altri sette segnano il rapporto con il prossimo.
Il primo prossimo si chiama papà e mamma: con queste due persone, già dai primi passi della vita, ci coglie un rapporto stretto, necessario, idilliaco. Con la preadolescenza entrano in gioco altri agganci che indeboliscono il peso specifico dei genitori, fino a renderlo quasi marginale nella giovinezza e nella maturità.
Arriva poi l'ora del tramonto con il rischio dell'incomprensione che delude, dell'abbandono che umilia, dell'interesse che appiattisce.
Al di là delle varie stagioni della vita, c'è una coscienza che dovrebbe rispecchiarsi nella formulazione del quarto comandamento: onora il padre e la madre.
Chi non vede che il rispetto per chi ci ha dato la vita è bene che resti in primo piano?
Però non come materiale da sfruttare per il sentimentalismo ma per quella coerenza che non è istituzionale o bigotta ma che proviene dal rapporto unico ed irripetibile con un uomo e una donna targati papà e mamma.
Qualcuno, volendo declassare il livello di questa relazione, ordinò di insegnare in tutte le scuole elementari dell'Unione Sovietica che ogni figliolo è semplicemente debitore alla madre di qualche litro di latte e al padre di un momento di esaltazione: pare che questa filosofia non abbia trovato accoglienza. Di fatto, Dio stesso, davanti agli uomini, si è qualificato come padre e come madre, con questa differenza: da noi il padre può diventare padre-padrone e la madre può buttare il suo bambino nel cassonetto, mentre da parte di Dio questo non potrà mai avvenire.
So bene che la riflessione sul 4° Comandamento ha molti altri risvolti sociali, legali, morali ed affettivi; ma questo non è una catechesi ma un semplice stimolo, se ce ne fosse bisogno, ad ammirare il progetto di Dio sull'umanità, a ringraziare padre e madre per il dono della vita, a non limitarsi ad un bel cofano di fiori con un cartiglio ben visibile sul quale si è fatto scrivere: i tuoi figli.


Una Pasqua di pace e di speranza
(pubblicato l' 1.4.2006)

di don Peppino Raimondi - parroco

Tra pochi giorni sarà di nuovo Pasqua. E’ la nostra grande festa. E’ infatti dalla Pasqua di Cristo che la nostra vita di credenti trova la sua origine e il suo obiettivo. Noi tutti siamo nati dalla sua morte e della sua risurrezione. Purificati dai peccati per mezzo del suo sangue e rinnovati dalla grazia della sua risurrezione, noi siamo per sempre figli di Dio. Consapevole di questo grande dono che il Signore Gesù fa a tutti coloro che si aprono al suo amore, scrivo in occasione di questa grande festa a tutti gli abitanti del quartiere, i miei auguri più sinceri e cordiali.
Che cosa può augurare a Pasqua un parroco a tutti coloro che abitano nel suo quartiere, sia che pratichino la comunità parrocchiale sia che per diversi motivi se ne stiano lontani? Che cosa posso dire io, don Peppino vostro parroco, a tutti voi che leggete queste pagine? Vi dico in primo luogo che il Signore vi vuole bene. Che il suo amore per voi è veramente grande. E questo suo amore non fa distinzione di persone.
Lui ama tutti e a tutti vuole un grande bene. Sia che viviate la comunità parrocchiale sia che ve ne stiate lontani. Lui non può far altro che amare. Infatti il mestiere di Dio è amare. Lo ha scritto molto bene il Papa Benedetto “Dio è amore”.
Se Dio è amore, vi dico subito allora con tutta la mia forza e con tutto l’amore che nutro per il Signore: “lasciatevi amare, lasciamoci amare”. Lo dico a voi e lo dico a me stesso. Tutti infatti abbiamo bisogno del suo amore.
La nostra vita, nella misura in cui ci lasciamo prendere dal suo amore, trova pace e serenità, trova soprattutto senso e significato. E oggi abbiamo quanto mai bisogno di tanta pace sia nel nostro cuore, sia nelle famiglie, che nel mondo intero. Vi auguro allora di trovare in Lui che muore e risorge per tutti, questa pace.
Oltre alla pace, vi auguro nel Signore che risorge un mare di speranza.
Oggi abbiamo più che mai bisogno di speranza. La società, pur con tutti i suoi sofisticati prodotti, pur con tutte le sue macchine e invenzioni, non può dare un briciolo di speranza a nessuno. Più andiamo avanti nella vita e quindi nel progresso, ci accorgiamo che viene meno la speranza nel futuro. Oggi infatti quasi tutti abbiamo una certa paura dell’avvenire. Chi sa guardare avanti con serenità? Chi guarda al suo domani più o meno lontano, con animo fiducioso? Guardandomi un po’ attorno mi sembra di poter dire che quasi tutti abbiamo paura del domani. Penso in modo particolare ai genitori nei confronti dei propri figli, penso agli anziani ammalati e soprattutto soli. Penso anche al mondo del lavoro che sembra chiudersi sempre di più invece di offrire posti di lavoro alle nuove generazioni.
Ma in modo particolare penso al futuro delle famiglie e dei nostri bambini. Che tipo di famiglia ci riserverà il domani? E i bambini che padre e madre avranno? Non solo pessimista, voglio solo essere realista.
Se Cristo è risorto, come è veramente, noi dobbiamo al di là delle amarezze che possiamo avere, nutrire ferma speranza per oggi e per il futuro. Se Dio Padre ama questo mondo e per tutti ha sacrificato il suo amato figlio, volete che non ci sostenga sempre nel faticoso cammino della vita? Non ci ha amato per scherzo, come un giorno ebbe a dire a S. Gemma Galgani, ma veramente. Non ci ha amato solo a parole, ma ci ha dato concretamente tutto quanto aveva di più caro, il suo Gesù. Il suo amore non è stagionale, ma è eterno, non viene mai meno, non si consuma. Nemmeno va soggetto agli umori del momento, come purtroppo è il nostro. Lui ci ama e basta, non desidera altro che amarci. E in questo suo grande, infinito ed eterno amore, che è una persona, Gesù risorto, noi abbiamo la speranza di cui tutti abbiamo fermamente bisogno.
Carissimi, auguri allora di cuore. Auguri a tutti indistintamente, nessuno escluso. Il Signore che sempre risorge per questa umanità irrequieta e indifferente, vi doni la sua pace e la sua speranza. Con l’impegno di ricordarvi a Cristo risorto, assicuro a tutti la mia preghiera e il mio affetto.


Un papà speciale
(pubblicato il 10.3.2006)

Il quinto comandamento recita: “Onora il padre e la madre”. In occasione della festa del papà, ormai diventato un affare consumistico, vorrei rivedere la posizione dalla parte dei figli. Avendo perso in tenerissima età mio padre, ho avuto come figura paterna quella del nonno Gianni il quale ha svolto egregiamente questo compito. Era una persona speciale, capace di amare le persone con lo sguardo, condividere le sofferenze in modo concreto e di presentarsi sempre con le braccia aperte, pronte ad accogliere. Con il nonno ho condiviso le esperienze più significative della mia vita: l’esperienza della lunga malattia, i sacramenti, il primo giorno di scuola, la scelta del lavoro, la patente di guida e … il dolore.
Sì perché il mio adorato nonno mi ha insegnato, negli ultimi anni della sua vita, ad accettare il dolore, a non soccombere sotto il suo peso, e compiere la volontà di Dio con dignità senza pesare sulla famiglia. Da lui ho appreso lo spirito di sacrificio, la gioia di stare con la gente, l’onestà e l’impegno nel lavoro e l’amore per la Patria.
Non sono purtroppo riuscita ad interiorizzare la sua serenità nell’affrontare i problemi seri della vita senza farsi schiacciare e la squisita capacità e disponibilità all’ascolto.
Dopo circa un anno dal suo ritorno alla casa del Padre, ho conosciuto mio marito ed ho subito amato in lui molti degli aspetti del carattere e del comportamento che lo accomunavano con il nonno Gianni tra i quali anche il nome.
Questi due uomini, in situazioni e ruoli diversi, hanno colmato quel grande vuoto che mi ha lasciato la perdita di mio padre. Li accomunava: la disponibilità, la semplicità, la povertà di spirito che donava loro l’entusiasmo e la serenità con i quali vivono i bambini, l’attaccamento alla famiglia come punto saldo della loro esistenza e la grande dignità nell’affrontare il dolore e la forza di seguire la volontà di Dio, qualunque essa fosse.
Ora anche il mio Giovanni è tornato fra le braccia del Padre dove, insieme al nonno, vive in pienezza tutte le beatitudini. Le nostre figlie hanno “respirato” questo stile di vita e hanno cercato, in tutti i modi, di amare e onorare il loro papà e di rendere meno umiliante e doloroso la sua condizione di vita legata alla tremenda malattia. Quando si presentano problemi e difficoltà si rivolgono al loro papà, sicure che lui le vede e si impegna a condividere e a suggerire le soluzioni più idonee.
E come recitano le scritture: “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”.


Quaresima, tempo di conversione
(pubblicato il 24.2.2006)

di don Peppino Raimondi - parroco

Conversione: una parola oggi poco accettata e soprattutto non attuata. E questo almeno per quanto riguarda la propria condotta. Forse si esige che gli altri si convertano. Sì, perché sono sempre gli altri che sbagliano e quindi devono cambiare vita.
L’invito di Gesù è per tutti. Nessuno escluso. Infatti tutti siamo chiamati a rinnovare la propria condotta di vita: dal Papa all’ultimo nato della terra. Questo universale invito è anch’esso una manifestazione dell’amore di Dio Padre. Volendo che gli uomini vivano in pienezza la loro vita, lui desidera - mediante la personale conversione - che si ritorni ad essere sempre meglio e sempre più profondamente posseduti dal suo amore. E’ infatti questo suo amore che rende bella e realizza pienamente la vita dell’uomo. Fuori o lontani da questo amore, la vita perde il suo vero significato.
La quaresima inizia con l’imposizione delle ceneri sul capo. E’ un gesto molto significativo, ma anche altrettanto impegnativo. E’ significativo nel senso che ricevendolo il cristiano riconosce non solo di essere cenere, ma soprattutto peccatore. Infatti il sacerdote nell’atto di imporre le ceneri dirà: “Ricordati che sei polvere e povere diventerai” oppure “Convertiti e credi al Vangelo”. Siamo una cenere peccatrice. Quindi consapevole di questa realtà, il cristiano ricevendola accetta di mettersi in un cammino di conversione. La quaresima infatti è tempo di rinnovamento spirituale per un ritorno sempre più generoso a Dio mediante una vita cristiana vissuta sempre secondo il Vangelo.
Se l’invito del Signore è così chiaro e soprattutto deciso, è infatti un comando, dobbiamo allora svegliarci dal sonno della pigrizia e dell’indifferenza che ci fanno ritenere di non avere bisogno di conversione.
Il tempo di vita che il Signore ci dà, la nuova quaresima che nel suo amore ci offre, sono tutti doni del suo amore per spingerci a diventare migliori. In una parola santi. Dio sa che solo diventando santi noi siamo felici e realizziamo la nostra vita. Viviamo allora questa nuova quaresima rispondendo al comando del Signore. Tutto quanto ci chiede è per il nostro vero bene.

Ecco allora alcuni suggerimenti da parte della parrocchia.
In primo luogo prendere coscienza che abbiamo bisogno di conversione, di cambiare stile di vita. E’ la risposta al comando del Signore che ci impone la cenere sul capo.
E perché questo avvengo è necessario impegnarsi a percorrere un vero cammino di versione. Proponiamo perciò:

L’ ASCOLTO DELLA PAROLA
Leggere personalmente o in famiglia la Bibbia.
Partecipare ai centri di ascolto della Parola che si tengono nelle diverse case del quartiere.
Ascoltare volentieri l’omelia del sacerdote alla domenica.

LA PREGHIERA
Riservare nella giornata un po’ di tempo per l’incontro con il Signore: questo si può fare in casa, oppure passare qualche momento in chiesa.
Partecipare ad una messa feriale, alla preghiera silenziosa del martedì sera.

LA CARITA’
Sforzarsi di essere maggiormente buoni, compresivi, amabili con quanti incontriamo sia in famiglia che nel caseggiato, come pure sul posto di lavoro.
Passare qualche tempo presso qualche anziano solo.
Portare dei generi alimentari alla Caritas parrocchiale per poveri.
Devolvere qualche soldo per chi versa in necessità finanziarie.

IL DIGIUNO
Un vero cammino quaresimale comporta anche il digiuno. E questo lo di deve fare non per dimagrire o anche solo per far scendere il colesterolo, ma per liberarsi da qualcosa di superficiale che impedisce l’apertura ai veri valori dello spirito.
Su questo aspetto proponiamo come sempre il digiuno dalla televisione. Sappiamo quanta invadenza ha questo mezzo nella nostra vita e come ci proponga con insistenza una vita superficiale.

Se avremo vissuto la quaresima come vuole la Chiesa, allora la pasqua sarà una vera risurrezione anche per noi. Non solo celebreremo la risurrezione di Cristo, ma noi pure con lui saremo resi nuovi dal suo amore e gusteremo la vera libertà che riempie la vita di gioia.


Domenica, il giorno del Signore
(pubblicato il 24.2.2006)

di don Virginio Andena

Quando il Barbarossa decise di fondare la nuova città di Lodi, pose al centro delle costruzioni la cattedrale e siccome questa opera richiedeva un po' di tempo (5 anni!) i Lodigiani batterono ogni record costruendo S. Lorenzo, chiesa più piccola e vicina alla grande piazza del duomo. Roba di 900 anni fa, perchè oggi si penserebbe a piazzare un supermercato, un ristorante, una gioielleria... Allora la gente facilmente si ricordava della domenica da santificare con il riposo e la partecipazione alla Messa celebrata in latino sino ad una cinquantina di anni fa.
E' possibile che io mi dimentichi dei miei genitori? E' possibile che mi dimentichi del mio matrimonio, del giorno della mia laurea, dell'invito a cena da parte del presidente della Repubblica? A quanto pare tutto è possibile in questo campo, non per il sopravvento dell'arte­riosclerosi ma perchè la memoria può ingiallire al punto da autorizzare Aristotele a definire l'uomo "animale dimentichevole". Lo sapeva anche il buon Dio che all'uomo di tutti i tempi intima "Ricordati di santificare le feste". Intendiamoci: non è Dio ad aver bisogno di noi ma siamo noi ad aver bisogno di Lui e gli riserviamo uno dei giorni della settimana. Così si comportano anche gli Ebrei, i Musulmani e, con altre scadenze, tutte le religioni. Se questo lo si accetta solo come un dovere (anche se fa parte dei 10 Comandamenti) non è un grande risultato perchè di fatto è una grazia, un dono, un bisogno del cuore. Tolto questo bisogno di Dio, resta un vuoto così stridente da ricorrere al surrogato delle cose, delle nuove liturgie domenicali negli stadi e in luoghi di frenetici divertimenti.
La domenica è il giorno nel quale si lasciano da parte le occupazioni quotidiane (spesso dominate dalla fretta) per lasciare finalmente un po' di spazio al silenzio, alla meditazione, all'ascolto più attento della parola di Dio, all'attenzione agli altri più bisognosi, alla preghiera, preghiera che trova il suo culmine nella celebrazione della Messa.
E qui casca quell'asino che richiama il finale televisivo di casa Vianello: "Che barba, che noia, che noia, che barba"! Converrà essere più onesti e non nascondersi dietro un dito. Ti risulta indigesto un celebrante? Se ne può scegliere uno fra altri cento. Non ti è congeniale una chiesa? Non occorre prendere l'Eurostar per andare in un'altra. Non ti va quell'orario? c'è solo l'imbarazzo della scelta.
Insomma, ridurre la fede ad un sentimento solo interiore, è come eliminare il corpo dalla vita. Ritenere di essere credenti senza essere anche praticanti, è come coltivare il rapporto con un fantasma e non con una persona. Depennare la Messa domenicale è come dire che non vale la pena ritenere che Dio sia importante. Se la domenica la riempi dei tuoi cavoli, non casca il mondo ma finisci per perdere la bussola, per rottamare Dio come valore primario nella vita. Non c'è più l'imperatore Barbarossa a mettere al centro della città la cattedrale, ma resta sempre valido il richiamo di Dio a santificare la domenica con quella memoria che si chiama la Messa. Per questo motivo, mio papà diceva: "Per testamento lascio ai miei figli la strada per andare in chiesa".
Almeno la domenica, ricordati.


Un nome veramente grande
(pubblicato il 29.1.2006)

di don Virginio Andena

Per fortuna la pasta e fagioli risulta diversa a secondo del cuoco. Mi riferisco ad uno splendido articolo di Bravi apparso sul Bollettino di dicembre e che trattava del 2° Comandamento.
Siccome mi è stato affidato l'impegno di parlare dei Comandamenti, anch'io metto sul piatto il 2°: "Non nominare il nome di Dio invano". Nell'antico testamento, il rispetto al nome di Dio si esprimeva con la proibizione assoluta di pronunciarlo e quindi si ricorreva a delle perifrasi pur di non pronunciare quel nome così santo. In quel tempo e in quella cultura poteva andare bene così, ma quando Gesù ci ha autorizzato a chiamare Dio “padre” quel rigore ha lasciato il posto alla familiarità confidenziale e ogni giornata la inizio nel nome di Dio, mentre con la destra ripeto il segno della croce.
Allora si può ritenere superato il 2° Comandamento? Purtroppo no. Dico purtroppo perchè succede un fatto,a dir poco, assurdo: sono capace di arrivare a bestemmiare il nome di Dio, di imprecare contro Dio, di chiamarlo come testimone in un giuramento falso. Se ti scappa una parola ingiuriosa contro una persona, finisci in tribunale ma se la stessa parolaccia la indirizzi a Dio, non succede nulla. Persino in TV si arriva alla bestemmia, ma c'è la massima tolleranza. So che queste considerazioni puzzano di predica ma per me vale quel cartello che un tempo veniva esposto nei luoghi pubblici: "Chi bestemmia non ragiona e chi ragiona non bestemmia". Se tutti hanno diritto al rispetto, non capisco perchè a Dio abbiano riservato una riserva. Se ci credi e bestemmi, sei un emerito imbecille e se non ci credi e bestemmi, meriti il Nobel dell'ignoranza.
Santo è il nome di Dio e merita la nostra lode. E' il nome di pace e stonava sulla fibbia del cinturone delle SS "Dio è con noi". Anche ai nostri giorni il suo nome risuona a sostegno della guerra, del terrorismo! E' nome di amore e non è bene contrabbandarlo con il mio egoismo. E' nome di giustizia e va trattato con il massimo rispetto. E' nome di perdono e non posso mescolarlo con nessun genere di vendetta.
Non nominare il nome di Dio invano. Senza bigottismo, senza fanatismo prendo le distanze da qualsiasi uso sconveniente del nome di Dio e lo nomino con la stessa delicatezza con la quale pronuncio il nome di una persona che amo, lo difendo quando un fratello lo getta nel fango, lo lodo in pubblico e nel segreto della mia coscienza. Analogamente questo vale anche per il nome della Madonna e dei santi. Offendere il nome è offendere la persona e onorare il nome è onorare una persona. Così offro questo piatto targato 2° Comandamento e spero che possa servire e riconoscere che il Signore è l'unico nostro bene.


I frutti di un anno
(pubblicato il 29.1.2006)

di don Peppino Raimondi - parroco

Riportiamo le parole e le riflessioni proposte da don Peppino nella S. Messa di ringraziamento nell’ultimo giorno dell’anno 2005.
Un altro anno lasciamo alle nostre spalle. Non sembra vero: il tempo vola e noi non possiamo far nulla. Con questo passare del tempo, noi constatiamo che non solo gli anni passano, ma tutti inesorabilmente invecchiamo. Solo Dio è eterno, solo lui non invecchia mai. Lui è l’eterno giovane.
Prima di chiudere definitivamente questo anno che abbiamo vissuto con i suoi problemi e le sue difficoltà, ma anche con le sue gioie e le sue consolazioni, noi come cristiani ci siamo riuniti per ringraziare Dio nostro Padre per quanto ci ha donato. Compiamo questo gesto di ringraziamento perché sappiamo per fede che sopra di noi c’è un Dio che ci ama e ci sostiene nel faticoso cammino della vita. Ringraziamolo almeno questa sera. Cerchiamo di vedere al di là di tanti dolori e croci, sofferenze e morte, che la sua mano ci ha sostenuto.
Come vostro parroco vi invitò a scrutare nelle vicende di questo anno, i doni e le benedizioni, i momenti belli e i favori vissuti. Non riteniamo tutto questo solo frutto della nostra volontà, oppure del caso. Vediamoli come dono di Dio, vediamoli con frutto del suo amore.
Se avremo almeno questa sera, questo sguardo profondo e incero, sapremo allora dirgli grazie nel silenzio del nostro cuore.
Ma noi siamo qui non solo per dire a Dio nostro Padre il nostro personale grazie, ma vogliamo anche ringraziarlo come comunità parrocchiale. E io come vostro parroco, come ho già fatto in questi anni della mia permanenza in mezzo a voi, desidero almeno questa sera farmi voce di tutti voi per ringraziarlo a nome di tutta la nostra comunità.
Vi confesso carissimi, che ogni giorno nella mia preghiera, cerco di intravedere la mano di Dio che conduce questa nostra parrocchia. Perché so che una volta intravista, nella misura in cui poi gli sono obbediente, faccio il vostro vero bene e la comunità continua veloce la sua corsa sulle strade del Vangelo. Infatti il mio unico desiderio è di essere obbediente alla volontà di Dio, anche se - seguendo questa sua volontà - alcune volte non mi fa essere del tutto gradito alle vostre aspettative. Ma ciò che importa è la volontà di Dio, perché lui e solo lui fa il nostro vero bene. Ci chiediamo allora, prima di innalzare il nostro ringraziamento, che cosa ha compiuto il Signore in questo anno in mezzo alla nostra comunità parrocchiale?

In primo luogo, costatiamo che la sua mano ci ha sostenuto nel nostro cammino di vita parrocchiale. Lo spessore dell’impegno, la generosità dello spendersi, la tenacia di fare il meglio e di raggiungere tutti come lui ci insegna nel vangelo, non siano venuti meno.
Ne sono una prova il fatto che al disimpegno e all’individualismo che caratterizzano in modo particolare la società d’oggi, non è venuto meno tra di noi il senso della comunità. La parola comunità sembra entrata maggiormente nel nostro linguaggio e nella nostra mentalità.
La generosità di tante persone che lavorano per il bene della comunità ne è una prova. Vediamo in certe occasioni anche volti nuovi. Rimangono ancora significative le serate all’insegna dell’evangelizzazione che abbiamo fatto nelle zone del quartiere in occasione del mese di maggio. Raccolti attorno all’Eucarestia, abbiamo vissuto il più alto e significativo memento evangelizzatore della nostra comunità a favore di tutti gli abitanti del quartiere.
Carissimi se non c’era il Signore ha sostenerci, noi avremmo fatto ben poco. E’ lui che ci da la caparbietà di andare avanti e non stancarci. Dico allora, come sempre, anche a nome vostro, Grazie, o Signore, perché mediante il tuo Spirito sostieni questa nostra comunità e la conduci a spendersi per questo quartiere. Sostienila sempre. Donaci ogni giorno il tuo santo Spirito. Sappiamo che è lui e solo lui il motore fondamentale di questa tua e nostra comunità di S. Fereolo. Essa va avanti non per le nostre iniziative, ma per il tuo grande e instancabile amore. Mentre ti ringraziamo, ricompensa tutti coloro che trovano tempo per spendersi concretamene per le sue iniziative. Sostienici sempre con la forza della tua grazia.

In secondo luogo dobbiamo ringraziare per tutte i doni speciali che il Signore ci ha concesso chiamando qualche nostro fratello al servizio speciale nella Chiesa. Pensiamo in primo luogo i due volontari che sono partiti nel gennaio di questo anno a servizio temporale in africa: la nostra Rosanna e il nostro Edoardo. E’ vero che il loro servizio è temporaneo, ma è sempre un dono che il Signore ha fatto alla nostra comunità. Rosanna tra poco ritornerà, ma il suo anno non solo gli ha permesso di fare tanto bene a quelle bambine, ma ha anche cambiato in meglio senz’altro la sua vita. Ed è stata una ricchezza per noi. Il nostro Edoardo continuerà e darà ai quei popoli la grazia di avere la sospirata acqua per la loro vita.
Pensiamo poi alla professione religiosa della nostra Daniela Migotto. Il Signore la fatta sua. E anche lei si prepara a partire tra qualche tempo per terre di missione. Il nostro grazie vale anche per le due ordinazioni diaconali. Il nostro Umberto è diacono per sempre. Il suo servizio è segno dell’amore di Dio per i poveri, per la liturgia. C’è poi il nostro Marco Misani che diventato quest’anno diacono è ora in cammino vero il sacerdozio che, Dio piacendo, riceverà nel prossimo anno.
Possiamo dire senza mancare di umiltà, che il Signore ha guardato alla nostra comunità con occhio benevolo. Se una comunità da dei figli al Signore perché lui i consacri per il bene della Chiesa, è segno che in essa lo Spirito di Dio non solo lavora, ma trova corrispondenza. Noi non abbiamo nessun merito, noi non abbiamo forzato nessuno, solo la grazia del Signore ha compiuto queste meraviglie di speciale consacrazione.
E allora salga il nostro grazie.
Sì, o Signore, noi ti ringraziamo per queste vocazioni, come pure ti ringraziamo per quelle belle vocazioni al matrimonio che hai fatto fiorire tra di noi. Ti diciamo grazia perché sappiamo che queste vocazioni di speciale consacrazione sono opera del tuo Spirito. Questa grazia ci permette di essere collaboratori speciali nel tuo progetto di salvezza del mondo.
Mentre ti ringraziamo, ti chiediamo scegliere ancora altri nostri fratelli per il bene della Chiesa. Donaci di saper scorgere nei ragazzi e nei giovani i germi di vocazioni che a pieni mani semini nel campo della Chiesa. E noi saremo pronti a donarteli e a sostenerli con la nostra preghiera con il nostro esempio.

E infine, carissimi dobbiamo dire grazie al Signore per tutti questi lavori materiali che abbiamo intrapreso per il bene della nostra gioventù. I lavori per il Palasanfereolo, per i nuovi spogliatoi e il rinnovamento dei vecchi sono ora una realtà. Fanno onore alla parrocchia. E’ vero è stata un’impresa, ma l’abbiamo fatta perché crediamo in un certo valore dello sport. E oggi la nostra gioventù piccola e grande la possiamo avere ancora accanto a noi con questa attività. Siamo infatti convinti che non basta far giocare per educare e formare ai valori, ma stiamo anche lavorando decisamente anche per il rinnovamento del progetto educativo sportivo. Ci vorrà del tempo, ma stiamo mettendo a fuoco tutte le nostre capacità. Se i lavori sono terminati, rimane però il debito da assolvere. Ce lo porteremo avanti per un po’ di tempo. Ci penserà la provvidenza di Dio mediante la generosità di tanti fedeli. Le piccole o le grandi gocce di aiuto continuano. E noi non si stanchiamo mai di metterle assieme per coprire ogni spesa.

Anche qui, dico a nome di tutti:
Grazie o Signore, perché ci hai fatto concludere questi lavori. Li abbiamo intrapresi per il bene fisico, ma soprattutto spirituale dei tuoi e nostri figli più giovani. E’stata una fatica finanziaria, ma sappiamo che ci aiuterai anche sotto questo aspetto. Noi, o Signore non confidiamo nelle grandi vincite, che la società sforna a pieni mani. Non usiamo i raggiri più o meno onesti, così facili tra gli uomini d’oggi. Confidiamo sempre solo nella tua grande e infinita provvidenza.
Aiutaci ancora, o Signore. Tu sai che portiamo sempre nel cuore di intervenire su questa chiesa. Non permettere che questa fatica finanziaria rallenti l’inizio della ristrutturazione di questa tua casa. Tutto facciamo per la tua gloria, ma anche per trovarci bene nella tua Chiesa senza pericoli di cadute, senza soffocamenti d’estate. Signore affidiamo tutto a te, e tu nella tua grande provvidenza e nel tuo infinito amore vieni in nostro soccorso oggi sempre.
Carissimi, oltre a questi principali motivi di ringraziamento, ce ne sarebbero ancora altri che solo il vostro parroco conosce e porta nel suo cuore.
Salga allora al Signore il nostro sincero grazie consapevoli che il Signore ci ama e fa sempre il nostro bene perché è un vero Padre.