| archivio - 2' semestre 2006 |
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Solo con Lui possiamo sperare (pubblicato il 23.12.2006) di don Peppino Raimondi - parroco Nel cuore dell’uomo c’è un forte bisogno di speranza. Tutti infatti speriamo, attendiamo, desideriamo. Sull’ultimo bollettino dicevo che la vita è un desiderio. Ed è vero. Chi di noi non spera? Al di là delle piccole e grandi attese, più o meno facili di cui la nostra giornata è costellata, nel cuore dell’uomo vi è radicata soprattutto la speranza di non fallire nella vita. Infatti tutto quanto andiamo cercando di avere o di procurarci è in ordine ad una vita migliore, in termini classici diciamo che si desidera realizzarsi pienamente. Dire seriamente e con decisione ad un uomo che è un fallito nella vita, è il disprezzo più grande che gli si possa dare. Se questo è vero, bisogna allora dire che tutto quanto facciamo, desideriamo, cerchiamo, è in ordine ad una vita migliore, a raggiungere la pienezza della propria vita. Se la speranza di riuscire nella vita e quindi di non fallire, è così grande e radicata nel cuore di ogni uomo, bisogna allora trovare quella modalità di vita che non permetta che si giunga al fallimento. E qui il problema diventa difficile. E la scelta non è sempre facile. Perché lo stile di vita sia veramente in grado di realizzare l’uomo deve dare senso e significato anche alla realtà della morte. Che vale vivere una vita sugli allori se poi tutto crolla e ci si ritrova con le mano in mano? Bisogna allora dire che tra le svariate proposte di stili di vita che il mondo ed in modo particolare la società moderna propongono, tutti si scontrano con la morte. Di fronte a questo fatto che tocca inesorabilmente tutti, essi fanno silenzio, o meglio cercano di ignorarla. La troviamo in quel Bambino che è nato tanti secoli fa e che continuamente viene a noi. Con lui noi infatti vinciamo tutto compresa la morte stessa. Il dolore e la croce che spesso accompagnano la nostra vita terrena, trovano in quel dono che viene dal cielo, una spiegazione e la possibilità di farne un dono d’amore per il bene di tutta l’umanità. Quel tenero Bambino che una volta adulto ha attraversato lui pure il mistero della morte, ci dice che questo avvenimento che sembra spazzar via tutto, si può uniti a lui vincerlo e farlo diventare l’ingresso nella vita senza fine. Ancora con lui nel cuore, si trova la vera libertà, la profonda gioia che fa traboccare il cuore. In una parola: quel Bambino è la nostra speranza sia per la vita di tutti i giorni sia per la vita che verrà al di là di questo mondo. Se quel bambino è la nostra speranza, in quanto è un uomo come noi, ma anche figlio di Dio, noi possiamo, anzi dobbiamo sperare. Il cristiano è e deve essere allora l’uomo della speranza più vera e più profonda. Carissimi nel farvi gli auguri di buon natale, vi invito allora ad accogliere il Bambino Gesù nel vostro cuore. Con lui non c’è nulla da temere. Viene per noi, ha vissuto su questa terra per noi, per noi ha parlato e compiuto miracoli, ma in modo particolare per noi è morto ed è risorto. In quel grande bisogno di speranza che tutti portiamo nel cuore, lui è la nostra forza e la nostra pace. Prometto a tutti un ricordo speciale nella celebrazione del natale di Gesù. A quel Bambino che nasce per amore nostro chiederò per tutti un po’ di speranza nel futuro che si apre davanti a noi. Ma anche voi chiede per me e per i vostri sacerdoti che sappiamo anche noi, in mezzo alle difficoltà pastorali, guardare avanti con animo sereno. Rasserenati da quel Bambino, saremo poi in grado di portare pace e serenità a tutti e il mondo d’oggi ne ha tanto bisogno. A tutti indistintamente auguri di cuore e pace nel Signore che si fa Bambino per essere accolto nel nostro cuore per infonderci sperava vera e sicura.
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Siamo sempre in attesa (pubblicato il 25.11.2006) di don Peppino Raimondi - parroco Il cuore dell’uomo è sempre in attesa. Porta infatti dentro il suo cuore un desiderio che non sempre riesce a decifrare o a darle un volto che corrisponda veramente all’esigenza del suo spirito. L’attesa fa parte del nostro vivere quotidiano. Possiamo dire che al di là dell’attesa radicata profondamente nella nostra carne, che contraddistingue l’uomo e la donna in quanto tali, ognuno di noi ha poi le sue particolari attese. Il bambino attende di diventare giovane, il giovane desidera la libertà, l’adulto aspetta sempre di vincere una fortuna, l’anziano desidera che la vecchiaia non lo renda infermo, l’ammalato desidera la salute. Anche chi sta per concludere la propria esistenza terrena, sospira sempre che non avvenga. Giustamente è stato quindi detto che la vita è un desiderio. Sotto a questa molteplicità di desideri che ognuno di noi porta nel cuore, sta un aspetto tremendo che, pur raggiungendo ciò che si desidera, non si riuscirà mai ad essere soddisfatti pienamente. Il desiderio profondo che caratterizza il cuore dell’uomo e della donna non può e non potrà mai essere soddisfatto dalle cose umane, dalle realtà di questo mondo, anche se belle, giuste e oneste. C’è sempre un al di là che va oltre a ciò che si cerca. E questo lo si può trovare solo in Dio. E’ lui infatti ciò che il nostro cuore desidera, aspira, brama. Possedere Dio o meglio lasciarsi possedere da Dio è la gioia piena ed esaltante del cuore umano. Tra pochi giorni inizierà il tempo liturgico dell’avvento. E’ il tempo nel quale siamo invitati ad aprire i nostri cuori al Signore che verrà nel prossimo Natale. E’ tempo quindi di attesa. E solo preparandoci nei dovuti modi all’incontro che vivremo con lui nel mistero del suo natale, che sperimenteremo parte di quella gioia che l’incontro finale ci riserverà in modo completo. E’ necessario allora vivere bene questo tempo d’avvento. Solo in questo modo non trasformeremo il natale in festa della bontà tra gli uomini, come purtroppo oggi avviene. Come cristiani non possiamo seguire le mode della società consumista, che fa di tutti gli avvenimenti del Signore un fatto commerciale, ma dobbiamo elevarci e cercare di vivere ciò che il mistero della vita del Signore ci presenta.
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Bocciatura della fame virtuale (pubblicato il 25.11.2006) di don Virginio AndenaIl fedele buddista si sottopone ad un lungo allenamento per riuscire a spegnere nell'uomo ogni desiderio: purtroppo non conosco i risultati di questa impresa, ma credo che dentro ogni uomo non si spenga mai il desiderio della roba degli altri. Lo sa bene la pubblicità che getta benzina sul fuoco anche quando non è il classico periodo dei regali come avviene in occasione di S. Lucia e del Natale. Ci sarà mai qualche cristiano che nella confessione si sarà accusato di aver accarezzato il desiderio della roba d'altri? Dal momento che il desiderio resta sul pianeta dei desideri e non succede nulla di concreto, è facile ritenere che il decimo Comandamento sia superfluo e quindi sia stato aggiunto solo per arrivare al numero 10 che è considerato il numero della perfezione. Eppure, per impostare la vita in modo solare, dal cuore va bandito l'avidità, la cupidigia, l'invidia. Nella mentalità consumistica, fondata sul materialismo, la qualità della vita viene collocata nella quantità dei beni materiali che si hanno a disposizione. Invece nella cultura di comunione si privilegia la condivisione dei beni, per evitare quella "avarizia insaziabile che è idolatria" come diceva Paolo ai cristiani di Colossi. Gesù ci avverte che “là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore". Per questo, durante la Messa ci viene chiesto se i nostri cuori puntano in alto e noi rispondiamo: “sono rivolti al Signore”! Sarà poi vero? Quando fu tolto al Papa lo "stato della Chiesa", sembrava che questo evento segnasse il declino della Chiesa ma solo dopo 60 anni, si giungerà a capire che non è stata poi una grave sciagura, perchè così provvidenzialmente commenta Pio XI : "Tanto basta al corpo per sostenere l'anima"! Guerre, rivalità, vendette sono esplose per il desiderio della roba d'altri. Invece di lanciare l'amo sulla roba d'altri, sarebbe meglio condividere i propri beni con chi è nel bisogno. Il Vangelo è ricco di queste indicazioni. Se per questo Natale volessimo fare cosa gradita a Gesù, qualcosa di mio lo trasformo in qualcosa di nostro. Altrimenti finisco per ritrovarmi in quella nota squadra dove la musica ribatte il ritornello: quello che è mio è mio e quello che è tuo, cerco di farlo mio! Sono considerazioni un po' moralistiche ma d'altra parte si tratta dei dieci Comandamenti e quindi del nostro comportamento morale. Terminata questa carrellata sui Comandamenti, mi faccio prestare la dichiarazione manzoniana: se ho annoiato qualcuno, non l'ho fatto apposta.
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La pena di morte alla fantasia? (pubblicato il 28.10.2006) di don Virginio Andena A conti fatti, arriverò al termine dell'anno completando la carrellata dei dieci Comandamenti. Questa volta è il turno dell'ottavo: “non dire falsa testimonianza”. " Giura di dire la verità, solo la verità e tutta la verità": è la classica formula che il giudice rivolge al testimone in tribunale. Diverso è il parere di Pirandello e dei suoi seguaci: "Cosi è se vi pare, signori". "Il fine giustifica i mezzi", già sentenziava nel '500 il nostro Macchiavelli. Una cosa è certa: se ogni volta che diciamo una bugia, il naso crescesse di una spanna, come al burattino Pinocchio, la chirurgia plastica aumenterebbe il fatturato. Continua ad impressionarmi la definizione del diavolo da parte di Gesù: "padre della menzogna". Dio resta la sorgente di ogni verità contro il continuo tentativo dell'uomo di crearsi la verità a suo piacimento, per cui ciascuno stabilisce autonomamente ciò che è bene e ciò che è male. Chi è attento alle indicazioni del Papa, sa quanto Benedetto XVI batta sul relativismo. Insomma, l'ideale resta sempre la coerenza fra ciò che si pensa e ciò che si dice, tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra ciò che si fa e ciò che si è secondo il progetto di Dio, con l'esclusione dell'ipocrisia e della doppiezza. Per il cristiano è falsa testimonianza tutto ciò che non è conforme al Vangelo. Cristo è venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità. Il rovescio della medaglia si chiama diffamazione, inganno, ipocrisia. Famosa è l'avventura di S. Alfonso, non per la composizione del canto natalizio "Tu scendi dalle stelle" ma perchè era il più brillante Taormina del foro di Napoli nel secolo XVIII. Un giorno, in un processo, impostò la difesa dell'imputato su di una bugia: rimase cosi avvilito che rinunciò alla toga, si fece sacerdote e divenne vescovo, patrono del moralisti. Mio papà era solito ricordare che le bugie hanno le gambe corte e che la verità viene sempre a galla. L'uso della menzogna da sempre inquina le relazioni umane e incrementa la convinzione che la normalità sia l'inganno e non la verità. Non c'è bisogno di rifarsi al celebre "venticello" della calunnia, cantato nel "Barbiere di Siviglia" di Rossini: la bugia ha una sua forza espansiva inesorabile, impressionante. C'è un delicato problema connesso alla verità ed è quello di coniugarla con la carità. La verità non va mai detta in maniera brutale e se una prognosi risulta allarmante, all'ammalato la verità va detta nella misura in cui può essere sopportata. Cosi i mass-media hanno il dovere dell'informazione ma rispettando sempre la dignità di ogni persona umana, eliminando il cattivo gusto di "sbattere il mostro in prima pagina". Il comandamento in questione non è materiale di battaglia solo in politica e in diplomazia ma sarebbe bene farlo entrare nella nostra agenda non solo come ideale astratto ma come stile di un uomo “doc” e di un cristiano verace.
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La nostra vita, un dono (pubblicato il 28.10.2006) di don Peppino Raimondi - parroco Stiamo per vivere la solennità dei santi e la commemorazione dei fedeli defunti. Due giorni per riflettere sul senso della nostra esistenza, del nostro vivere del nostro morire. Si tratta di due ricorrenze che ci fanno prendere coscienza di ciò che è la vita e del suo destino. Con la vita frenetica che viviamo, noi corriamo il rischio di vivere la nostra vita personale senza mai prendere coscienza di ciò che siamo, di ciò che dovremmo essere. In una parola non riflettiamo sul senso della vita. Ignorando questo, noi non solo non viviamo come dovremmo, ma soprattutto non gustiamo la bellezza della vita. Se vogliamo vivere in pienezza la nostra esistenza, dobbiamo darle un senso e un significato. E questo non viene certo da noi, ma da Colui che ci ha creati, cioè Dio. E’ infatti da lui che noi sappiamo che cos’è la vita e il perché siamo stati creati. Oggi molti maestri si sostituiscono a Dio e danno quindi alla vita un significato che la illumina solo per un istante o per un breve tempo. Si tratta più di uno stordimento per non pensare veramente a che cos’e la vita. Consapevoli che solo Dio ci può illuminare sulla vita, perché ne è il creatore, noi la vediamo come un dono stupendo al di là delle inevitabili sofferenze. Siamo infatti un suo irrepetibile atto d’amore. E solo vivendola in continua apertura al suo amore, diverta anch’essa un atto d’amore. Staccarsi da Dio o peggio ancora vivere in contrasto con lui, la vita perde la sua più grande originalità e la sua grandezza. Tutto questo noi lo vediamo in ciò che Gesù ci ha rivelato. Non solo quindi ci crea, ma ci fa anche suoi figli, e vuole che ci apriamo a lui come ad un padre. Questo modo di vedere la vita non riguarda soltanto la nostra esistenza terrena, ma ha anche un risvolto per tutto ciò che sta al di là di questa terra. Vivere la vita terrena con lo sguardo della fede cristiana, noi prendiamo coscienza che il bello della vita sta al di là della morte. Questa infatti non è la fine di tutto, ma l’inizio della ragione per cui siamo stati creati. Noi infatti viviamo in attesa della beata speranza, cioè di vedere Dio e goderlo per sempre nel regno della vita, della gioia e dell’amore. In attesa che i nostri occhi si apriranno per contemplare il volto di Dio e per gioire con tanti fratelli e sorelle, noi viviamo la nostra esistenza nel segno della speranza. La fede ci illumina sul senso e sul significato della vita, la speranza ci fa attendere l’entrata nella beatitudine del Signore. Non dobbiamo anticipare per nessun motivo questa entrata, ma attendere ogni giorno con ferma speranza che verrà il momento in cui saremo pienamente realizzati nel regno preparato dal Padre per tutti i suoi figli redenti dal sangue del nostro Salvatore. Avere speranza cristiana vuol dire allora impegnarsi a rendere sempre più bello il dono della vita che abbiamo ricevuto dal cuore di Dio. E lo si può rendere bello nella misura in cui diventiamo santi. I giorni più o meno tanti della nostra esistenza terrena, ci sono appunto dati per crescere in santità di vita. Ecco allora il nostro impegno: diventare santi. Dice infatti il Signore: siate santi perché io sono santo. Se i giorni del nostro vivere qui in terra sono doni per diventare santi, cerchiamo di non stancarci di crescere in santità di vita. I mezzi li abbiamo. E sono la Parola di Dio, la preghiera, i sacramenti, la carità. La strada è tracciata. La troviamo nel vangelo e in Gesù: lui infatti è la via la verità e la vita. Gli esempi sono davanti ai nostri occhi: e sono i santi. Hanno vissuto la loro vita come dono e l’hanno trasfigurata seguendo il vero modello Gesù Cristo. Ormai sono arrivati a casa, e da quella casa ci aiutano e soprattutto ci attendono. Mentre abbiamo tempo cerchiamo di diventare santi ognuno nel proprio ambiente, ognuno con le proprie difficoltà e con la proprie qualità, consapevoli che non si fatica mai invano quando si collabora con il Signore. I frutto si vedranno a suo tempo. E saranno frutti meravigliosi che non si consumeranno mai.
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La verità, sempre (pubblicato il 2.10.2006) di don Virginio Andena
A conti fatti, arriverò al termine dell'anno completando la carrellata dei dieci Comandamenti. Questa volta è il turno dell'ottavo: “non dire falsa testimonianza”. " Giura di dire la verità, solo la verità e tutta la verità": è la classica formula che il giudice rivolge al testimone in tribunale. Diverso è il parere di Pirandello e dei suoi seguaci: "Cosi è se vi pare, signori". "Il fine giustifica i mezzi", già sentenziava nel '500 il nostro Macchiavelli. Una cosa è certa: se ogni volta che diciamo una bugia, il naso crescesse di una spanna, come al burattino Pinocchio, la chirurgia plastica aumenterebbe il fatturato. Continua ad impressionarmi la definizione del diavolo da parte di Gesù: "padre della menzogna". Dio resta la sorgente di ogni verità contro il continuo tentativo dell'uomo di crearsi la verità a suo piacimento, per cui ciascuno stabilisce autonomamente ciò che è bene e ciò che è male. Chi è attento alle indicazioni del Papa, sa quanto Benedetto XVI batta sul relativismo. Insomma, l'ideale resta sempre la coerenza fra ciò che si pensa e ciò che si dice, tra ciò che si dice e ciò che si fa, tra ciò che si fa e ciò che si è secondo il progetto di Dio, con l'esclusione dell'ipocrisia e della doppiezza. Per il cristiano è falsa testimonianza tutto ciò che non è conforme al Vangelo. Cristo è venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità. Il rovescio della medaglia si chiama diffamazione, inganno, ipocrisia. Famosa è l'avventura di S. Alfonso, non per la composizione del canto natalizio "Tu scendi dalle stelle" ma perchè era il più brillante Taormina del foro di Napoli nel secolo XVIII. Un giorno, in un processo, impostò la difesa dell'imputato su di una bugia: rimase cosi avvilito che rinunciò alla toga, si fece sacerdote e divenne vescovo, patrono del moralisti. Mio papà era solito ricordare che le bugie hanno le gambe corte e che la verità viene sempre a galla. L'uso della menzogna da sempre inquina le relazioni umane e incrementa la convinzione che la normalità sia l'inganno e non la verità. Non c'è bisogno di rifarsi al celebre "venticello" della calunnia, cantato nel "Barbiere di Siviglia" di Rossini: la bugia ha una sua forza espansiva inesorabile, impressionante. C'è un delicato problema connesso alla verità ed è quello di coniugarla con la carità. La verità non va mai detta in maniera brutale e se una prognosi risulta allarmante, all'ammalato la verità va detta nella misura in cui può essere sopportata. Cosi i mass-media hanno il dovere dell'informazione ma rispettando sempre la dignità di ogni persona umana, eliminando il cattivo gusto di "sbattere il mostro in prima pagina". Il comandamento in questione non è materiale di battaglia solo in politica e in diplomazia ma sarebbe bene farlo entrare nella nostra agenda non solo come ideale astratto ma come stile di un uomo “doc” e di un cristiano verace.
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Abbiamo fatto festa (pubblicato il 2.10.2006) di don Peppino Raimondi - parroco Dopo la lunga preparazione, è arrivato il giorno, o meglio le settimane, per far festa al nostro oratorio in occasione del suo 20° compleanno. A parte le fatiche, che abbiamo fatto ben volentieri, a parte il tempo che non ci è stato troppo favorevole per i momenti all’aperto, abbiamo gioito e soprattutto ci siamo ricaricati per un nuovo cammino. La volevamo proprio così. I compleanni si festeggiamo non con le pive nel sacco, ma con gioia ed entusiasmo. E così è stato. Penso ai vari momenti di queste due settimane vissuti all’insegna della fraternità, della corresponsabilità e della partecipazione. Posso dire che l’oratorio a S. Fereolo è ancora nel cuore della gente e in modo particolare di coloro che vivono la vita della comunità. Penso che don Peppino da cielo sia stato contento di quanto abbiamo fatto per il suo amato oratorio, e anche per lui. Meritava tutto quanto è stato fatto. L’oratorio in una parrocchia non ha scopi di lucro, anche se ha un bar, e nemmeno di sola aggregazione giovanile, anche se cerca di coinvolgere la gioventù. Questo ambiente, ma soprattutto il suo scopo è di aiutare i ragazzi, gli adolescenti e giovani a fare della loro vita una festa continua. Ma perché questo avvenga è necessari che l’oratorio entri nel cuore, nella vita dei ragazzi e dei giovani. Se si utilizza questo ambiente per il solo gioco, per ritrovarsi con gli amici, allora la sua proposta non trova posto nel loro cuore e non trovando posto, non può produrre quei frutti che vorrebbe. Il primo passo da fare è proprio questo: condividere in tutto la proposta educativa oratoriana. Questo innamoramento dell’oratorio soprattutto da parte di ragazzi e degli adolescenti e poi dei giovani, sarà possibile solo se gli stessi genitori avranno una particolare attenzione alla realtà oratoriana. Quando i figli sentono e soprattutto vedono che i genitori si interessano, condividono, sostengono con la parola e con la collaborazione le attività dell’oratorio, normalmente assumono i medesimi atteggiamenti. Se ci fosse allora maggior collaborazione tra genitori e l’oratorio, noi faremmo cose ancora più grandi di quanto è stato fatto in questi 20 anni. A conclusione di queste feste, mi sia permesso esprimere un desiderio. Non chiedo aiuti finanziari, anche se ne abbiamo bisogno per le spese contratte, non chiedo gratificazioni per le fatiche fatte e che continuamente si faranno per la conduzione dell’oratorio, a queste ci pensa il Signore, vorrei, ecco il mio desiderio di parroco, che il nostro oratorio avesse maggior posto nel cuore delle famiglie fino al punto di farlo diventare, come diciamo spesso, la seconda casa dei nostri ragazzi, adolescenti e giovani, in modo che lavorando insieme con fede e amore da questo luogo vengono generati i nuovi uomini e le vere donne per la società di domani.
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Un prete, un amico (pubblicato il 10.09.2006) di don Egidio Miragoli In don Peppino Moggi, ricordiamo anzitutto un prete, il prete. Nato nel 1930, ordinato il 9 giugno 1955, Don Peppino era un prete formatosi in epoca pre-conciliare, e pre-conciliare (in quel periodo) visse anche la prima parte del suo ministero (penso agli anni trascorsi da coadiutore a Maleo prima e poi a santa Maria del Sole). Ciononostante, egli fece parte di quel drappello di sacerdoti che seppero assimilare il Concilio e tradurlo in maniera equilibrata, con la tipica sapienza di chi di fronte al nuovo non si arrocca nel conservatorismo né si abbandona alla tentazione di cambiare tutto, acriticamente. Ma una sua qualità più propria, e forse il messaggio più nitido della sua vita di prete, proviene non tanto dalle scelte per così dire istituzionali, quanto dal modo di impostare e interpretare i rapporti interpersonali. Nota e apprezzatissima era la sua umanità, la spontaneità con la quale si immedesimava nell’interlocutore e nel problema che questi gli proponeva. Chi lo cercava e gli si confidava, capiva immediatamente che don Peppino non era lì a recitare una parte, o ad assolvere impersonalmente un compito, ma che entrava in sintonia con lui, che si calava nel problema e se ne faceva realmente carico. Potremmo dire che don Peppino sapeva parlare ai singoli perché sapeva ascoltarli. Era cioè un maestro nel senso più nobile del termine: perché non c’è vero magistero se non ci sono ascolto e condivisione. Un secondo grande valore di don Peppino sacerdote era la duttilità. Dote cristiana e sacerdotale non da poco, se Gesù sapeva arringare i dottori e farsi comprendere dai semplici, tenere discorsi nelle sinagoghe e conversare nelle strade. Ecco, don Peppino era oratore adatto a un pubblico adulto, ma riusciva a catturare con uguale efficacia l’attenzione dei più giovani. Ricordo l’annuale incontro in forma assembleare a san Fereolo per l’inizio della catechesi agli adolescenti e giovani. L’impresa non era facile: si trattava di parlare a circa 150 o più adolescenti (perché questi erano i numeri di quegli anni). Eppure don Peppino riusciva a trovare sempre il registro giusto, come gli accadeva nella predicazione popolare delle messe del mese di maggio, ma anche in occasione degli approfondimenti per le famiglie, per i catechisti, nella catechesi per i giovani che tenne lui personalmente per vari anni, o negli incontri riservati ai sacerdoti. Duttilità era pure quella che gli consentiva di unire serietà e autorevolezza a cordialità e affabilità. Ma poi viene da lasciare il don Peppino sacerdote per passare al don Peppino amico. Perché pure per molti dei presenti don Peppino è stato anche o soprattutto un amico. Accadeva spesso infatti che chi entrava in rapporto con lui in quanto prete, per via del suo ruolo, in breve tempo gli diventava amico. Non importa se si trattava di preti, di laici suoi collaboratori, di genitori o semplicemente di persone che prestavano la loro opera occasionalmente per qualche iniziativa: conoscere don Peppino e la sua umanità, significava restarne affascinati, e spesso, appunto, entrare in rapporto di amicizia con lui. Ancora nel settembre scorso ne ho avuto la riprova. Sono stato a Lutago, all’Oberstock, dove è iniziata tanti anni fa l’avventura estiva della valle Aurina, e nell’atrio dell’albergo, tra le cose care, le cose di famiglia, ho intravisto la foto di don Peppino che fu distribuita in occasione della sua morte. Qualche giorno dopo, passando dalla malga che porta al Lago Chiusetta, vi ho trovato la stessa immagine-ricordo affissa. Non è né una coincidenza né un dettaglio banale, mi pare: evidentemente, chi conosceva don Peppino non lo dimenticava più. Ma dopo aver parlato di lui, vorrei concludere lasciando parlare lui. La messa del giovedì santo era sempre da lui sentita con particolare intensità. In una di quelle omelie terminava dicendo: “Raccogliendo il comando di Cristo, noi, questa sera, vogliamo entrare nel vivo di questi gesti (i gesti di Gesù) perché diventino vita della nostra vita. Noi sacerdoti mandati dal vescovo a vivere la nostra fede e a svolgere il dono del nostro ministero in questa nostra comunità, sentiamo di dover essere tra voi i primi testimoni di questa fedeltà e disponibilità. Vorremmo potervi assicurare che la nostra comunione fraterna è in sintonia con quella che Gesù ha vissuto con i suoi 12; che la nostra attenzione ai problemi e alle vostre richieste è pronta e lungimirante; che la nostra disponibilità verso tutti è generosa e scattante; che la fedeltà alla nostra vocazione continua all’insegna dell’entusiasmo; che il nostro essere con voi e per voi a servizio di questa nostra comunità ci dona ogni giorno gioia e incoraggiamento. Nonostante la presenza pesante dei nostri limiti, vi assicuriamo che tutto questo ce lo proponiamo come ideale e ci proponiamo giorno per giorno di impegnarci per raggiungerlo. Mentre vi esprimiamo tutta la nostra gratitudine per quello che siete per noi e per quello che fate per la nostra comunità, vi chiediamo l’aiuto di una preghiera per essere tutti insieme più luminosi davanti al Signore” (Giovedì santo 1989). Sono parole belle che rivelano – oltre che i suoi sentimenti – anche la sua visione del ministero sacerdotale. Noi, riascoltandole, accogliamo con gratitudine la sua testimonianza e insieme vogliamo rispondere al suo invito alla preghiera affinché, anche grazie ad essa, possa davvero essere “luminoso” davanti al Signore.
(*) l’articolo è tratto dall’omelia pronunciata durante la S. Messa in suffragio di don P. Moggi - novembre 2005.
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20 anni di oratorio (pubblicato il 10.09.2006) di don Peppino Raimondi - parroco In questo mese di settembre il nostro oratorio compie 20 anni. L’opera voluta con tenacia e determinazione dal nostro carissimo don Peppino Moggi è una realtà che non solo si conserva, ma continua ad essere il luogo più qualificato della nostra parrocchia per la formazione cristiana delle nuove generazioni. Se don Peppino lo ha costruito, lo ha però goduto per soli sei anni. E’ il destino di ogni sacerdote che deve lavorare, costruire, rinnovare e poi andarsene. E così è stato per lui. La sua opera però rimane e continua a svolgere l’opera per la quale è stata voluta. Anche se gli anni passano e i cambiamenti sono sempre più grandi, il nostro oratorio infatti continua a svolgere la sua opera educativa, come appunto voleva don Peppino, con la catechesi, i sacramenti, il gioco e lo sport. Su questo impegno educativo dell’oratorio, anche noi sacerdoti della parrocchia ai quali spetta la conduzione della comunità e in essa dell’oratorio, siamo più che mai convinti che occorre lavorare per la formazione delle nuove generazioni. Ho avuto il dono del Signore di vivere la realtà di questo oratorio più di ogni altro sacerdote. Essendo ormai presente in parrocchia da 14 anni, ho visto l’evolversi non solo della gioventù, ma anche il loro modo di rapportarsi con l’oratorio stesso. Di questi anni, ormai alle spalle, ho tanti bellissimi ricordi. Si tratta di persone che hanno vissuto pienamente la realtà oratoriana, ma anche di avvenimenti significativi, che facevano vedere il fascino e tutta la forza coinvolgente dell’oratorio. L’immagine dell’oratorio che si è impressa maggiormente nella mia mente risale a qualche anno fa, appena arrivato a S. Fereolo. Si tratta della grande fiumana di giovani e di adolescenti che facevano veramente dell’oratorio la loro seconda casa. E’ infatti di quegli anni l’adesivo “Oratorio che passione” realizzato in occasione della festa dell’oratorio Il nostro oratorio e’ stato infatti, dopo la sua inaugurazione, un vero punto di riferimento per tanta gioventù piccola e grande del quartiere. E così lo è stato fino a qualche anno fa. Pur con tante difficoltà l’opera educativa veniva portata avanti e la grande maggioranza della gioventù seguiva con una certa disponibilità. Dopo gli anni che hanno visto la stragrande maggioranza della gioventù del quartiere partecipare alla vita oratoriana ora, come ogni realtà che deve fare i conti con la gioventù, si è passati ad un altro tipo di frequenza e come pure ad un diverso numero dei partecipanti. L’apertura dei numerosi locali per giovani a tutte le ore del giorno e della notte, la possibilità di essere padroni di una macchina a 18 anni, lo stordimento prodotto dai mass-media con l’esaltazione del giovanilismo ad ogni livello, il nuovo modo di intendere la libertà a tutti livelli, e poi quel permissivismo che tutto ritiene lecito e da farsi, hanno avuto un grande riflesso sulla partecipazione alla vita oratoriana. L’oratorio di oggi non è più l’unico luogo del tempo libero per adolescenti e giovani. E’ uno dei tanti luoghi dove ritrovarsi. Ritrovarsi, se vale la pena, fare qualcosa, oppure partire per altri luoghi. Gli adolescenti di oggi, ma spesso anche i giovani sono irrequieti. Sembrano essere posseduti dalla frenesia del correre per provare e sperimentare ogni cosa. Ciò che maggiormente mi impressiona in questo cambiamento, non è tanto la scarsa frequenza degli adolescenti e dei giovani alla vita oratoriana: sappiamo ormai che l’oratorio è un luogo tra i tanti, ma il vedere che anche in quelli che lo frequentano non l’hanno più nel cuore. Guardando a questi 20 anni di vita oratoriana, vedo tanti bellissimi frutti che da questo ambiente sono sbocciati, cresciuti e ora nella pienezza di vita, sono sempre più in via di maturazione. A chi guarda la vita di un oratorio, ha forse l’impressione che i suoi frutti siano soltanto il preservare dal male, far crescere nel bene, far sì che resti qualcosa di Dio nel cuore di chi adagio adagio diventa adulto. E’ questa una visione molto limitata, anche se già in tutto questo si possono vedere dei frutti di un oratorio. Penso invece che i suoi frutti migliori siano le vocazioni che può generare. Se l’oratorio esiste per l’educazione e la formazione delle nuove generazioni, da esso devono scaturire come conseguenza normale, autentiche vocazione al matrimonio, alla vita sacerdotale, religiosa e laicale. Se guardiamo al nostro oratorio, dobbiamo dire che in questi 20 anni ha dato veramente su ogni versante. E’ questo infatti il frutto del suo esistere e del suo spendersi. Abbiamo avuto delle belle vocazioni al matrimonio, che oggi ancora, anche tra mille difficoltà, sono e restano un segno vivo dell’amore di Dio. Quanti giovani infatti si sono uniti in matrimonio in questi anni, portando nel cuore l’esperienza oratoriana. Non sono mancate le vocazioni al sacerdozio. La nostra comunità vanta di aver dato in questi anni alla Chiesa ben tre sacerdoti. C’è stata poi una vocazione religiosa claustrale e una missionaria. Non sono mancate anche anime consacrate. E poi c’è tutto quel bene nascosto che la vita dell’oratorio ha cercato di seminare con tutte le sue attività. Venti anni sono passati. E di questi siamo riconoscenti al Signore per tutto il bene che ha compiuto in questo nostro oratorio. Il futuro dell’oratorio è nelle mani di Dio. Noi ora abbiamo rinnovato la sua struttura. Lo abbiamo reso di nuovo bello e speriamo anche maggiormente coinvolgente. La sua proposta educativa continua sempre seguendo la strada del Vangelo e le indicazioni della Chiesa. Siamo più che mai convinti che le cose che costano sacrificio, sono quelle che, a suo tempo, danno i loro frutti. E così continueremo ad amare le nuove generazioni, non ci stancheremo mai di chiamare tutti dai piccoli ai giovani a vivere tutta la proposta educativa dell’oratorio. Cercheremo poi con tutte le forze di sollecitare le famiglie a collaborare con l’oratorio, con il proprio oratorio. Siamo infatti più che mai convinti che la vita di un oratorio dipenda da questa triplice opera: che si ami sinceramente la gioventù, che si offra ad essa un serio cammino formativo umano e cristiano e che poi ci si la collaborazione da parte delle famiglie. Che cosa può augurare un parroco al suo oratorio? Che cosa posso augurare a questo nostro oratorio che si è rinnovato in occasione dei suoi primi 20 anni di vita? Gli auguro che sia amato da tutta la comunità parrocchiale, e in forza di questo amore, trovi validi volontari che attuino con amore e passione cristiana tutte le sue proposte, dalla catechesi all’attività sportiva. E una volta amato e servito, sia sempre capace di generare valide vocazioni al matrimonio, alla vita sacerdotale e religiosa, ma anche laicale. E in questo suo sforzo gli auguro soprattutto di non perdere la speranza in tutto quello che andrà ancora facendo per il bene della gioventù, consapevole che i frutti, oggi in modo particolare, non sono sempre facili e immediati, ma ci sono e sono sempre grandi. Gli auguro di non annacquare mai la proposta del Vangelo, ma di saperla presentare ai giovani d’oggi con gioia e profonda convinzione. Nel fare tutto questo sappia soprattutto amare, amare sinceramente e con tenacia tutta la gioventù piccola e grande, sia che varchi le sue porte sia che ne resti lontana. L’amore è la calamita che attira, coinvolge e converte. Carissimi, se il nostro oratorio con il nostro apporto farà tutto questo, sono fermamente convinto che vedremo grandi cose. Chi confida nel Signore e si impegna con tutte le sue forze non rimane deluso.
Si parla dei 20 anni dell'oratorio: il Cittadino 24.9.2006
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Vita da prete (pubblicato il 14.7.2006) di don Peppino Raimondi - parroco Abbiamo da poco gioito per la consacrazione del nostro carissimo Don Marco Misani. Lo abbiamo festeggio in occasione della sua prima Messa celebrata con solennità nella nostra parrocchia. Qualcuno in questa occasione si è posta la domanda: com’è la vita del prete? Cerchiamo di rispondere. Fare il prete oggi non è facile. Lo stesso lo si deve dire per quanto riguarda l’essere genitore. Molti hanno della vita del prete un’idea poco corretta. Molti pensano che sia una vita facile, comoda. Ha sì delle responsabilità, ma poi alla fine lui chiude la sua porta e se ne sta tranquillo in casa. Però nessuno si fa prete. Altri poi pensano che fare il prete comporti rinunce e fatiche, solitudine e sacrifici. E’ vero. Ma anche qui chi non deve fare rinunce, chi non deve affrontare sacrifici per avere una vita dignitosa. Ogni vocazione ha i suoi momenti belli e i suoi momenti dolorosi. Siamo tutti sulla stessa barca. Ognuno deve navigare in mezzo al proprio mare tranquillo e nei suoi momenti di tempesta. Una persona mi diceva: “Per sapere com’è la vita di un prete, bisogna stargli accanto 24 ore su 24”. E’ vero. Ma anche con questa vicinanza non si può comprendere tutta la sua vita. Si potrà conoscere il suo lavoro, il suo correre, la sua pazienza e i numerosi problemi che deve affrontare, ma non potrà mai conoscere ciò che passa nel suo cuore.E’ infatti qui nel suo cuore che si svolge “un’avventura particolare” che solo la grazia del Signore può esserne il motore e il sostegno. Ciò che si vede del prete è solo l’aspetto esteriore, l’umano come si sul dire, ma il “suo essere prete” lo conosce solo lui e soprattutto il Signore. Essere prete, vivere la missione del prete è veramente una stupenda avventura. Uso questa espressione perché so, per esperienza, che nella misura il cui il prete vive la sua missione si accorge di essere preso da due amori: l’amore di Dio e l’amore dei fratelli che gli sono stati affidati. E’ infatti l’amore che sostiene tutto il suo agire, con le sue fatiche e le sue rinunce, ma anche il suo lavoro pastorale che non ha mai soste né di giorno né di notte. E’ infatti sempre nel vortice dell’amore. L’amore per il suo Signore lo chiama ad una vita di comunione con Lui mediante la lettura della Sua parola, la preghiera personale, le celebrazioni vissute. Con questa intimità con il Signore, lui trova il superamento della sua solitudine, sperimenta la vera gioia del cuore, trova forza per una donazione sempre più generosa e gioiosa al Signore e ai suoi fratelli. Se il suo essere fisico non trova umanamente la sua giusta completezza in un altro essere, l’amore del Signore lo ricompensa al di là di ogni aspettativa. Il suo celibato accolto liberamente e vissuto nella serenità, non è una croce, non è soltanto una rinuncia, ma è la via che gli fa trovare nel Signore la pienezza della sua realtà umana. L’amore per i fratelli che dal giorno della sua collocazione in pastorale gli sono stati affidati, gli allarga il cuore gli fa trovare una famiglia numerosa con la quale condividere ciò che ha ricevuto dal Signore in forza della sua ordinazione sacerdotale, ma anche forma la sua passione per la vita e il desiderio di donarsi senza misura. Il prete infatti trova nella pastorale la ragione del suo vivere e del suo spendersi in nome del Signore. E’ l’amore che sostiene tutta la sua vita sia quella verticale verso Dio, sia quella orizzontale verso gli uomini, le donne, i giovani i ragazzi e i bambini. Non si più capire la vita del prete fuori da questa logica. Come l’amore sostiene e muove la vita di chi si sposa, così è del prete. Chi si dona a Dio non rinuncia all’amore. Anche il suo cuore è fatto per amare e per essere riempito di amore. Dio e i fratelli sono il suo amore. Se manca questo duplice amore nel cuore del prete, e a volte è anche questo possibile, allora non è più un vero prete. Farà il mestiere del prete. Sarà arido, darà i doni di Dio, ma non li vivrà con tutto se stesso.La sua vita non sarà piena e tanto meno dirà qualcosa a chi lo guarda e a chi si accosta a lui. Se è Dio e il suo amore che riempie la sua vita, se è il servizio generoso ai fratelli che contraddistingue la sua esistenza, il prete rimane come tutti “un povero uomo”. Se è grande il servizio che deve svolgere in nome di Dio, se è posto su un livello superiore che fa lo essere presidente dell’assemblea liturgica e parlare di Dio con autorevolezza, rimane sempre nel suo essere un uomo con le sue povertà e miserie. Nessun prete è perfetto e santo, lo deve diventare con la sua buona volontà e con la grazia del Signore. Per questa sua povertà umana ha bisogno anche lui di comprensione e di aiuto da parte di tutti coloro che incontra e per i quali volge il suo servizio di pastore. Purtroppo dobbiamo dire che non sempre trova questa comprensione e aiuto, ma anche perdono e sostegno per questa sua povera umanità. E’ giusto che i fedeli esigano dal loro prete che sia santo, ma lo devono anche aiutare con la comprensione, con la buona parola e soprattutto con la sincera vicinanza. Concludendo dico con sincerità e schiettezza che è bello essere e fare il prete. Le difficoltà ci sono, come le hanno quelli che si sposano. Ciò che importa è che viva ciò che ha ricevuto per grazia di Dio nel giorno della sua ordinazione, ma anche trovi, come anche tutti quelli si sposano hanno bisogno di trovare, aiuto e comprensione. Se il prete vive bene la sua “avventura”, tutti ne avranno godimento.
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Settimo non rubare (pubblicato il 14.7.2006) di don Virginio Andena Si presenta come un funzionario delle Poste e se ne va con i soldi della pensione appena riscossa all'ufficio postale. Una donna per la strada è scippata della borsa da un giovane che velocemente si allontana. Mentre la famiglia si gode qualche giorno di ferie, qualcuno è entrato nell'appartamento del 3° piano del palazzo e ha fatto razzia di oggetti da rivendere sottocosto. Persino il tesserino del bancomat viene clonato con facilità. In alcuni grandi santuari, una voce al microfono richiama l'attenzione al portafogli... Tuona il 7° comandamento: non rubare! Il senso originario era quello di non sequestrare un uomo per venderlo come schiavo. Il Comandamento si riferisce alle cose ma soprattutto alla persona umana o alla difesa della sua libertà e dignità. Qualche esempio: rubare vuol dire abusare dei bambini, costringere le donne alla prostituzione, compromettere l'integrità psicofisica, ricorrere alla tortura, non rispettare l'economia dei paesi del terzo mondo costringendolo ad affogare nei debiti, abbandonare i giovani alla disoccupazione. Insomma, il 7° comandamento stimola ad una concezione dell'economia fondata sul rispetto dell'uomo: non è l'uomo per le cose ma le cose sono per l'uomo! Nulla da obiettare contro il sacro ed inviolabile diritto di proprietà ma se manca la condivisione delle risorse è inevitabile la crescita della giungla guidata dal diritto di fare ciò che si vuole con le proprie cose. Così la ricchezza si concentra in poche mani, mentre il numero dei poveri aumenta. E' bene capire che vi sono molte maniere di rubare: è un furto il non pagare il giusto stipendio a chi lavora. E' un furto essere negligenti sul posto di lavoro o incompetenti nella propria professione. E' un furto non pagare le tasse dovute, non consegnare lo scontrino o la ricevuta fiscale. Anche le piccole cose hanno la loro importanza in questo campo. Allora la tanto invocata giustizia è rispetto dei beni dell'altro, è bandire la frode nell'attività commerciale, è lottare contro ogni forma di estorsione, corruzione, usura, è non danneggiare la proprietà comune, è dare a ognuno in rapporto al bisogno che ha. So che non piace questo discorso moraleggiante, però sono sicurissimo della pretesa di non essere derubato nei tuoi beni e lo capisco dal tuo ricorso all'avvocato, alla pubblica sicurezza, alle porte blindate, ai vari sistemi d'allarme. I maestri non mancano: da Giuda ai conquistadores, da Napoleone a Provenzano, dall'operazione mani pulite e quelle dei piedi puliti... Non conosco la cronaca redatta dai giornali dei marziani: la nostra, nel campo del 7° comandamento, potrebbe essere migliorata. Dipende da tutti.
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In Terra Santa (pubblicato il 14.7.2006) di Vanni Bravi e Alda PrandiniQualche mese fa, all’uscita di una Messa domenicale, don Peppino ci dice: “Andiamo in pellegrinaggio in Terra Santa. “Quando?”. “Nel mese di giugno”. Da tanti anni sognamo di andarci. Ci guardiamo l’un l’altra e sulle nostre facce abbiamo letto reciprocamente l’immediata decisione di aderire a questa iniziativa parrocchiale, pur senza dire nulla ancora al nostro parroco. Parlarne a casa e poi rispondere positivamente è forse solo una formalità. Ma, perché andare in Terra Santa? Perché proprio là? Non è forse possibile credere in Gesù Cristo e pregare qui a Lodi nella nostra vita quotidiana? Cercheremo di rispondere dando le nostre motivazioni personali, sapendo che si potrebbero avere risposte diverse dagli altri pellegrini, dagli altri diciotto che sono partiti con noi, e dai milioni di uomini e donne che per fede sono andati in quella terra e continuano ad andare in duemila anni di cristianesimo. Noi da anni sognavamo di andarvi “con la Bibbia in mano”, sia spiritualmente che materialmente. Abbiamo anche cercato di prepararci personalmente i riferimenti dei brani di Vangelo (o delle altre Scritture) connessi con i luoghi che avremmo visitato. Ma, indipendentemente dallo “stile”, più o meno biblico, con il quale ci predisponevamo al pellegrinaggio, cosa ci aspettavamo di trovare nei luoghi sacri? Le nostre figlie, che sono state in Terra Santa alcuni anni fa, tornando ci avevano bene preparato alle possibili delusioni: infatti dopo duemila anni di storia, guerre religiose e distruzioni, quei luoghi sono molto cambiati; la stessa devozione dei fedeli che hanno costruito chiese e basiliche per celebrare nascita, vita, morte e risurrezione del Salvatore in qualche modo ce li hanno anche “nascosti”. Inoltre questi luoghi sono sacri a tre religioni (ebraismo, cristianesimo e islam) che se li contendono tuttora; e la contesa dei luoghi sacri purtroppo divide fra di loro in modo scandaloso anche i cristiani delle differenti confessioni. Sentendo poi le cronache dei telegiornali che ci descrivono spesso Israele come una zona di guerra, ci si può domandare: “non è troppo pericoloso andarci?”. Insomma, con tutti questi problemi connessi con la Terra Santa, c’è ancora spazio, lì, per la fede? Dal pellegrinaggio in Terra Santa la fede ne esce rafforzata o indebolita? È ancora possibile incontrare Gesù a Betlemme, Nazaret, intorno al Mare di Tiberiade e Gerusalemme? Siamo tornati ieri e cerchiamo di testimoniarvi – pur nei nostri limiti - quello che abbiamo trovato. L’organizzazione dei Viaggi Paolini è stata perfetta, nella scelta degli itinerari come degli alberghi e dei ristoranti. L’unico dubbio: gli alloggi e la cucina, eccellenti, non erano proprio … da pellegrini. Anche il clima di gruppo è stato molto buono (20 persone di San Fereolo a cui si sono aggiunte altre 10 provenienti da differenti città del nord Italia). Ne è risultato un gruppo di amici guidati dal pastore - don Peppino - che cercavano il Signore e pregavano. Abbiamo avuto una eccellente guida, di nome Laura, che oltre ad essere bravissima nella gestione del gruppo e dei viaggi, ha anche soddisfatto la nostra sete pressoché insaziabile di Sacra Scrittura. A nostro avviso neppure Ravasi, il noto biblista, avrebbe potuto darci di più! Laura ha aggiunto anche una approfondita conoscenza della situazione politica attuale della terra d’Israele e delle sofferenze enormi di due popoli in millenario conflitto. E, in tutto questo, ci ha messo tanta tanta passione, finendo il suo lavoro, dopo aver dato tutto, pressoché esausta. Avevamo un nostro pullman con il quale ci siamo mossi per tutta la durata del pellegrinaggio. Alla guida era Raimond, un autista cristiano di Nazareth, bravo non solo a guidare nel traffico di Gerusalemme o nel deserto di Giuda. Ci ha messo a disposizione anche la sua grande conoscenza della geografia d’Israele e delle situazioni locali, molti servizi utili e le sue doti di umanità. Non abbiamo mai corso nessun pericolo e riteniamo che, tenuto conto della oculatezza con la quale vengono definiti gli itinerari, non ci sia nessun problema di sicurezza per pellegrini e turisti. Certamente le nostre aspettative del pellegrinaggio, pur molto esigenti, sono state largamente superate e abbiamo visto tanto da esserne sazi. Adesso che siamo appena tornati forse i ricordi si sovrappongono e richiedono riflessione, ripensamenti, magari con l’aiuto della gran quantità di fotografia scattate che ci aiuteranno a ricordare e mettere ordine. Abbiamo visto il luogo dove è nato da una Vergine un piccolo Bambino deposto in una mangiatoia; i luoghi in cui il Figlio di Dio ha annunciato la Buona Notizia, sfamato, guarito, operato miracoli; il luogo dove Gesù è morto per i peccati nostri e di tutti; il luogo dove Gesù è risorto ed è apparso vivo. Abbiamo visto anche altro, perché quelli sono anche i luoghi sacri per altre religioni monoteiste, più o meno vicine alla nostra: i segni più importanti dell’ebraismo nel quale è innestata con Cristo la nostra fede, il Sabato ebraico ed il Tempio (più esattamente: quello che resta dopo tante distruzioni), il Muro Occidentale (comunemente chiamato Muro del Pianto). Siamo passati accanto ad Jad-wa-Shem, il monumento che fa memoria dello sterminio di sei milioni di nostri fratelli ebrei. Abbiamo visto anche alcuni segni importanti dell’Islam. Siamo persino entrati in un paio di moschee, con tutto il rispetto che merita la fede di ogni uomo anche se diversa dalla nostra. Ma non vi facciamo la cronaca di tutto quello che abbiamo visto; non ne saremmo neppure capaci. Siamo felici di esserci stati e vi diciamo, prendendo spunto dal Vangelo di Giovanni: “Venite e vedrete”. |
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La Via Dolorosa passa per Betlemme (pubblicato il 14.7.2006) di Vanni Bravi e Alda PrandiniQualche mese fa, all’uscita di una Messa domenicale, don Peppino ci dice: “Andiamo in pellegrinaggio in Terra Santa. “Quando?”. “Nel mese di giugno”. Da tanti anni sognamo di andarci. Ci guardiamo l’un l’altra e sulle nostre facce abbiamo letto reciprocamente l’immediata decisione di aderire a questa iniziativa parrocchiale, pur senza dire nulla ancora al nostro parroco. Parlarne a casa e poi rispondere positivamente è forse solo una formalità. Ma, perché andare in Terra Santa? Perché proprio là? Non è forse possibile credere in Gesù Cristo e pregare qui a Lodi nella nostra vita quotidiana? Cercheremo di rispondere dando le nostre motivazioni personali, sapendo che si potrebbero avere risposte diverse dagli altri pellegrini, dagli altri diciotto che sono partiti con noi, e dai milioni di uomini e donne che per fede sono andati in quella terra e continuano ad andare in duemila anni di cristianesimo. Noi da anni sognavamo di andarvi “con la Bibbia in mano”, sia spiritualmente che materialmente. Abbiamo anche cercato di prepararci personalmente i riferimenti dei brani di Vangelo (o delle altre Scritture) connessi con i luoghi che avremmo visitato. Ma, indipendentemente dallo “stile”, più o meno biblico, con il quale ci predisponevamo al pellegrinaggio, cosa ci aspettavamo di trovare nei luoghi sacri? Le nostre figlie, che sono state in Terra Santa alcuni anni fa, tornando ci avevano bene preparato alle possibili delusioni: infatti dopo duemila anni di storia, guerre religiose e distruzioni, quei luoghi sono molto cambiati; la stessa devozione dei fedeli che hanno costruito chiese e basiliche per celebrare nascita, vita, morte e risurrezione del Salvatore in qualche modo ce li hanno anche “nascosti”. Inoltre questi luoghi sono sacri a tre religioni (ebraismo, cristianesimo e islam) che se li contendono tuttora; e la contesa dei luoghi sacri purtroppo divide fra di loro in modo scandaloso anche i cristiani delle differenti confessioni. Sentendo poi le cronache dei telegiornali che ci descrivono spesso Israele come una zona di guerra, ci si può domandare: “non è troppo pericoloso andarci?”. Insomma, con tutti questi problemi connessi con la Terra Santa, c’è ancora spazio, lì, per la fede? Dal pellegrinaggio in Terra Santa la fede ne esce rafforzata o indebolita? È ancora possibile incontrare Gesù a Betlemme, Nazaret, intorno al Mare di Tiberiade e Gerusalemme? Siamo tornati ieri e cerchiamo di testimoniarvi – pur nei nostri limiti - quello che abbiamo trovato. L’organizzazione dei Viaggi Paolini è stata perfetta, nella scelta degli itinerari come degli alberghi e dei ristoranti. L’unico dubbio: gli alloggi e la cucina, eccellenti, non erano proprio … da pellegrini. Anche il clima di gruppo è stato molto buono (20 persone di San Fereolo a cui si sono aggiunte altre 10 provenienti da differenti città del nord Italia). Ne è risultato un gruppo di amici guidati dal pastore - don Peppino - che cercavano il Signore e pregavano. Abbiamo avuto una eccellente guida, di nome Laura, che oltre ad essere bravissima nella gestione del gruppo e dei viaggi, ha anche soddisfatto la nostra sete pressoché insaziabile di Sacra Scrittura. A nostro avviso neppure Ravasi, il noto biblista, avrebbe potuto darci di più! Laura ha aggiunto anche una approfondita conoscenza della situazione politica attuale della terra d’Israele e delle sofferenze enormi di due popoli in millenario conflitto. E, in tutto questo, ci ha messo tanta tanta passione, finendo il suo lavoro, dopo aver dato tutto, pressoché esausta. Avevamo un nostro pullman con il quale ci siamo mossi per tutta la durata del pellegrinaggio. Alla guida era Raimond, un autista cristiano di Nazareth, bravo non solo a guidare nel traffico di Gerusalemme o nel deserto di Giuda. Ci ha messo a disposizione anche la sua grande conoscenza della geografia d’Israele e delle situazioni locali, molti servizi utili e le sue doti di umanità. Non abbiamo mai corso nessun pericolo e riteniamo che, tenuto conto della oculatezza con la quale vengono definiti gli itinerari, non ci sia nessun problema di sicurezza per pellegrini e turisti. Certamente le nostre aspettative del pellegrinaggio, pur molto esigenti, sono state largamente superate e abbiamo visto tanto da esserne sazi. Adesso che siamo appena tornati forse i ricordi si sovrappongono e richiedono riflessione, ripensamenti, magari con l’aiuto della gran quantità di fotografia scattate che ci aiuteranno a ricordare e mettere ordine. Abbiamo visto il luogo dove è nato da una Vergine un piccolo Bambino deposto in una mangiatoia; i luoghi in cui il Figlio di Dio ha annunciato la Buona Notizia, sfamato, guarito, operato miracoli; il luogo dove Gesù è morto per i peccati nostri e di tutti; il luogo dove Gesù è risorto ed è apparso vivo. Abbiamo visto anche altro, perché quelli sono anche i luoghi sacri per altre religioni monoteiste, più o meno vicine alla nostra: i segni più importanti dell’ebraismo nel quale è innestata con Cristo la nostra fede, il Sabato ebraico ed il Tempio (più esattamente: quello che resta dopo tante distruzioni), il Muro Occidentale (comunemente chiamato Muro del Pianto). Siamo passati accanto ad Jad-wa-Shem, il monumento che fa memoria dello sterminio di sei milioni di nostri fratelli ebrei. Abbiamo visto anche alcuni segni importanti dell’Islam. Siamo persino entrati in un paio di moschee, con tutto il rispetto che merita la fede di ogni uomo anche se diversa dalla nostra. Ma non vi facciamo la cronaca di tutto quello che abbiamo visto; non ne saremmo neppure capaci. Siamo felici di esserci stati e vi diciamo, prendendo spunto dal Vangelo di Giovanni: “Venite e vedrete”.
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