archivio - 1' semestre 2007

 

Una religione senza Dio
(pubblicato il 25.4.2007)
di don Virginio Andena

Nel mondo, 400 milioni seguono la dottrina di Buddha. 2.500 anni fa il Buddismo si estese rapidamente in Birmania, Sri Lanka, Thailandia, Cina, Giappone e Corea. Nel Tibet c'erano sei mila monasteri ma ora sono quasi tutti distrutti dalla furia della rivoluzione culturale contraria ad ogni forma di religione. Da una trentina d'anni il Buddismo ha preso piede in molti paesi occidentali, particolarmente in Inghilterra e negli USA, quasi un'attraente alternativa al materialismo. Per parlare di questo movimento spirituale, mi piace usare questa forma: c'era una volta (2.500 anni fa) un giovane principe che un giorno furtivamente uscì dal suo palazzo dorato ed incontrò un vecchio, un ammalato, un gruppo di persone in lutto per la morte di un famigliare e un uomo santo molto sereno in cerca di elemosina. Non si era mai imbattuto, prima, nella vecchiaia, nella sofferenza, nella morte. Improvvisamente, di fronte alla visione della sofferenza, comprese che tutti i piaceri della vita non avevano alcun valore e iniziò a cercare il senso della vita. Dopo cinque anni di stretto ascetismo, vivendo in estrema povertà con cinque altri amici, il principe passò attraverso tre stadi di illuminazione e diventò il Buddha che vuol dire appunto l'illuminato. Noi parleremo di conversione, lui invece la chiamò illuminazione: comprese l'universalità della sofferenza, la sua vera origine (il desiderio) e il rimedio (soffocare il desiderio: se cessa il desiderio, si arresta la sofferenza).
Per i successivi 44 anni aiutò altri a raggiungere questa illuminazione. Nei secoli successivi alla sua morte, fiorirono due diverse forme di Buddismo: la prima riguarda i monaci e le monache che dipendono dai laici per il cibo e il vestiario. La dispensa dal lavoro favorisce la pratica di meditazione molto rigida. La seconda forma offre più possibilità per raggiungere l’illuminazione.
Buddha non scrisse nulla, ma dopo la sua morte, i discepoli raccolsero il suo insegnamento. Dopo aver raggiunto l’illuminazione, il Buddha decise di rinunciare al suo ingresso immediato nel nirvana (paradiso), per insegnare ad altri la sua visione.
Mentre l'Induismo insegna che esiste un'anima permanente che sopravvive alla morte e rinasce, il Buddismo invece insegna che l'anima non è che un insieme di esperienze che svanisce con la morte.
Interessanti i cinque precetti:
- evitare di togliere la vita o far del male a qualunque essere vivente;
- evitare di prendere ciò che non viene dato;
- evitare ogni condotta sessuale sregolata;
- evitare ogni linguaggio disdicevole, come mentire, diffondere chiacchiere e pettegolare;
- evitare ogni contatto con droghe e alcool, dal momento che annebbiano la mente.
Il grado delle azioni morali determina se una persona debba reincarnarsi o abbia raggiunto il nirvana. Nel monastero, nel tempio o nella stanza adibita a luogo sacro in una casa, si rende omaggio alla statua del Buddha e vengono recitate preghiere. Ci si toglie le scarpe, si uniscono le mani, ci si prostra in ginocchio o con un profondo inchino e poi si fanno tre offerte: si offrono fiori (come ricordo della caducità della vita), la luce (per dissipare l'oscurità) e l'incenso come ricordo della permanente fragranza dell'insegnamento del Buddha.
I binari della loro spiritualità sono: la preghiera e la meditazione che aiuta a liberare la mente da aggressività, invidia e avidità e così acquistare la calma naturale e la saggezza.
E' un itinerario affascinante e anche se i Buddisti credono in una realtà ultima, non la chiamano "Dio": più che una religione, parlano di una "filosofia della vita".


Di casa in casa
(pubblicato il 2.6.2007)
di don Peppino Raimondi - parroco

E così anche quest’anno abbiamo portato a termine questa fatica pastorale. Con pazienza e con tanta fede nell’amore del Signore e per tutti sanfereolini, abbiamo bussato a circa 650 famiglie. Una parte esigua rispetto alla quantità dei nuclei familiari del nostro quartiere. Avendo suddiviso il territorio della parrocchia in quattro zone, quest’anno abbiamo incontrato la parte più esigua di famiglie.
La nostra parrocchia, secondo la nostra anagrafe parrocchiale, che d’altra parte si avvicina molto a quella comunale, ha attualmente un numero di circa 3400 famiglie. Diciamo si proposito “attualmente” perché i nuovi palazzi in via Griffini dove una volta vi erano i magazzini generali, quelli in viale Europa, sul terreno della Pharmagel, quelli in via Lombardo e in via Tortini, via S. Fereolo, sono da poco terminati e quindi restano ancora quasi tutti vuoti. E’ evidente che di questi non possiamo fare ancora un giusto calcolo di nuclei familiari che tra poco arriveranno. Li incontreremo nella prossima fatica pastorale. Per ora li guardiamo e aspettiamo. Diciamo però subito a queste nuove famiglie, che tra poco vi entreranno e desiderano avere la benedizione, che i sacerdoti della parrocchia sono sempre disponibili, basta farsi sentire.
Con tutto questo dobbiamo affermate che la crescita del quartiere S. Fereolo non è ancora terminata. Iniziata circa 45 anni fa con il villaggio Oliva, continua ancora oggi la sua crescita. Dopo a quanto è stato costruito in questi ultimi mesi, ora stiamo a vedere come verrà utilizzato il terreno occupato fino a due anni fa della vecchia B.B.A. E che dire delle ristrutturazioni avvenute in questi ultimi mesi? Penso alla ristrutturazione del mulino Ceresa in via del Sandone, del mulino Sordelli in viale Pavia. Quante abitazioni familiari, quanti monolocali.
Se osserviamo le ultime costruzioni, dobbiamo dire che il quartiere di S. Fereolo cresce maggiormente in linea verticale e non in linea orizzontale. Quanti palazzi da cinque a sei e sette piani! E poi molto vicini l’uno all’altro.
Con tutto queste nuove costruzioni continuerà l’arrivo di sempre nuove famiglie. E così continueremo ad essere il quartiere più popoloso della città. E’ vero che anche in altre parte della città si sono costruite e si continua a costruire case. Ma S. Fereolo resta sempre tra i primi.
Se l’aspetto esteriore dei caseggiati del quartiere può impressionare per il numero degli abitanti che vi risiedono, entrando nelle case per la benedizione delle famiglie, si scopre il cuore e l’animo di chi vi abita. Se guardando i palazzoni possiamo sperimentare l’impressione della nostra pochezza e forse della chiusura, entrando nelle case, si scopre un altro mondo.
Al termine di questa fatica pastorale, anche se quest’anno è stata piuttosto breve, dobbiamo dire che siamo stati sempre accolti. Solo pochissime non hanno voluto la benedizione. Noi abbiamo fatto tutto con tanta fede. Abbiamo pregato e fatto sempre gli auguri di buona salute e soprattutto di avere fiducia nel Signore. Nei brevi incontri abbiamo però anche conosciuto le gioie e le numerose fatiche che quotidianamente contraddistinguono le famiglie di oggi. Quando però il colloquio si prolungava allora si condividevano quelle croci che nessuno vorrebbero avere da portare. In genere queste croci riguardavano la mancanza di lavoro, la salute precaria di qualche congiunto o la situazione matrimoniale dei figli.Il cuore del sacerdote, pur non potendo risolvere i diversi problemi, accoglie tutto e ne fa oggetto di preghiera chiedendo per tutti grazie, benedizioni e consolazione.
Al termine di questa fatica pastorale non possiamo far altro che ringraziare il Signore che ci ha sostenuti giorno per giorno. Ma il grazie va anche a tutte le famiglie che ci hanno accolto e hanno condiviso con noi la preghiera e la benedizione del Signore. Il grazie va anche per quelli che nella loro condivisione delle necessità della parrocchia hanno voluto dare la loro personale offerta. A coloro che non hanno voluto la benedizione del Signore o non hanno aperto la porta, pur essendo in casa, diciamo che non conserviamo nessun rancore, non siamo stati offesi. Ci è spiaciuto solo di non condividere con loro ciò che di più bello portiamo nel cuore: l’amore del Signore. Sappiano inoltre che sono sempre nel nostro cuore, perché anche ad essi noi siamo mandati e per essi nutriamo sincera stima.
Il Signore che ha visto il nostro peregrinare sostenga tutti e ci dia la grazia di veder crescere e fiorire tutto quel bene che esiste nelle vostre famiglie, e che abbiamo visto con i nostri occhi.


Un solo Dio in milioni di altri
(pubblicato il 25.4.2007)
di don Virginio Andena

Nel mondo, una persona su sei è indù: 800 milioni di indù non sono pochi (650 milioni solo in India).
La loro credenza fondamentale è un ciclo senza fine di nascita, vita sulla terra, morte e rinascita, in cui ogni persona si reincarna a un livello che dipende da come ha trascorso l'esistenza precedente. Gli indù credono che ci vogliono non meno di 8 milioni e 400 mila rinascite prima che l'anima possa liberarsi dal "riciclaggio" o "vagabondaggio" da un corpo all'altro!
E' una religione antichissima e risale a circa 4 mila anni fa. La fede è in un solo Dio, Brahman, che riempie tutto l'universo e, nello stesso tempo, lo trascende. Dio non è nè maschile nè femminile ma poiché Brahman abbraccia tutta la creazione, può prendere forma maschile, femminile o animale. E' così datato di qualità da venir rappresentato da milioni di immagini di dei e di dee, che così permettono ai fedeli di conoscere l'inconoscibile.
Le 3 principali qualità di Dio sono rappresentate da Brahma, Visnù e Shiva; Visnù prende la forma di mandriano e quindi la vacca è un animale sacro, oppure prende la forma di scimmia, simbolo di destrezza e di intelligenza. Così Shiva diventa il dio-elefante, una delle divinità più amate. Le caratteristiche animali evidenziano le speciali qualità degli dei che non sono meno di 300 milioni. Ogni tempio ed ogni casa indù ha un altare dedicato al proprio dio particolare.
Fino al 1950 la vita in India era dominata dalle caste che sono divisioni nella società basate sulla professione delle persone: sacerdoti, guerrieri (sovrani), commercianti e lavoratori: gli "intoccabili" svolgevano i lavori più umili come conciare le pelli e bruciare i cadaveri di uomini e animali. Ancora oggi i matrimoni sono quasi sempre ristretti ai membri della stessa casta. ci vorrà ancora del tempo prima che scompaiano queste secolari tradizioni.
In questa religione vi sono 16 grandi cerimonie che seguono le tappe più importanti della vita, da prima del concepimento alla morte. Enumera molte feste ma la maggior parte del culto si svolge in casa dove c'è un altare con il quadro del dio di famiglia. ogni mattino è la donna che rende culto a Dio lavando e decorando l'immagine, prima di offrire fiori, frutta e incenso. Gli altri membri della famiglia poi, seguono il suo esempio. Spesso si leggono i libri sacri mentre tutti siedono sul pavimento col busto eretto, con le gambe incrociate, respirando profondamente per aiutare la concentrazione.
Comunque sia, un indù pretende di raggiungere la salvezza con le sole sue forze: lo yoga rientra in questo impegno ed è una disciplina spirituale di esercizi fisici e mentali che intendono dare alla persona il controllo sulla propria mente e sul proprio corpo. La più importante posizione yoga è quella del loto: l'arte di sedere a gambe incrociate, con i piedi che appoggiano sulle cosce. Il Gange è un fiume particolarmente sacro, perchè nasce dall'Himalaya e attraversa l'India.
Noi europei ci muoviamo in un'altra logica ma qualcuno resta affascinato da questa religione: e chi capisce cosa c'è nell'uomo?


La nostra forza
(pubblicato il 25.4.2007)
di don Peppino Raimondi - parroco

Riportiamo le parole e le riflessioni proposte da don Peppino nella S. Messa della notte di Pasqua.

In questa notte risuona in tutte le chiese del mondo la grande verità della fede cristiana: Cristo è veramente risorto!
Anche noi siamo qui come comunità parrocchiale per proclamare, per lasciarci prendere da questa verità.
Sì, carissimi, non basta proclamarla, vale a dire annunciarla, professarla con le labbra, è necessario lasciarsi prendere da questa verità.
La risurrezione di Cristo è per noi, è per ciascuno di noi, è per l’umanità intera.
Il peccato di Adamo aveva distrutto il rapporto d’amore che Dio Padre aveva creato tra noi e lui. Non solo, ha distrutto la sua somiglianza nei nostri cuori, ha cambiato la direzione del nostro cammino, la meta della nostra esistenza.
In una parola quel peccato originale che noi molto spesso sottovalutiamo, ci ha resi dei dannati, dei condannati alle pene dell’inferno.
Ma Dio, il nostro Dio creatore e Padre di tutti noi, per l’immenso suo amore, è venuto di nuovo incontro a noi e ci ha rinnovati nel profondo del cuore mediante la morte e la risurrezione del suo figlio Gesù.
Con la risurrezione di Cristo, il cielo si è di nuovo aperto, il paradiso continua ad essere la nostra vera meta, la nostra vita qui in terra ha senso e significato, anche se continua ad essere segnata dalla sofferenza e dalla morte come conseguenze di quel peccato originale.
Carissimi, dobbiamo allora dire che Cristo risorto è veramente il nostro tutto. In lui la vita si illumina, la morte non ci fa più paura, la nostra esistenza è qualcosa di grande.
Facciamo nostra allora questa morte e questa risurrezione di Cristo. Permettiamo a Cristo risorto di rinnovarci in tutti i giorni della nostra vita. Lui infatti vuole rinnovarci, lui vuole esserci di aiuto. Lui vuole trasfigurare la nostra esistenza perché sia come la vuole Dio Padre.
Seguendo le riflessioni che abbiamo fatto in questi giorni, e soprattutto durante la cena del Signore e ieri sera alla conclusione della solenne via crucis, ci chiediamo: a che cosa serve la risurrezione del Signore? Che cosa ci porta, che cosa ci insegna?
Carissimi, abbiamo detto in queste sere riflettendo sulla parola di Dio che il Signore Gesù è sempre accanto a noi e ci vuole aiutare a diventare migliori e a portare un seme di rinnovamento nella società, nella Chiesa, nella nostra parrocchia. Contemplando la sua passione e la sua morte, ci ha insegnato che il rinnovamento nostro e di ogni realtà, avviene solo seguendo in tutto e per tutto la dinamica dell’amore che indicata nella parabola del seme caduto per terra. E che lui ha vissuto nella sua passione e morte.
Con la sua risurrezione, ci insegna e soprattutto ci dimostra concretamente che la dinamica dell’amore è valida, è l’unica strada che rende nuova ogni cosa, è l’unico modo per rinnovarci e per rinnovare.
Se Lui il Figlio di Dio, ha percorso questa strada per rinnovare l’umanità, è segno che è veramente l’unica, è veramente necessaria.
Se Dio Padre non ha risparmiato suo figlio per rinnovarci e farci suoi figli, è segno che non c’è altra strada.
Se lo Spirito santo, potenza di Dio, ha fatto risorge da morte Gesù figlio di Dio fatto uomo, è segno che senza la sua potenza, non c’è vero rinnovamento.
E allora che cosa dobbiamo fare?
Dobbiamo aver fiducia nella dinamica dell’amore che Cristo ha proposto con la sua parola e ha vissuto nella sua passione e morte.
Guardiamolo: Lui il seme buono che Dio Padre ha posto nel mondo, è marcito mediante la sua passione e morte, ma è giunto, per la potenza dello Spirito, dare il frutto più bello: il rinnovamento della vita di Cristo e nello stesso tempo di tutta l’umanità.
Dobbiamo allora dire che Cristo risorto è la forza che nutre nostra speranza che solo morendo a noi stessi, al nostro egoismo, alla nostra grettezza, al nostro individualismo, si giunge senz’altro al rinnovamento.
Allora penso a Gesù risorto che dice a ciascuno di noi: non temete, se volete migliorare la vostra vita abbiate fede in me, io ho vinto la morte. Chi rimane in me, porta molto frutto. Senza di me non potete far niente. E’ necessario morire a se stessi, e quindi ci vuole tanta pazienza, ma siate sicuri la risurrezione, il rinnovamento avviene senz’altro. Io sono il risorto che tutti credevano di aver seppellito una volta per sempre. Sono io la prova più chiara e sfolgorante.
Gesù dice anche alla nostra comunità parrocchiale: nella tua fatica non disperare, non perderti d’animo: io ho vinto il mondo. Mettimi al centro della tua attività pastorale, io che sono risorto, farò fiorire tutto il bene che vai seminando nel quartiere. Devi però avere fede, molta fede, ma anche devi avere tanta pazienza, devi attendere i miei tempi e non i tuoi. Ma sii sicuro che anche la mia chiesa di S. Fereolo diventerà sempre più bella.
Ma permette che senta rivolte anche a me e ai vostri sacerdoti e alle nostre suore, le parole di Cristo risorto: non temete continuate a diventare migliori, abbiate sempre tanta pazienza, i frutti del rinnovamento si fanno attendere, ma verranno. E’ la santità che cambia il mondo. Le iniziative ci vogliono e bisogna farne, ma è la mia parola vissuta nel profondo del cuore, è l’intimità con me, mediante la preghiera silenziosa e nascosta, che trasfigura ogni situazione, fa superre tutti i problemi. Confidate solo in me e nella potenza della mia risurrezione. Io sono per sempre il risorto, anche se ho passato per qualche ora nella sofferenza e nel buio della morte.
Carissimi, nel biglietto di auguri che noi sacerdoti vi consegneremo personalmente alla fine di questa solenne veglia pasquale, viene riportato un brando di S. Paolo agli Efesini In questo brano ci viene indicato il vestito e l’armatura di cui dobbiamo vestirci per riportare vittoria nel nostro impegno di rinnovarci e di rinnovare.
Facciamolo nostro e allora la risurrezione di Cristo che abbiamo celebrato questa notte, diventerà anche nostra e la vedremo realizzarsi in tutte le realtà che ci stanno a cuore.
E’ questo il mio augurio e per questo prego e vi invito a pregare in questa notte santa.


Cristo risorto fa nuove tutte le cose
(pubblicato il 2.4.2007)
di don Peppino Raimondi - parroco

Non c’è giorno in cui non facciamo l’esperienza della nostra povertà e di nostri limiti. Alcune volte li costatiamo noi stessi, altre volte ce li fanno notare. Non ci meravigliamo: siamo tutti deboli e fragili. Infatti il nostro essere creature porta in sé il limite e la precarietà. Di queste caratteristiche non possiamo farne a meno. Dio ci ha fatti così non per sbaglio, ma perché siamo delle creature. Dobbiamo allora lavorare su due versanti: accettarci e lasciarci rinnovare da Cristo.
Se siamo fatti strutturalmente così, non possiamo far altro che accettarci. Questo sforzo deve avvenire sia a livello personale che collettivo. Senza questo impegno, noi non abbiamo pace con noi stessi e tanto meno siamo capaci di unire le manie e i cuori per un lavoro comune. Vedo in questa carenza la ragione delle difficoltà di tanti giovani nel vivere l’indissolubilità del matrimonio, ma anche del lavorare insieme, e se poi volete è anche la causa di tanti scoraggiamenti e abbandoni sia nella vita sociale che in quella ecclesiale.
Se per vivere da veri uomini, è necessario sapersi accettare, è ancora più importante lasciarsi prendere da Cristo, soprattutto da Cristo risorto. E’ lui infatti che coinvolgendoci nella sua morte e risurrezione ci fa superare tutti i nostri limiti, infonde speranza, ci rassicura che con lui tutto si rinnova e il futuro non è contro di noi. Qui sta la caratteristica del vero cristiano: confidare e lasciarsi rinnovare da Cristo risorto. Ecco perché il cristiano è l’uomo della speranza, della fiducia, e di conseguenza della serenità e della pace. Immersi nella risurrezione di Cristo, noi possiamo superare i nostri limiti, le nostre povertà, diventare costruttori non solo della novità della nostra vita, ma delle realtà in cui viviamo, del mondo stesso. Cristo risorto allora è il nostro tutto, la nostra forza, la nostra sicura speranza, la vera novità che fa nuove tutte le cose.
Dopo queste semplici e povere mie riflessioni, che cosa posso augurare ai fedeli di S. Fereolo?
Auguro che vivano veramente nel proprio essere, il mistero della Pasqua del Signore. Prendendo coscienza dei propri limiti e delle proprie povertà, ma soprattutto li invito ad abbandonarsi a Lui che risorge per tutti. Vorrei che vivendo il mistero della risurrezione di Cristo accostandosi ai sacramenti, tutti si convincessero che sperare in un mondo nuovo è possibile, che le diverse realtà si possono rinnovare e che con Cristo risorto nel cuore siamo vincitori del mondo. Infatti lui stesso ha detto: “Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma, coraggio, io ho vinto il mondo”. Sperare è quindi possibile perché Cristo risorto è la nostra speranza. E noi vogliamo essere al di là delle nostre povertà e miserie personali e comunitarie, una comunità che spera e che si impegna a far nuove tutte le cose.
Auguri allora a tutti e a ciascuno, alle famiglie e ai gruppi parrocchiali, nessuno escluso. Per tutti avrò un ricordo particolare nella notte Pasquale quando proclamerò con tutta la forza della mia fede che Cristo è veramente risorto. A Cristo che muore e risorge per noi, chiederò per tutti un po’ di serenità, che vi dia la sua forza per la battaglia della vita, ma anche infonda in nei vostri cuori quella speranza che fa vedere che il male si può vincere e quindi è possibile guardare avanti con animo fiducioso.
Anche voi chiedete per i vostri sacerdoti un po’ di serenità, un aumento di forza e tanta speranza e moltissima pazienza. Ne abbiamo veramente bisogno anche noi per servire sempre più generosamente il vangelo ed essere in mezzo a voi testimoni credibili di Cristo risorto.
E allora Buona Pasqua! Buona Pasqua sia a chi in questi giorni vedrò attorno all’altare, sia anche a coloro che per diversi motivi non ci saranno. Vorrei ancora una volta che tutti sapessero che nel cuore del loro parroco ognuno ha un suo specifico posto.


La religione della sottomissione
(pubblicato il 2.4.2007)
di don Virginio Andena

Nell'Islam risaltano i 5 pilastri stabiliti da Maometto e che rappresentano le fondamenta sulle quali tutto il resto viene costruito.
Al primo posto è la fede che comprende la dichiarazione dell'esistenza di un Essere supremo, Allah, e di Maometto, suo profeta: nulla accade fuori dalla volontà di Allah e quindi "nel nome di Allah" si dice prima di ogni azione e "a Dio piacendo" si ripete prima di enunciare un progetto per il futuro. Secondo pilastro: la preghiera per la quale ci si dà appuntamento 5 volte al giorno e, per ricordare i 99 nomi di Allah si usa una speciale corona con 99 grani. Terzo: l'elemosina al povero. Quarto: il digiuno durante il mese del Ramadan. E infine il pellegrinaggio alla Mecca (il cuore dell'Islam) almeno una volta in vita: la pietra nera è l'oggetto più sacro dell'Islam.
Vi sono due gruppi di credenti musulmani: 9 su 10 sono Sunniti, mentre gli altri sono Sciiti: la differenza dipende dalla diversa collocazione del successore di Maometto che è considerato il più grande profeta e da Allah ha ricevuto direttamente le rivelazioni che stanno alla base dell'Islam e sono scritte nel Corano.
Durante i suoi 62 anni di vita avventurosa, Maometto (570-632) reagì fortemente contro ogni forma di idolatria per installare il puro culto di Allah. I Musulmani trattano il Corano con il massimo rispetto possibile, poiché credono che sia la parola attuale di Dio trasmessa al profeta Maometto dalla copia originale conservata in cielo. Questa divina ispirazione e autorità si applica a tutte le parole nell'arabo originale. Il Corano insegna a tutti i Musulmani come vivere la loro vita in totale sottomissione ad Allah; li consiglia come prepararsi per il giudizio in cui ciascuno si troverà di fronte ad Allah e risponderà delle proprie azioni ed Allah deciderà per il paradiso o per l'inferno. Affinché i credenti possano vivere nel beneplacito di Allah, ricevono indicazioni su ogni loro comportamento, compresi la condivisione della ricchezza, il trattamento della donna e dell'orfano, il matrimonio e il divorzio, l'alcool, i debiti di gioco. Il Corano è così venerato che alcuni suoi passi vengono imparati a memoria e usati come preghiere. Durante il Ramadan i maschi leggono l'intero libro. Alla preghiere del venerdì, in moschea, l'iman prende abitualmente un passo dal Corano come spunto del suo sermone.
I Musulmani credono fermamente nella risurrezione del corpo e nella vita dopo la morte. Dopo la morte, il corpo viene lavato tre volte, avvolto in tre bianche lenzuola e portato su una barella fino al luogo della sepoltura dove viene deposto direttamente sulla terra con il capo rivolto verso la Mecca.
E' una religione in forte espansione in ogni parte del mondo: numericamente i credenti musulmani sono più di un miliardo e politicamente controllano i rifornimenti essenziali di gas naturale, petrolio e minerali.
Si fanno sempre più vicini a noi.


19 marzo, festa del papà
(pubblicato il 3.3.2007)

La festa di S. Giuseppe ci fa pensare un po’ al mio, al tuo e al nostro papà. E’ infatti la sua festa. E anche noi vogliamo ricordarlo non con lo stile consumista di questa società che sta approdando ad una famiglia dove forse domani un bambino si troverà nella stessa casa con due papà dei quali ne uno né l’altro sono i donatari della sua vita.
Per noi il papà è unico e irrepetibile. Portiamo infatti nella nostra carne qualcosa di lui e della nostra mamma. Dire papà è affermare una relazione non come le solite e superficiali relazioni usa e getta, ma esprimere un legame che si radica nel sangue e che nessuna avventura lieta o triste può distruggere.
Non lo scegliamo noi, ma ci viene offerto mediante un atto d’amore. E come dono deve essere accolto e soprattutto con lui si deve instaurare un rapporto d’amore. E in questo clima d’amore donato e ricevuto, il figlio cresce e matura pienamente. Se manca questo rapporto d’amore il figlio porterà continuativamente in sé una povertà e il suo animo e il suo agire sarà sempre contrassegnato da questa mancanza.
Tutti quindi abbiamo bisogno di questo amore paterno. Ne sentiamo la necessità nei primi mesi della vita. Qui le sue braccia forti e tenere, ci fanno percepire che siamo al sicuro, e quindi non c’è nulla da temere. Nell’adolescenza, la sua presenza non solo ci da una mano per risolvere i problemi della vita, ma soprattutto ci indica la strada giusta dell’impegno e della generosità. Ma anche nella giovinezza ne abbiamo bisogno, perché con la sua vicinanza discreta e distaccata, possiamo avere con lui un confronto sereno e costruttivo per la nostra esistenza che ormai sta prendendo la sua personale strada.
Se il padre è un dono d’amore tutto proteso verso il figlio, anche lui ha bisogno però di altrettanto amore. E il figlio deve allora anche lui rivolgersi al padre con quei sentimenti di amore con i quali e nei quali è maturata la sua esistenza. La vera riconoscenza del figlio al proprio padre sta appunto nell’amarlo e nel volergli bene in segno di gratitudine.
E questo amore sia quando è nel pieno delle sue forze e nel sua feconda attività, ma anche quando la vecchiaia ferma i suoi passi e la malattia ha intaccato la sua mente. La bibbia dice infatti “ anche se tuo padre perdesse il senno, compatiscilo…”
E per “comparire” si intende prendere parte ai suoi dolori alle sue sofferenze, senza mai giungere al disprezzo o all’accantonamento.
Nel vivere questo reciproco amore a tutte le età sta la bellezza della famiglia cristiana. Da essa nasceranno altre famiglie con lo stesso stile e con i medesimi sentimenti. L’amore genera sempre amore. E’ di questo che le nostre famiglie hanno oggi particolarmente bisogno, sia per l’educazione di figli, sia per essere capaci di generare altre vere famiglie.


Alle radici della mia religione
(pubblicato il 3.3.2007)
di don Virginio Andena

Se incontro un uomo che ha un piccolo copricapo come i nostri vescovi o porta un cappello nero dal quale escono lunghi capelli ricciuti, quello è un ebreo. Il popolo ebreo inizia la sua storia 4 mila anni fa, prima con Abramo, poi con il nipote Giacobbe che ebbe 12 figli maschi che diedero il nome alle 12 tribù d'Israele, poi con Mosè, il grande legislatore. L'imperatore Tito nel 70 distrugge Gerusalemme (del favoloso tempio rimane oggi solo il muro occidentale, detto il muro del pianto) e gli ebrei si dispersero in tutto il mondo. Nella storia, nessun popolo ha mai sofferto come gli ebrei in Europa negli anni 1930-40: milioni furono uccisi per il solo fatto di essere ebrei.
Nel 1948 è stato costituito lo Stato d'Israele ma solo il 25 per cento degli ebrei (650.000) rientrarono in patria: ritengono di essere il popolo eletto di Dio con uno speciale ruolo da svolgere nel progetto divino. Ora il centro della fede non è più il tempio ma la Torah (la Bibbia). Per gli osservanti, la Bibbia (formata da 39 libri) è fondamentale e comprende tre parti: la legge (5 libri), i profeti (8 libri) e gli scritti.
La casa è il luogo dove si svolge la maggior parte dei riti religiosi (inclusa la Pasqua), mentre la sinagoga rappresenta la dimensione pubblica della fede. A parte la Torah, gli ebrei considerano il sabato come il più grande dono di Dio. Qualcuno ha detto "Assai più di quanto Israele abbia custodito il sabato, è stato il sabato a custodire Israele". La casa ebraica è il centro principale della vita e la si può riconoscere da un astuccio che contiene un piccolo rotolo di pergamena che contiene le famose parole "Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore con tutto il cuore..."Ogni volta che si entra o si esce di casa, l'ebreo tocca questo contenitore per mostrare il suo amore per il Signore. Per il cibo ci si regola con meticolose leggi alimentari riportate nella Bibbia. La preghiera è considerata l'attività spirituale più importante per ogni ebreo e per questo tengono in alta considerazione 3 simboli: lo scialle in cui il fedele si avvolge durante la preghiera, le scatolette cubiche di pelle (legate alla fronte e al braccio sinistro) contenenti frasi della Bibbia e lo zucchetto come segno di rispetto verso Dio.
Ancora oggi, nell'ottavo giorno dalla nascita di un maschio, si pratica l'antichissimo rito della circoncisione e in questa occasione il bambino riceve il nome. L'ingresso nella maggior età avviene a 12 anni.
Fra le tante feste ebraiche, in primo piano resta la Pasqua che celebra un evento senza eguali nella storia d'Israele: l'esodo dalla schiavitù egiziana. Oggi l'ebraismo si presenta piuttosto diviso in diverse correnti, ciascuna delle quali offre la propria versione del "vero Ebraismo". Nessuna meraviglia, perchè non è possibile resistere all'influsso del secolarismo, dei matrimoni misti, della rivendicazione della dignità della donna...
Comunque sia, Giovanni Paolo II chiamò gli ebrei "I nostri fratelli maggiori" perchè la nostra fede ha radici profonde nella religione ebraica, senza dire che gli apostoli, la Madonna e lo stesso Gesù, erano ebrei.


Quaresima, tempo di conversione
(pubblicato il 3.3.2007)
di don Peppino Raimondi - parroco

Abbiamo iniziato il tempo di quaresima. E ora stiamo vivendolo. Quale deve essere allora il nostro impegno come cristiani? Diciamo “come cristiani” perché qui si pone subito il primo rilievo necessario. I cristiani, proprio perché vogliono vivere la proposta di Cristo e seguire le indicazioni della Chiesa loro madre, accolgono la quaresima come tempo di rinnovamento. E’ infatti il nostro essere cristiani e soprattutto la volontà di essere fedeli a Cristo, che ci fa accogliere questo tempo sacro come dono e lo si vive con impegno serio e concreto.
In questo tempo di quaresima il cristiano è sollecitato da Cristo a convertirsi continuamente al suo amore. In una parola deve cercare di rinnovarsi per essere sempre più e sempre meglio una vera sua immagine. E questo è possibile solo per mezzo di una sollecita, continua e concreta conversione.
Purtroppo questo impegno, viene spesso accantonato ritenendolo non fondamentale per la vita così contrassegnata dal consumo e dal godimento a tutti i livelli.
La Chiesa invece consapevole della necessità della conversione del cuore dei suoi figli, con la quaresima invita e sollecita tutti a questo impegno mediante il gesto delle ceneri e con la sua parola forte e decisa che trae dalla stessa parola di Dio.
Oggi purtroppo nella nostra società del consumo, la parola conversione è stata abolita. Si dice che è troppo clericale. Si parla invece di cambiar vita, che poi in fondo in fondo è la stessa cosa, se questa viene presa nel suo significato più completo.
Ciascuno di noi, nella sua propria individualità. Il sacerdote dice infatti, mentre depone la cenere sul capo di chi gli si presenta davanti: “Convertiti e credi al Vangelo”. Sei tu che devi convertirti, sei tu che devi cambiar vita. E non atri, non chi ti sta accanto. Tu in carne e ossa, Tu con il tuo nome e cognome.
Purtroppo non sempre sentiamo rivolta a noi stessi, nella concretezza della nostra persona, nella nostra specifica individualità, questo invito di Gesù. Se prendessimo sul serio questo comando, se ci sentissimo veramente toccati nel profondo del cuore, forse saremmo maggiormente capaci di una risposta generosa e costruttiva di vita nuova. E invece il gesto delle ceneri è spesso vissuto solo come rito e non come provocazione che attende una risposta.
Che sia necessario cambiare vita, lo sappiamo molto bene. E’ lo stesso problema dell’inquinamento che ci sollecita, è la vita fisica troppo carica di colesterolo e di cellulite. Quando però si parla di conversione secondo lo spirito di Cristo, subito sorge una domanda: da che cosa convertirci, non mi sembra di fare del male a nessuno. E poi non rubo, non ammazzo, non faccio mancare nulla alla mia famiglia. Sul lavoro poi mi comporto abbastanza bene, faccio il mio dovere. E allora?
Quando Gesù parla di conversione si riferisce sempre al cuore dell’uomo. E’ qui la sede dei pensieri e poi delle azioni buone o malvagie. E’ il cuore che deve soprattutto convertirsi. E a chi? al Signore. Noi infatti, anche come cristiani, riserviamo sempre al Signore un angolo, mai gli doniamo tutto il cuore. Basta chiederci: come entra il Signore nelle mie scelte di tutti i giorni? Faccio scelte condivise dal Signore? Lo pongo sempre ai vertici del mio dire e del mio agire? E quando mi metto a fare qualcosa, quando mi rapporto con chi ho accanto sia in casa che sul lavoro, agisco sempre nello spirito dell’amore che viene dal cielo come vedo nell’agire di Cristo?
E potremmo continuare.
Il tempo della nostra vita terrena ci è dato per lasciarci prendere dall’amore del Signore. Quindi ogni giorno, già da oggi, e non domani, risuona forte e deciso il grido della Chiesa, che non è altro che l’eco della voce di Gesù: se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo. Quindi il comando del Signore che ci sollecita alla conversione è indiscutibile e non è possibile rimandare. Oggi, subito.
Carissimi, mentre abbiamo tempo, mentre i giorni della nostra esistenza terrena adagio, adagio si consumano, cerchiamo tutti, io e ciascuno di voi, di convertire un po’ il nostro cuore rendendolo più umano, maggiormente aperto a tutti, capace sempre più di amare, ma anche di perdonare.
Un cuore nel quale non solo regni pienamente il Signore, ma anche ci sentiamo da lui sostenuti e animati nel servizio generoso e disinteressato verso i fratelli.
Se questo avverrà, allora a pasqua risorgeremo veramente a vita nuova e il Signore sarà ancora di più la nostra gioia e la nostra forza.
Buona Quaresima a tutti.


Un grazie al Signore
(pubblicato il 10.2.2007)
di don Peppino Raimondi - parroco

Riportiamo le riflessioni che don Peppino ha fatto alla Messa di ringraziamento alla sera del 31 dicembre 2006.

Stiamo per concludere un nuovo anno. Il tempo non solo passa, sembra quasi che corra a piena velocità. E così ci ritroviamo di nuovo qui a dire sia singolarmente che comunitariamente, il nostro grazie al Signore per questo anno che tra poche ore lasceremo alle nostre spalle per sempre.
Noi, nella nostra vita di tutti i giorni, non siamo troppo facili a dire grazie, e tanto meno lo diciamo al Signore. Ma questa sera vogliamo superare questa incapacità e dire questa parola così breve, ma molto significativa.
Pronunciare la parola grazie vuol dire essere consapevoli di essere amati. Se si dice grazie, è perché si è ottenuto qualcosa. E se otteniamo qualcosa, è perché qualcuno, volendoci bene, ci ha fatto dei doni. La parola grazie completa allora il dono ricevuto.
Tutta la nostra vita è un unico dono. Dal nascere, al vivere, al possedere quanto abbiamo. Se poi guardiamo a tutti quei doni che la bontà di Dio depone nel nostro cuore, noi non finiremmo mai di dire grazie.
Diciamo grazie almeno questa sera al Signore. Ognuno di noi lo dica per quanto ha sperimentato nel sua vita, nella sua famiglia. Diciamo grazie al Signore anche come famiglia parrocchiale.
Quanti doni il Signore ci ha fatto anche in questo anno che orami è quasi completamente alle nostre spalle.
Come vostro parroco, mi faccio voce di tutti voi e innalzo con voi la lode più bella e sincera al nostro Dio.
Guardando a questo nuovo anno, mi sembra che il primo motivo che ci spinge a dire grazie al Signore, è che la nostra comunità parrocchiale ha dato alla Chiesa lodigiana un suo figlio, un nostro fratello. Penso alla consacrazione sacerdotale del nostro carissimo don Marco Misani.
Dopo sei anni dall’ultimo nostro comparrocchiano diventato sacerdote, un altro ha donato la sua vita al Signore e così è salito all’altare per celebrare l’amore del Signore ed essere per essere servo dell’amore di Dio per l’umanità.
La nostra comunità parrocchiale ha dato in questi decenni diversi suoi figli al Signore per il servizio alla Chiesa. Una vocazione è sempre un dono di Dio, ma è anche un segno che nella comunità lo spirito del Signore ha lavorato. Siamo contenti e per questo grande dono diciamo al Signore che siamo sempre disponibili ad offrirgli dei figli.
E perché questa nostra gioventù si apra e segua le sue chiamate, non ci stancheremo di pregare, di adorare e di implorare il Padre della Messe perché mandi operai nella sua vigna.
Carissimi, guardando al futuro, sembra che altri germogli stiano spuntando su questa strada. Abbiamo fiducia, ci diamo da fare. Sia questa una preoccupazione di tutta la comunità. E perché questo germogli sboccino, lo ripeto, preghiamo, adoriamo il Signore senza mai stancarci.
Chiudendo questo anno dobbiamo ringraziare il Signore anche per il pellegrinaggio parrocchiale che in giugno abbiamo fatto in terra santa.
Anche se il numero dei partecipanti non era numeroso, è stato tuttavia un pellegrinaggio parrocchiale e ha dato non solo a chi vi ha partecipato di fare veramente un’esperienza di grazia e di benedizione da parte del Signore, ma ha portato nel cuore della nostra comunità un aumento di amore alla parola di Dio e alla persona di Gesù. Non solo tutto si è svolto nella tranquillità, ma abbiamo rafforzato la nostra fede. Siamo partiti con un certo timore, data la precarietà della pace che in quella terra si vive continuamente, ma nessun incidente è avvenuto.
Di questo dono dobbiamo ringraziare il Signore che non si stanca mai di far crescere nel cuore dei suoi figli, l’amore alle radici della nostro credere. In quella terra benedetta, abbiamo pregato per tutti, abbiamo chiesto per tutti un aumento di fede e di speranza nella potenza del Signore Gesù.
Carissimi, crediamo e amiamo sempre il Signore. Non stanchiamoci di mettere in lui tutta la nostra vita. Lui vuole il nostro vero bene, per noi è morto ed è risorto. Non allontaniamoci dalla fede cristiana che abbiamo ricevuto in dono.
Ma vi un terzo motivo che ci spinge questa sera a ringraziare il Signore. La celebrazione del 20simo anno della costruzione del nostro oratorio. Abbiamo fatto questa fatica non solo per risanare la sua struttura, ma anche per riconfermare tutta la nostra volontà di servire ed aiutare la nostra gioventù piccola e grande a crescere nell’amore al Signore e così diventare uomini e donne pienamente realizzati.
Abbiamo ricordato e onorato il carissimo don Peppino Moggi che lo ha costruito. Abbiamo fatto festa tutti insieme. In quella circostanza abbiamo visto che il nostro oratorio è nel cuore della comunità, che tanti fedeli nutrono ancora speranza nella sua opera educativa. Tutte le celebrazioni sono state molto partecipate, quella poi presieduta dal nostro vescovo, ha lasciato un segno di speranza per il nuovo cammino che l’oratorio deve percorrere.
Carissimi amiamo sempre l’oratorio, il nostro oratorio. Fatelo frequentare dai vostri figli. Ma anche voi adulti e soprattutto voi genitori, vede sempre nell’oratorio, al di là delle sue povertà, la mano tesa per l’educazione umana e cristiana dei vostri figli. Collaborate maggiormente con l’oratorio, collaborate anche se i vostri figli, una volta cresciuti, non lo frequentano più. L’oratorio è resta sempre un segno di speranza per il domani delle nuove generazioni. E’ qui che si formano, insieme con le famiglie, gli uomini e le donne di domani.
E da ultimo, come sempre abbiamo fatto in questi anni in questa circostanza, dobbiamo ringraziare il Signore per due doni che continuamente caratterizzano la nostra comunità parrocchiale. Non stanchiamo mai di metterli in evidenza e per i quali ringraziare il Signore.
Penso al grande numero dei volontari che servono la nostra parrocchia. Lo abbiamo visto in quella sera di settembre quando volendoli ringraziare ci siamo ritrovati per un momento di condivisione e poi in quel trattenimento così gustoso preparato per loro dai nostri giovani. Possiamo dire che la vita, ma anche le fatiche e le gioie della nostra comunità sono condivise da molti volontari. E’ questa una caratteristica specifica della nostra parrocchia.
Di questo sento il dovere di ringraziare il Signore. Non posso infatti concepire la comunità parrocchiale solo sulle spalle del parroco. Se riusciamo a fare tante cose belle, è perché sono tanti, anzi numerosi coloro che si impegnano per la parrocchia e per l’oratorio.
Il Signore li ricompensi come lui solo sa fare e li faccia crescere sempre più in qualità e in numero.
E da ultimo non può mancare il nostro grazie al Signore per la provvidenza che sempre ci sostiene.
Carissimi, la nostra realtà di quartiere è segnata dalla povertà. Chi frequenta la comunità parrocchiale non sono i ricchi, i benestanti, siete voi che non sovrabbondate certo di beni e in finanze. Ma posso dire con sincerità di cuore che non manca nei vostri interessi l’attenzione alle necessità della parrocchia. Se abbiamo fatto tanto, se andiamo realizzando opere che richiedono grandi finanze è perché voi con le vostre gocce più o meno grandi di generosità, sostenete le fatiche della vostra grande famiglia che è famiglia parrocchiale. Dico grazie al Signore che suscita in voi la generosità, ma dico anche grazie a voi che vi lasciate lavorare dal Signore.
Continuiamo su questa strada: tutto quanto date va per il bene di tutti, va per la vita e per le opere parrocchiali.
Entrando domani nel nuovo anno dovremo non solo saldare tutto quanto abbiamo fatto per rinnovare e mettere a norma l’oratorio, ma cercheremo di prepararci a rinnovamento di questa Chiesa che tutti aspettiamo. La pratica burocratica va avanti, siamo quasi alla fine. Se la generosità non verrà meno, spero proprio che daremo inizio ai lavori. Sostenete sempre con la vostra generosità la parrocchia, con questo vostro sforzo, saremo sicuri di vedere realizzato il sogno che tutti e io con voi attendiamo con viva impazienza.
Ecco carissimi, i motivi che ci spingono questa sera a dire grazie al Signore. Ringraziamolo di cuore tutti insieme e consapevoli che lui vuole e fa sempre il nostro bene, andiamo avanti con fiducia e con tanta speranza.
E allora dico: o Signore accogli il grazie di questa comunità, accogli il grazie che ciascuno di noi ti innalza per il bene che ci hai dato, donaci sempre il tuo amore e fa che non venga mai meno la nostra speranza nella tua mano che continuamente ci sostiene e ci conduce nel faticoso cammino della vita.


Porta a porta con una rivista
(pubblicato il 10.2.2007)
di don Virginio Andena

Uno dei fenomeni più appariscenti del nostro tempo è la setta del Testimoni di Geova.
Quando se ne parla, il riferimento corre a due persone che bussano alla porta delle nostre case, offrono le loro pubblicazioni mensili ("Svegliatevi" e "Torre di Guardia"), preferiscono la prigione al servizio militare, rifiutano la trasfusione di sangue per sé e per i loro figli, chiamano Dio col nome di Geova, ritengono il Papa l'anticristo, escludono la croce...
Ma qual’è la loro origine, chi è il loro fondatore, come sono organizzati? Sono gli eredi di numerosi movimenti millenaristi: mentre da noi si operava l'unità d'Italia, nel 1870, in America, Carles Taze Russel fu spettatore di una serie di attese del ritorno di Cristo con tanto di data più volte spostata: ahimè! Gesù non venne mai all'appuntamento... Russel preferì staccarsi dagli avventisti e formare un suo gruppo indi­pendente. Il movimento progredì grazie alla massiccia propaganda, ad una rigida organizzazione ed allo straordinario dinamismo di Russel.
La sua dottrina si trova in 6 importanti volumi, senza dire che pretese di tradurre la Bibbia senza conoscere teologia, filosofia, greco, ebraico, latino! La società diventò una vera multinazionale, con lui a capo. Convinto che la fine del mondo fosse vicina, cercava negli eventi di ogni giorno "i segni dei tempi” che annunciavano la venuta del millennio, mille anni di felicità. Riuscì a concentrare tutta l'attenzione dei discepoli sull'ottobre del 1914: ogni sistema politico e religioso avrebbe lasciato il posto al regno di Dio che avrebbe appunto inaugurato mille anni di felicità. Con i successori, Rutherford, Knorr e Pranz, la musica rimase identica in una altalena di attese, di smentite, di scismi, di ricomposizioni, di delusioni, di persecuzioni, senza mai deflettere dalla propaganda che contagiava con la grande febbre dell'attesa del ritorno di Cristo nel 1925. L'ultimo botto fu sparato per 1975: anno dell'inaugurazione del millennio...
I Testimoni di Geova considerano il mondo essenzialmente cattivo, affermano di essere gli unici depositari della verità e vedono qualsiasi altra organizzazione condannata ad una distruzione ormai vicina. Rifiutano di servire lo stato perchè, secondo loro, è manipolato da satana.
Che dire di questa pretesa religione cristiana? Certamente un cristiano non è tale se non è un testimone, se non è in grado di rendere ragione della sua speranza e di comunicare agli altri la sua fede.
Ma qui due pilastri non reggono: Dio e la Parola della Scrittura. Dio perchè la Trinità è bandita, in quanto Dio unico è il Padre, Geova, mentre lo Spirito Santo è una specie di energia che Geova conferisce ai suoi fedeli e Gesù è superiore agli angeli ma inferiore a Geova.
E la Bibbia? Invece di cercare la verità nella Bibbia, alla Bibbia si impone la loro idea, strumentalizzando il senso della parola di Dio.
Comunque sia è facile leggere le loro pubblicazioni e ancor più facile ascoltarli quando si presentano alla nostra porta: se invece di questioni piluccate dall'Apocalisse, si dialogasse su quello che sta a cuore a Gesù che nel Vangelo assicura "cielo e terra passeranno ma le mie parole non passeranno", quanto bene fiorirebbe tra di noi!


Tanti sentieri, un solo traguardo
(pubblicato il 7.1.2007)
di don Virginio Andena

Quel sabato 18 novembre, mezzo mondo era interessato alla terza edizione delle nozze di Tom Cruise a Bracciano e tutti sapevano che il rito scelto per l'occasione era quello della religione Scientology. E' una religione nata a Los Angeles nel 1954 ed è estesa in tutto il mondo con 8 milioni di aderenti. Il fondatore, Ron Hubbard, ha pescato a piene mani dalle religioni orientali e ne è uscito qualcosa che risponde ad un bisogno religioso ed affronta i tradizionali quesiti religiosi dal punto di vista della ragione. E' una religione che si presenta senza dogmi e non c'è nulla che si accetti per fede o sulla base di una autorità arbitraria. Intende fornire un itinerario in grado di raggiungere vera certezza della propria immortalità in quanto esseri spirituali. I riflettori sono puntati sull'uomo, anche se si parla di un Essere Supremo che sta all'apice del cosmo: ciascuno è pienamente libero di descrivere la sua natura che oggettivamente rimane indefinita. Anche l'etica segue lo stesso procedimento: si parte dal presupposto di vivere onestamente ai fine di migliorare non solo la condizione del singolo ma anche quella della propria famiglia, della comunità, della società tutta.
Due sono le pratiche fondamentali irrinunciabili di Scientology: auditing e addestramento, pratiche illuminanti il cammino verso stati di consapevolezza e capacità spirituali più elevati ed infine verso la salvezza spirituale. Dovrei soffermarmi ad illustrare queste pratiche e le famose 8 dinamiche ma in uno spazio così ristretto non è possibile approfondire il discorso. E' interessante ricordare che la nascita di un bambino dà occasione ad una cerimonia per il conferimento del nome ed alla gioia per un essere spirituale che ha vissuto in precedenza e che continuerà a vivere in futuro. Nella celebrazione del funerale invece, il ministro ribadisce che il deceduto, in quanto essere spirituale, è passato ad una vita nuova e al defunto si rivolge l'augurio: "Ora va e vivi nuovamente in un luogo e tempo più lieti".
Quando un uomo è dotato di fantasia, di un vago sentimento religioso e di qualche nozione di sociologia, può benissimo fondare una sua religione che può riservare ad esclusivo uso personale, oppure lanciare il prodotto sulle piazze del mondo in cerca di aderenti.
L'Illuminismo, fiorito nel 700 e incarnato nella Rivoluzione francese, ha ribadito che l'uomo, diventato adulto ed evoluto, sa regolarsi da solo ed è in grado di discernere senza difficoltà fra il bene e il male. Insomma, per valorizzare pienamente l'uomo, occorre sganciarsi da Dio. Non sta a me salire in cattedra per giudicare una religione diversa dalla mia. C'è solo da augurarsi che l'adesione ad una religione sia motivata da ragioni serie, sostenuta da atteggiamento umile, liberata da pregiudizi devianti.