| archivio - 2' semestre 2007 |
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Buon Natale a tutti! (pubblicato il 16.12.2007) di don Peppino Raimondi - parrocoVi confesso subito che questa espressione non è e non vuole essere un augurio che per forza bisogna dire in questi giorni carichi di aspettative. Se dico a tutti buon Natale, lo dico sinceramente e soprattutto con il cuore e con tutto l’affetto possibile, ma in modo particolare perché credo nell’amore di Dio che si è fatto bambino per tutti noi. Natale vuol dire nascita. Ognuno di noi ha il suo Natale. Tutti infatti nasciamo. Ma ciascuno di noi, per ricordare la propria nascita, invece di dire Natale, si preferisce la parola compleanno. Niente di male. Ciò che importa è ricordare con gioia il giorno in cui i nostri occhi hanno visto il sole di questo mondo. Quando invece parliamo di Gesù e vogliamo ricordare il giorno della sua nascita, diciamo invece Natale. La parola Natale richiama inevitabilmente Gesù. Quando allora diciamo buon Natale, facciamo senza accorgerci, se siamo almeno soltanto un po’ sinceri, riferimento a Gesù. Dicendo allora “Buon Natale”, si augura a chi si incontra che quel giorno sia ricco di quelle grazie e di quelle benedizioni che il Figlio di Dio con la sua nascita è venuto a portare sulla terra. Senza saperlo facciamo quindi riferimento a quel grande mistero d’amore che ha aperto una nuova stagione nella storia dell’umanità. Ma noi, che crediamo nel nascita del Figlio di Dio, nel fare questo augurio ci riferiamo non solo al buon costume della nostra tradizione cristiana, ma facciamo espressamente e consapevolmente riferimento a quel Bambino che il cielo ci ha donato un giorno e che ancora oggi nasce nel mistero della liturgia natalizia. Come vostro parroco apro allora il mio cuore e dico veramente a tutti e a ciascuno con l’affetto che nutro per voi ormai da più di quindici anni: BUON NATALE! Con queste parole vi dico che vi sono vicino, sono nelle vostre case. Mi siedo per un attimo alla vostra tavola. Vi dico che conosco le vostre situazioni. Molte mi sono state riversate nel cuore con le vostre stesse parole o con le vostre lacrime, altre le conosco in modo indiretto. Essendo ormai passato quasi sette volte a benedire le vostre famiglie, posso infatti dire che conosco abbastanza bene il nostro quartiere. Ma vi dico innanzitutto che voi siete soprattutto nel mio cuore. So che le vostre situazioni personali e familiari non sono sempre felici. Quante preoccupazioni: la salute precaria, il futuro incerto dei figli, la mancanza di lavoro, gli anziani con tutte le loro difficoltà, e poi tanti anziani soli. E le gioie? So che ne avete, ma so anche che sono poche. Guardiamo a queste, anche se sono poche, sono sempre belle e possono darci la forza per continuare il faticoso cammino della vita. Ma innanzitutto puntiamo gli occhi sul Signore che ci sostiene e ci ama di un amore infinito. Vivendo con voi questo nuovo Natale del Signore Gesù, vi assicuro una preghiera particolare. Come vostro parroco chiederò al Signore Gesù che si fa bambino per amore nostro, che porti in primo luogo pace e serenità nel cuore di tanti anziani. E sono veramente tanti a S. Fereolo. A questi nostri cari anziani dico: non guardate soltanto ai vostri dolori, non chiudetevi nella vostra solitudine. Il Signore non ama soltanto i giovani come fa purtroppo la nostra società, ma ama anche voi che avete tanti anni sulle spalle. Per lui siete sempre cari e preziosi. Alle giovani famiglie nel dire loro buon Natale: auguro di far maggiormente posto al Signore nelle loro case, nella loro vita familiare. Il Signore che viene non è invidioso nella vostra casa, della vostra intimità coniugale. Se gli farete posto non solo in questi giorni, lui renderà saldo il vostro amore, vi farà crescere nell’unità al di là delle inevitabili difficoltà. Lui vi vuole bene e vorrebbe che la vostra casa assomigliasse un po’ alla sua. Fategli posto. Ai giovani che vedo ancora in chiesa e all’oratorio, nel dire loro buon Natale, li invito a non avere paura a vivere da veri cristiani, ad essere generosi con il Signore. Con lui non si perde nulla, si guadagna tutto. Ma voglio fare gli auguri anche a tutti quei giovani e a quegli adulti che non ho più occasione di vedere e di incontrare perché camminano su altre strade o hanno fatto altre scelte. A tutti questi e a ciascuno di loro vorrei dire: sappiate che qui in parrocchia c’è sempre un prete che vi ama, vi segue e vi aspetta. In questa lunga attesa, per voi prega, perché siete sempre, anche se il vostro intento è ormai altrove, suoi figli, anime per le quali è stato inviato. E allora a tutti dico sinceramente e di cuore: Buon Natale. Il Signore che nasce perché ci vuol bene, convinca tutti che solo con il suo amore nel cuore, la vita trova il suo vero significato.
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Luci ed ombre del nostro consumismo (pubblicato il 2.12.2007) di don Virginio Andena La passerella della moda offre quanto di meglio la natura e la fantasia danno in pasto agli occhi e al portafogli. Se poi si deve creare l'atmosfera natalizia, tutta la bellezza è elevata all'ennesima potenza. Non ho nessuna voglia di fare il moralista a buon mercato ma neppure mi impegno al provino per entrare nell'ottava edizione della Casa del Grande Fratello. Semplicemente ritengo di essere uno dei sei miliardi di umani che risiedono sul pianeta illuminato dal sole e che non vuol mettere nel suo stemma nobiliare "mihi non interest" che non si riferisce all'Inter ma vuol dire "Me ne frego". Mio papà, in tono più dimesso, ma non meno efficace, ricordava il proverbio "Pancia piena non pensa per quella vuota". Alla faccia delle più belle espressioni lanciate dal pulpito, dal giornale, dalla poesia, dal governo, la passerella sulla quale sfilano gli abitanti del nostro pianeta, si presenta drammatica: tutti sappiamo che c'è gente che muore di fame e le statistiche in proposito sono allarmanti. Ma io non ho in mano le leve del comando; io faccio fatica ad arrivare alla fine del mese; io non vivo di rendita; io non ho voce nella stanza dei bottoni. Sì, però io ho vestiti per tutte le stagioni, io ho telefono e cellulare, io ho televisore e computer, io al supermercato riempio il carrello, io non ho vizi ma non mi faccio mancare il fumo e qualche buon bicchiere, io ho l'automobile con diversi accessori … E' una vera impresa verificare e riconoscere che il consumismo è la piattaforma della mia vita, anche se sarei capace di parlare a lungo sulla condivisione dei beni con chi fa parte della stessa famiglia umana e sarei capace persino di comporre una poesia sul sogno di una vita intonata alla semplicità, discrezione, parsimonia, essenzialità. Non vuol dire restare in mutande, ma dare corpo ad una domanda che non può non affacciarsi al mio animo: se per caso mi trovassi nella squadra degli sfortunati che corrono il pericolo di morire di fame, cosa penserei di quei fortunati così fortunati che si muovono nel superfluo? Che sarà di mio figlio al quale manca solo il latte di gallina perché non si è ancora decisa a farlo? Che sarà di me che rincorro gli ultimi ritrovati che il consumismo lancia da tutte le reti televisive e da tutta la carta stampata? Questo assicurerà un lavoro agli psichiatri e ai dietologi. Vuoi mettere la soddisfazione di condividere il tuo pane con un povero? Vuoi mettere il miracolo di deporre nelle mani di Gesù quei cinque pezzi di pane? Vuoi mettere la fede che illumina le strade e le case per Natale, senza però lasciare al buio un fratello che non ha nessuna colpa per essere nato in una capanna di periferia di una grande città? C'è chi dovrà risolvere questi problemi più grandi di me! Sì, ma intanto niente cambia perché io mi gongolo nel mio consumismo e un fratello (se non ti va questa parola, cambiala pure con compagno, cittadino, uomo) manca del necessario. Invece di fare profonde disquisizioni sui tanto decantati valori, conviene benedire il benessere senza scivolare nel consumismo. Non aspetto tempi diversi, perché vale la pena che la prima mossa parta da me. Forse non troverò molti aderenti. E chi l'ha detto?!
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E' l'Avvento: prepararsi è un dovere (pubblicato il 2.11.2007) di don Peppino Raimondi - parroco Tra qualche giorno inizierà il tempo d’Avvento. Si tratta di quel tempo di preparazione alla grande celebrazione del natale del Signore Gesù. La preparazione ai grandi avvenimenti della vita di Gesù, è un dovere e una necessità. E questo anche a livello puramente umano. Infatti se non ci si preparare nei dovuti modi, si può correre il rischio di non vivere o vivere a metà quel avvenimento. La Chiesa come una vera madre non può non invitare i propri figli ad aprire il loro cuore per accogliere il Figlio di Dio che viene di nuovo nel mondo nella celebrazione del mistero del suo natale che si attua nella liturgia. E noi come figli della Chiesa e che amano di vero cuore il Signore, dobbiamo accogliere questo invito e metterci di buona lena a spalancare il nostro cuore. La vera preparazione alla celebrazione dei misteri del Signore consiste nel preparagli un cuore ben disposto. Il fatto religioso in linea generale, la vita con Cristo, l’accoglienza dei suoi doni, è opera del cuore: sta nell’avere un cuore che si apra e che si renda disponibile a vivere il mistero che si celebra. Il Signore stesso cerca il cuore dell’uomo. Lo vediamo infatti in tutto il Vangelo che continuamente sottolinea che ciò che fa un uomo è il suo cuore. E lui vuole entrare lì, perché chi lo accoglie sperimenti tutto il suo amore. Si tratta in primo luogo di liberarlo dal peccato. Il peccato e il Signore non possono stare insieme. Ecco perché in Avvento e soprattutto con l’avvicinarsi del Natale, siamo tutti chiamati a confessare i nostri peccati e a rinnovare nella grazia del Signore i nostri cuori. Infatti con il peccato nel cuore, non possiamo far nascere il Signore in noi. Lui vuole tutto il nostro cuore. In secondo luogo dobbiamo aprire il cuore ai fratelli. Se il Signore Gesù si è identificato con chi ci sta accanto, cioè nel fratello e nella sorella, in modo particolare poi nel povero, nell’emarginato, noi dobbiamo esprimere questa attenzione mediante l’accoglienza, la comprensione, il perdono, e se fosse necessario e possibile anche l’aiuto caritatevole. L’evangelista Giovanni ci dice che la prova che si ama il Signore che non si vede, è l’amare il fratello che si vede. Anche in questo Natale il nostro Dio è ancora alla porta del nostro cuore. E lì, lui bussa in tanti modi, perché non desidera altro che entrarvi per farci gustare la dolcezza del suo amore. Facciamolo nascere veramente. E perché questo avvenga impegniamoci a preparagli un cuore ben disposto. E’ questo l’invito che Giovanni Battista ci farà subito all’inizio di questo Avvento. Facciamolo nostro con delle scelte che lascino un segno nella nostra vita. Solo così saremo pronti a farlo nascere in questo suo prossimo natale. Ne abbiamo veramente bisogno tutti. Dico: Buon Avvento a tutti e a ciascuno. Il Signore chiede infatti a ciascuno sanfereolino di aprirgli la porta. Si tratta del tuo cuore a volte freddo e spesso anche lontano dal suo amore. Dico buon Avvento alle famiglie. Il Signore Gesù che viene come un fragile e tenero bambino, come sono appunto i nostri bambini, vuole essere accolto anche nelle piccole comunità domestiche. Aprite le vostre famiglie al suo amore. Non fate solo l’albero di natale, fate soprattutto il presepe, anche se piccolo, ma in modo particolare fatelo nasce in casa vostra con la confessione e la comunione. Lo faccia nascere anche la nostra comunità parrocchiale. E lo farà nascere se tutti insieme faremo un salto di sincera carità vicendevole, se avremo maggior reciproco amore, se cresceremo nell’unità, se manifesteremo la gioia di essere cristiani. E voi pregate che anche che i vostri sacerdoti e per le vostre suore: o facciano nascere nella loro vita e sappiano farvelo vedere nella povertà della loro umanità. E allora di nuovo: Buon Avvento a tutti!
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Il compito di una comunità (pubblicato il 27.10.2007) di don Peppino Raimondi - parroco La sagra parrocchiale è da collocarsi tra i momenti più significativi di una comunità cristiana. E noi stiamo vivendo questo momento di grazia e di benedizione. Oggi infatti facciamo festa a questa Chiesa che è la casa del Signore. Ricordiamo il giorno della sua dedicazione. Il quel giorno il Signore veniva ad abitare in questa casa e la faceva sua per sempre. Come noi abbiamo la nostra casa, così il nostro Dio ha la sua casa. Ed è bello vedere che la sua casa è in mezzo alle nostre case, tra i palazzi del nostro quartiere. In questa abitazione del Signore, sono passate tante generazioni. Quanti uomini, quante donne, quanti bambini e giovani. Generazioni su generazioni. Ora siamo noi a godere di questa casa. Ora questa casa ci accoglie. Ora il Signore vuol vivere con noi. Qui infatti ci aspetta, qui vuol darci i suoi doni, qui vuole parlarci, qui vuole amarci. Carissimi, amiamo la casa del Signore. Lui è qui per noi. Veniamo in questa casa. Lui qui ci aspetta sempre. Fermiamoci qui, stiamo qui con lui. Lui è tutto per noi. Noi siamo la sua famiglia. Con questa sua casa tra le nostre case, con la sua presenza in mezzo a noi, noi diventiamo il suo popolo, il suo amato popolo. Ma che cosa deve fare questo suo popolo? Che cosa dobbiamo fare? Dobbiamo in primo luogo accogliere l’eredita di chi ci ha preceduto, dobbiamo viverla in questo nostro tempo, e di conseguenza mentre attendiamo il ritorno del Signore Gesù, dobbiamo tramandarla a chi verrà dopo di noi. Di che eredità si tratta? Si tratta di una persona: Gesù Cristo, il figlio di Dio. Si tratta della fede in Gesù figlio di Dio, l’atteso delle genti, che noi tutti abbiamo ricevuto dai nostri antenati. Questa fede noi la stiamo ora vivendo in questo tempo che ci è dato di vivere. Ma dobbiamo anche tramandarla a chi verrà dopo di noi. Questo compito lo abbiamo scritto a grandi caratteri sulla facciata della nostra chiesa parrocchiale: ”Parrocchia di S. Fereolo annuncia a tutto il quartiere Gesù, l’atteso delle genti, per educare alla fede le nuove generazioni” Abbiamo infatti sentito nel Vangelo di Matteo Gesù che ci ha detto “andate e ammaestrate tutte le nazioni battezzandole e insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato”. Carissimi, sia come singoli fedeli, sia come comunità parrocchiale, dobbiamo accogliere, vivere e testimoniare Gesù. L’uomo di ieri, come pure l’uomo di oggi ha bisogno di Gesù. Anzi, senza accorgersene lo cerca. Gesù infatti è e resta anche oggi e per tutti: l’atteso delle genti. Ma come adempiremo questo impegno? Vivendo il memoriale del suo amore. Ce lo ha detto S. Paolo nella seconda lettura. Per memoriale si intende la celebrazione della sua passione, morte e risurrezione. Se vogliamo evangelizzare il nostro quartiere, se vogliamo che le nostre famiglie ritrovino la strada della Chiesa, se vogliamo che la nostra stessa vita si rinnovi, dobbiamo vivere e testimoniare questo suo mistero di morte e di risurrezione. Ricordiamoci sempre: è la messa che salva, perché celebrandola, noi ci incontriamo con il Signore Gesù che muore risorge per noi, per rinnovarci e per rinnovare ogni cosa. Fino a quando ci sarà un sacerdote che celebrerà la Messa, ci sarà sempre la speranza che il mondo di rinnovi e si salvi. Facciamo allora tesoro di questo dono, cioè della Messa. Viviamo la Messa domenicale nella casa che il Signore ha costruito tra le nostre case. Tramandiamo con coraggio e buona volontà questo impegno di vivere la Messa, cioè il memoriale del Signore, alle nostre nuove generazioni, cioè ai nostri ragazzi, adolescenti e giovani. Se vivremo e faremo questo, noi compiremo ciò che c’è di più grande e è fondamentale per essere popolo di Dio qui nel quartiere di a S. Fereolo, ma anche compiremo ciò che ha maggiormente bisogno questa nostra umanità. Dobbiamo vivere e tramandare il memoriale del Signore mentre lo attendiamo sia nella nostra vita personale sia come popolo di Dio. Che cosa diremo anche questa mattina dopo che avremo qui sull’altare il corpo e il sangue del Signore? Alle parole del sacerdote: Mistero della fede, diremo: “annunciamo la tua morte proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta”. Siamo allora un popolo in cammino, abbiamo una casa dove abita il Signore, noi lo attendiamo con fede e speranze, e nell’attesa celebriamo il suo memoriale: cioè la sua morte e risurrezione. Carissimi, consapevoli di tutto questo, come vostro parroco mentre attendiamo il ritorno del Signore, vi invito alla gioia, alla speranza, a vivere il memoriale del Signore sia come singoli fedeli, sia come comunità parrocchiale e di tramandarlo alle nuove generazioni. Voglia il Signore darci la sua grazia oggi e sempre per amarlo e per farlo amare sempre di più in tutto questo quartiere.
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Una missione possibile (pubblicato il 30.9.2007) di don Peppino Raimondi - parroco Il tempo non passa, anzi vola. E’ una constatazione che facciamo ogni giorno, ma in modo particolare quando passiamo da un anno all’altro. E così domenica 16 settembre siamo entrati in un nuovo anno pastorale 2007 – 2008. Senza accorgerci anche la nostra comunità si arricchisce di anni e di sempre nuove esperienze pastorali. Il nostro impegno è quindi di rispondere alla volontà del Signore Gesù che avendoci posti come sua comunità qui nel quartiere, ci impegna ad annunciare e a donare a tutti gli uomini e alle donne di buona volontà, la sua salvezza. E proprio per adempiere a questo comando ogni anno riprendiamo volentieri le nostre fatiche pastorali. Consapevoli che lui è il primo ad essere impegnato in questa opera di evangelizzazione, noi mettiamo con buona volontà a sua disposizione tutte le nostre capacità, le nostre forze e la nostra passione per far conoscere e diffondere in tutto il quartiere, il suo amore. Nel nostro servizio al quartiere cerchiamo di sottolineare ogni anno un aspetto particolare della nostra fede in Cristo Signore. Avendo iniziato già da alcuni anni una pastorale di evangelizzazione, cioè di apertura e di servizio missionario al quartiere, siamo giunti quest’anno a caratterizzare il nostro servizio pastorale puntando in modo particolare sulla figura di Gesù Cristo. Ci soffermeremo su questa tematica per tre anni. Quest’anno conosceremo e lo accoglieremo sempre più nella nostra vita, ma anche lo presenteremo a tutto il quartiere, come l’atteso delle genti. Gesù infatti è colui che il cuore dell’uomo attende senza saperlo. Diceva bene S. Agostino: “Signore, il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in te”. Cosa faremo? Niente di particolare. Il Signore non ci chiede di compiere miracoli. Siamo più che mai convinti che li fa solo lui, quando vuole, come vuole e a chi vuole. Ci chiede però, come è stato sottolineato nell’omelia di apertura del nuovo anno pastorale, di avere un grande amore a Lui e agli abitanti del nostro quartiere. L’evangelizzazione non è opera nostra. E’ lui che converte e salva. Noi dobbiamo essere degli strumenti docili nelle sue mani e soprattutto far in modo che la nostra vita dica qualcosa del suo amore. Diventando migliori noi, cioè santi, sia come singoli fedeli, sia come comunità, noi mettiamo un seme fecondo nel tessuto umano del quartiere. Dobbiamo allora fare tutti uno sforzo di sincera conversione e di adesione piena di fiducia a Cristo Signore. Perché questo seme di evangelizzazione produca frutti di santità nei nostri cuori e nel tessuto umano del quartiere, ecco i nostri impegni pastorali. Alle parole di rinnovamento, ai desideri che il bene fiorisca attorno a noi, cerchiamo di essere tutti maggiormente impegnati su questi due versanti. Se è lui che converte i cuori, noi dobbiamo mettere maggiormente il Signore al primo posto sia nella nostra vita che nella nostra comunità parrocchiale. Qualcuno può meravigliarsi di questo invito. E invece anche nei nostri cuori sia di fedeli che di sacerdoti e suore, non sempre il Signore è veramente il nostro “tutto”. E questo vale anche per la nostra comunità. Dobbiamo puntare tutto sul Signore: ecco allora le nostre celebrazioni sia nelle nostre chiese, ma in modo particolare nelle zone pastorali del quartiere. Segue subito l’impegno della preghiera di adorazione, della catechesi, dei centri di ascolto, della Caritas, e di tanti altri momenti di crescita nella vita spirituale. Come il Signore ama tutti gli uomini e li ama ancor prima che si convertano, così anche noi dobbiamo nutrire stima e amore per tutti gli abitanti del quartiere. La nostra opera evangelizzatrice scaturisce infatti dall’amore che abbiamo nei confronti del Signore, è lui che ci impegna, ma anche verso coloro ai quali vogliamo presentare Gesù come vero ideale di vita, cioè a tutti i sanfereolini. Questa attenzione deve essere sia nel cuore della comunità parrocchiale, sia in tutti coloro che frequentano la parrocchia. Nell’omelia di inizio anno pastorale, ho rivolto a tutti un sincero e forte invito a voler collaborare per questa opera di evangelizzazione. Abbiamo infatti sempre bisogno di tante forze. Per coinvolgersi in questa opera pastorale non occorrono doti particolari, non sono necessarie qualità speciali, ma solo un po’ di buona volontà. Il Signore fa poi tutto il resto. Se qualcuno vuole aiutarci, basta che parlarli con i sacerdoti della parrocchia. Il Signore attende sempre. La sua ricompensa è senza limiti.
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Una sorgente per tutte le età (pubblicato il 30.9.2007) di don Virginio Andena Chi non ricorda la festa per la sua prima Comunione? La storia assicura che Napoleone l'ha sempre ritenuto il giorno più bello della sua vita. Con un triplice salto mortale, da quella stagione passo all'altra che viene classificata “terza età”, nella quale, generalmente, si è alle prese con qualche problemino della salute e con alcune preoccupazioni sulla gestione della pensione. Nel mondo gli scienziati programmano a tambur battente i problemi della salute, mentre i politici strombazzano interessanti promesse di aumenti della pensione, di agevolazioni lungo il grande viale del tramonto. Non voglio enfatizzare questa età, perchè è anche la mia. Senza dubbio si tratta di un capitolo dove, a suon di esperienza, dovrebbe risultare chiara la scala dei tanto decantati valori. Sicché i pensionati si possono ritenere gli esperti della dimensione spirituale della vita. La vita senza la fede è zoppa e la fede senza la vita è cieca. Quale pensionato non si è sentito interpellato da Zucchero quando canta “I migliori anni della nostra vita...”. C'è anche il salmo 90 che afferma: “Gli anni della nostra vita sono 70, 80 per i più robusti; ma passano presto e noi ci eclissiamo...” Si può arrivare all'impossibilità di uscire di casa e, nonostante l'Isola dei famosi o c'è posta per te, le ore sono pesanti e le giornate tendono ad assumere i colori della tristezza. Mentre gli scienziati ricercano la pillola dell'eterna giovinezza, c'è un modo con il quale si può riempire al meglio questo vuoto. Non ho iniziato con il richiamo alla prima Comunione? Ebbene, perchè non pensare a continuare quel rapporto con Dio? Non posso uscire per andare in chiesa, sarà Gesù che esce di chiesa per entrare nella mia casa, una volta al mese, una volta alla settimana, a seconda delle mie esigenze. Non sarà un disturbo per chi si impegna in questo servizio? Parliamoci chiaro: nessuno ritiene sia un disturbo se chiamo il medico! Sarei disposto a sborsare qualsiasi prezzo per quella medicina che fa al mio caso. Quel pane che si chiama Eucaristia è un cibo che dà vita e infonde serenità, coraggio, fiducia: resta con noi, Signore, perchè si fa sera. Perchè non crederci? Gesù non ha mai deluso e tanto meno ingannato chi ha fiducia in lui. E' così che si vince la solitudine, è così che si riprende fiato,è così che entra la luce anche nella stanza più buia: più di quanto possa il cellulare, la TV, la stessa settimana enigmistica. Non c'è neppure il ticket da pagare. CHI VOLESSE….. Noi sacerdoti siamo a disposizione. Ci sono poi i ministri straordinari dell’Eucaristia. Basta chiamare. Ecco allora i numeri telefonici dei sacerdoti a cui far riferimento per avere la possibilità di fare con frequenza la comunione in casa: don Peppino: 0371/30658 don Riccardo: o371/36345 oppure 3497565617 don Virginio 0371/31125 Dopo l’incontro con il sacerdote, passerà la persona incaricata nei giorni in cui si desidera ricevere Gesù. Il sacerdote passerà sempre a far visita una volta la mese. Non perdiamo un dono del Signore!
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Il bello della nuova età (pubblicato il 2.9.2007) di don Virginio Andena L'aggettivo che risulta più inflazionato nel campo della moda è “nuovo”. Dall 'aggettivo si passa al sostantivo “novità”. Anche la storia delle religioni è soggetta alle suggestioni della moda e dall'America, dove è nata, la nuova stagione religiosa è arrivata anche sul continente europeo. La denominazione originale è “New Age”. A quanto pare di religioni ce ne sono per tutti i gusti, più dei capi di vestiario. L'enciclopedia delle Religioni edita da Garzanti (credo sia un editore serio) presenta 170 religioni e, in modo sommario, ne elenca altre 500! Gli antichi, non parlavano dell'età dell'oro? La Bibbia stessa non si riferisce a questa età quando parla di Adamo ed Eva nel paradiso terrestre? Ebbene, questa felice stagione è ritornata nella nuova edizione della New Age. Sulla terra la felicità non è più un sogno ma è l'esperienza quotidiana e gli angeli si sono mobilitati: per noi cristiani questi esseri fanno parte di un mondo lontano ed astratto, mentre questa nuova religione li rivaluta e ne riempie ogni ora del giorno e della notte. Negli incontri di questi adepti, tutto è bello, luminoso, imbevuto di arte e di armonia, di sorrisi e di canti, di sentimento e di poesia. mentre gli angeli partecipano esultanti alla gioia della vita degli uomini. Tutto è sfumato, non definito, tutto è positivo, non piagnucoloso, tutto è colore, non bianco-nero. Non mi meraviglio se questa atmosfera delle mille ed una notte affascina chi è introdotto in questa nuova stagione della storia. Non devo essere cattivo ma, se non sbaglio, anche Pinocchio ebbe la stessa impressione quando entrò con Lucignolo nel paese dei balocchi. E così il famoso Carlo Marx cancellò il paradiso dalla religione perchè lo si doveva impiantare sul pianeta terra! Il gioco dell'illusione non è offerto solo dai maghi nei teatri del pianeta baciato dal sole. Allora cos'è questa nuova religione così vicina ai sogni dell'uomo, così rispondente ai suoi desideri, così facile da seguire sul sentiero del sentimento? E' un po' difficile chiamarla “religione”, perchè al centro si trova l'uomo con gli angeli intorno. E' più un surrogato di religione che una religione perchè parla la psicologia più che la teologia. Comunque varrebbe la pena interessarsi di questa nuova età della storia, almeno quanto ci interessiamo dell'isola dei famosi. Posso dire una cosa? Nel vivere la nostra religione cristiana a volte siamo così freddi, così legnosi, così lagnosi, così cerebrali, che un po' di gioia e di fervore non guasterebbe affatto. Mi guardo bene dal dare il voto a questa New Age che risponde al richiamo del divino giocando tutte le carte in possesso all'uomo in ricerca. L'uomo ne rimane così appagato che non ha più bisogno di riconoscere Dio. Se è proprio così, come posso chiamare la New Age una religione? Se è vero che c'è una religione in adorazione della ricchezza, un'altra in contemplazione del successo, allora c'è anche una religione dove l'uomo è un idolo con gli angeli che gli stanno attorno. Sarà un buon impasto di zucchero e mandorle ma non mi sento di chiamarla religione, anche se il nome potrebbe risultare accattivante e più ancora il messaggio a base di fuochi d'artificio.
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E così ricominciamo ancora (pubblicato il 2.9.2007) di don Peppino Raimondi - parroco Gli anni passano. Non sembra vero, ma sono già molti da quando abbiamo iniziato il cammino pastorale caratterizzato dallo spirito della nuova evangelizzazione. E così ci troviamo ad iniziare una nuova fase. Il cammino intrapreso ci vede ora impegnati a proseguire con sempre nuovo slancio e con rinnovata buona volontà. E' il Signore che ci sollecita per il nostro bene e di tutto il quartiere. E noi vogliamo rispondergli con tutto l'amore che abbiamo per lui nel nostro cuore, ma anche per il bene di tutti gli abitanti del nostro quartiere. Tutto quelli che facciamo e quello che faremo in questo nuovo anno pastorale, ha come unico scopo: rispondere alla sua chiamata. Siamo qui sia come sacerdoti, sia come fedeli per compiere la sua volontà. Non cerchiamo altro. Fare la sua volontà è il nostro unico desiderio. E siamo convinti che obbedendo a lui, non solo salviamo noi stessi, ma rendiamo la nostra comunità parrocchiale un segno vivo e concreto del suo amore in mezzo al quartiere. Quando diciamo “tutti” intendiamo non solo coloro che frequentano assiduamente la parrocchia, ma anche coloro che diversi motivi non la frequentano. Noi non giudichiamo nessuno. Noi vogliamo amare tutti, noi desideriamo far del bene a tutti. Abbiamo un unico scopo: tener viva la memoria di Gesù Cristo unico salvatore dell'umanità. Per questo ci impegniamo, per questo scopo vogliamo essere oggi più che mai evangelizzatori in tutte le zone del nostro quartiere. A tutti i nostri fratelli che stentiamo ad incontrare, diciamo che siamo qui anche per loro, e se con le nostre iniziative veniamo presso le loro abitazioni, nei condomini, è per dire loro concretamente che li pensiamo, che li amiamo, e per loro preghiamo. Dopo aver riflettuto sulla Parola di Dio, dopo aver lavorato alla riscoperta della fede in Dio Padre, quest'anno ci impegneremo a riflettere su Gesù Cristo, l'atteso delle genti. La Parola di Dio ci ha fatto scoprire che il nostro Dio ci ama e ci vuole tutti per lui. Con la riflessione sulla fede abbiamo preso coscienza che solo nell'abbandono sincero alla volontà di Dio, noi realizziamo la nostra vita. Ora impegnandoci a conoscere Gesù, l'atteso delle genti, vogliamo aderire in tutto e per tutto al vero modello di ogni uomo. Dio Padre non desidera altro che diventiamo sempre più conformi al suo Figlio prediletto. Sulla persona di Gesù lavoreremo per tre anni. Lo vedremo quindi sotto tre aspetti. Quest'anno, come l'atteso, il prossimo anno mediteremo su Gesù maestro di vita, e poi Cristo, il Dio con noi. Vogliamo con questo lavoro pastorale rinnovare il nostro amore e la nostra adesione Cristo, vero modello di ogni uomo. Punteremo quindi tutto su di lui, e con tutto quello che vivremo e faremo con le nostre iniziative sia all'interno della nostra comunità parrocchiale mediante le celebrazioni e le catechesi, sia con le uscite nelle zone pastorali, annunciare Gesù Cristo. Che cosa ci aspettiamo? Una nuova conoscenza di Gesù, ma soprattutto desideriamo che ogni sanfereolino si innamori sempre di lui per accoglierlo nel profondo del proprio cuore per poi testimoniarlo con le parole e con la vita concreta. Se questo avverrà per ciascuno di noi, allora anche la nostra comunità parrocchiale diventerà il segno vivo della sua presenza nel quartiere. Perché questo avvenga invito allora tutti coloro che vivono e frequentano la comunità ad impegnarsi nelle diverse iniziative che verranno proposte durante tutto l'anno pastorale. La prima opera di evangelizzazione di una parrocchia consiste infatti nel rappresentare al vivo Gesù, perché è lui che converte i cuori servendosi di ciascuno di noi e di tutti insieme. Questo compito, anche se impegnativo, perché richiede la nostra personale e comunitaria conversione a lui, è soprattutto affascinante in quanto ce lo fa vedere ancora una volta vivo e operante nel mondo d’oggi. Voglia allora in Signore, per il quale intendiamo spenderci, benedire questa nuova fatica e di vederlo crescere nei nostri cuori e nel cuore del quartiere.
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Cristianesimo senza guardie di finanza (pubblicato il 2.7.2007) di don Virginio Andena Senza voler mancare di rispetto, mi pare di poter dire che i Protestanti sono nel cristianesimo quello che la Lega è in politica: prendere le distanze da Roma. Naturalmente l'avventura dei Protestanti è più complessa e radicale. C'è una data precisa: 1529: un frate domenicano tedesco, Martin Lutero, era venuto a Roma per studiare la Bibbia ma in quel tempo, così straordinario per l'arte e gli artisti, i cristiani, compresi quelli di Roma, non brillavano per coerenza con il Vangelo. Tornato in patria, Lutero si accorse che anche in Germania fioriva una forte antipatia per Roma e gli venne facile "protestare" (di qui la denominazione generica di Protestanti) contro il Papa che era il perno della cristianità. I Protestanti preferiscono il termine "Evangelici", perchè intendono rifarsi in modo più radicale al Vangelo e al cristianesimo primitivo. Al Protestantesimo appartengono oggi più di 300 milioni di credenti e sono sparsi in più di 200 nazioni del mondo, tra cui gli Stati Uniti (il maggior paese protestante) con 90 milioni di aderenti. Segue la Germania con 30 milioni. Sono migliaia le denominazioni di questa chiesa. Le più conosciute sono: Luterani, Riformati, Presbiteriani, Puritani, Indipendenti, Battisti, Quaccheri, Metodisti, Esercito della salvezza, Pentecostali, Avventisti, Valdesi, Unitariani, .... Sullo stesso binario corrono gli Anglicani. Conoscere la storia di queste singole chiese, è interessante, anche per un serio confronto con la nostra chiesa cattolica. La chiave interpretativa è comunque un individualismo esasperato: per togliere di mezzo il Papa, si è ridotto il cristianesimo alla sola Bibbia, senza alcuna mediazione che si interponga fra il credente e Dio. Leggo la mia Bibbia e nessuna autorità mi impone la sua interpretazione. c'è il pastore (o la pastora) ma questi sono semplici funzionari. Voglio il perdono? Lo chiedo direttamente a Dio che lo concede senza ricorrere a fastidiosi intermediari. Voglio sapere la risposta ad un mio problema morale? Apro la Bibbia e lo Spirito Santo direttamente mi somministra la soluzione. Ecco perchè sono molte le denominazioni delle chiese protestanti: in pratica ogni testa è un piccolo mondo e ciascuno si ritaglia quel rapporto con Dio che gli è più confacente. Per questo motivo, in America è un pullulare quotidiano di sette, compresa quella dei Testimoni di Geova. E' vero che per tutti il perno resta la Bibbia ma se non c'è una autorità che ha l'ultima parola autorevole, ciascuno dà la sua interpretazione. Per noi cattolici, ad esempio, come del resto era per Lutero, l'Eucaristia è la presenza reale di Cristo ma dopo Lutero si è approdati alla semplice cena del Signore, dove il pane è solo un simbolo, un segno, un richiamo, un ricordo. Comunque sia, per capire la piattaforma di qualsiasi denominazione protestante, va ricordato l'individualismo quasi assoluto. E' un atteggiamento che convince ed appassiona perchè finalmente la libertà dell'uomo viene espressa in tutta la sua forza e vengono eliminati quei tirapiedi di ecclesiastici che pretendono di comandare sulle anime, di renderle sottomesse, arrogandosi il diritto che è solo di Cristo, perchè è lui l'unico salvatore dell'uomo. Non è bella una simile impostazione? Il problema è verificare se è proprio quella voluta da Gesù e riferita dal vangelo. Non è cosa secondaria!
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Che sarà dei nostri ragazzi? (pubblicato il 2.6.2007) di don Peppino Raimondi - parroco qui trovi la pagina speciale sulla Prima Comunione E così abbiamo anche quest’anno concluso la preparazione ai sacramenti e i nostri ragazzi li hanno ricevuti. Per qualche genitore sarà giunta l’occasione per dire “finalmente è finita”, per noi sacerdoti e catechisti è invece il momento per fare un serio esame di coscienza su quanto è stato fatto e recepito o non accolto dai nostri ragazzi. Sappiamo tutti che nei primi anni della vita dei nostri ragazzi ci sono delle tappe ben precise: la prima confessione, la prima comunione e la cresima. Abbiamo concluso da poco questa fatica. Tutto ormai è nel cuore di Dio e dei nostri ragazzi. Per chi crede e vuole vivere la vita cristiana, la celebrazione dei sacramenti dei propri figli è un’occasione per un salto di qualità. Ma non basta che i figli ricevano i sacramenti, è necessaria che la loro coscienza sia toccata e trasfigurata dalla grazia del Signore. Solo in questo modo, tutto il lavoro fatto durante la preparazione, porta il suo frutto. Ma questo non dipende solo dal soggetto, ma soprattutto da chi gli sta attorno. Quando un figlio riceve la prima comunione si fa festa. Ed è giusto. Basta però che non travisi il valore del sacramento ricevuto. Una certa festa fa bene, l’esagerazione simile ad un banchetto di nozze, fa sempre male. E dopo la festa? Che ne è del ragazzo che ha ricevuto il Signore? E dopo la cresima, che cosa facciamo per chi ha ricevuto il dono dello Spirito? La risposta mi sembra semplice e nello stesso tempo drammatica: li lasciamo soli. Abbiamo compiuto un dovere. E così non ci pensiamo più. Meno male. Ci siamo serviti di loro per fare una festa. E poi tutto continua come se non avessero ricevuto i sacramenti. Condanniamo questo atteggiamento, è come mandare in fumo tutto quanto è stato fatto per la loro formazione, è un mettere acqua su tanto loro entusiasmo. Ricevuto il sacramento, il ragazzo ha quanto mai bisogno di sentirsi sostenuto nel vivere quanto ha ricevuto in dono. Penso alla prima confessione: bisogna aiutarlo a crescere nella giusta visione del bene e del male che può fare o può evitare ogni giorno. E una volta fatto questo, aiutarlo a chiedere sempre perdono del male fatto, ma anche la forza per continuare a fare il bene. E’ questo il modo con cui si formerà in lui la giusta coscienza. Se ha fatto la prima comunione, occorre allora sostenerlo nell’andare ogni domenica a Messa, ma anche ad aiutarlo a comunicarsi bene. Si tratta di aiutarlo ad assumere uno stile di comportamento, dove la Messa diventa punto focale della settimana. Ma anche questo ha bisogno dell’aiuto e dell’esempio dei genitori. E quando ha ricevuto la cresima? È necessario aiutarlo a non avere vergogna di essere cristiano. Ha ricevuto lo spirito di fortezza, ora deve dimostrare di essere felice di appartenere a Cristo. Se vogliamo veramente bene a questi ragazzi, se i genitori vogliono davvero che crescano nei veri valori, dobbiamo darci tutti una mano e metterci al loro fianco. Non ritenere che per il fatto che abbiano ricevuto i sacramenti, sia maturi e sappiano comportarsi di conseguenza. Essi hanno bisogno di vedere accanto loro dei cristiani convinti, che vivano con gioia la loro fede in Cristo Signore, che spendano volentieri delle parole e compiano dei gesti per aiutarli ad inserirsi pienamente nella vita senza venir meno ai valori cristiani. Tra questi cristiani non devono mancare i genitori. La loro missione non consiste soltanto di portare i figli a ricevere i sacramenti, ma anche ad aiutarli a vivere da veri cristiani. Se non compiono loro questo, chi lo potrà compiere? Ci auguriamo che oltre ai genitori, altre persone che vogliono il bene della gioventù piccola e grande, sappiano mettersi all’opera per il bene delle nuove generazioni.
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