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Corale parrocchiale
 

Canto, quindi prego
intervista al direttore, Eugenio Ferrari
(pubblicato il 26.12.2006)

Per antichissima tradizione della Chiesa il canto è legato a filo stretto alla liturgia ed alla preghiera: basti pensare al canto gregoriano, “Parola” cantata.
Nel nostro tempo il cantare, forma espressiva molto utilizzata dalle nuove generazioni, ha assunto ancor più importanza. Sulla spinta della riforma conciliare della liturgia sono nate nuove forme espressive, molto vicine al gusto ed alla sensibilità dei giovani; non sono mancate però discussioni e polemiche sull’opportunità di introdurle durante la celebrazione liturgica.
Ne discutiamo con Eugenio Ferrari, direttore del coro parrocchiale.

Eugenio, ti devo chiamare “maestro” o “ingegnere”?
In effetti non sono un professionista della musica, in quanto svolgo la mia professione in tutt’altro campo. Dal punto di vista musicale, sono completamente autodidatta, se si eccettua lo studio - in età giovanile - del pianoforte.
Il mio lungo percorso di direttore del coro nasce negli anni ‘60, con il Coro Monte Alben, e successivamente, con il coro Il Rifugio. Sono gli anni della scoperta del repertorio di Bepi De Marzi (l’autore di Signore delle Cime).

Da quando con il coro parrocchiale?
Siamo nelle settimane precedenti il Natale ‘88, quando don Peppino Moggi mi chiede di preparare la celebrazione liturgica della notte.
In quegli anni si era esaurita l’esperienza dei precedenti cori parrocchiali guidati da Nedo Scavolini e Giuseppe Gaeti.
Abbiamo iniziato coinvolgendo alcuni giovani di allora: abbiamo preparato quella messa a due voci, in tre sere. Non male il risultato!
A questo punto è stato il coadiutore don Cesare Pagazzi ad insistere affinché l’esperienza continuasse, ma subito si sono presentate le prime difficoltà: mancavano i coristi, il livello tecnico era quello che era.
Ma siamo andati avanti crescendo piano piano ed io - che facevo molta resistenza - mi sono trovato mio malgrado coinvolto in una nuova esperienza.
Adesso cantiamo a quattro voci con circa 30 coristi, di età molto diversa; forse ci mancano un po’ le voci maschili.
Un punto di forza del nostro coro è sicuramente l’accompagnamento strumentale di Luca Consolandi, bravissimo all’organo ma superlativo nel valorizzare il canto corale.

La conoscenza della musica è indispensabile?
Assolutamente no, anzi la maggioranza dei non coristi non sa leggere lo spartito musicale.
Occorre soltanto un po’ di passione e … di pazienza: si imparano le “parti” per imitazione, divisi in gruppi, e poi nelle prove d’assieme si affina il tutto.
Più che la bravura tecnica conta il saper interpretare lo spirito dei canti: e questo è il messaggio che cerco di trasmettere ai coristi. Mi capita invece di sentire certe interpretazioni molto fredde...

“Belle ma senz’anima”!
Esatto. Lo dico con un po’ orgoglio, ma quello che contraddistingue il nostro coro è proprio il fatto che canta con il cuore. Certi canti ascoltati mille volte mi fanno venire ancora i brividi.
Dopo tanti anni poi, anche dal punto di vista tecnico siamo obiettivamente “ben piazzati” fra le corali diocesane.

Immagino tu abbia serate e domeniche dense di impegni!
Ci troviamo una volta alla settimana per le prove normali; più frequentemente in occasione dei momenti canonici dell’anno (Natale e soprattutto Pasqua, che è sicuramente il periodo più intenso).
Non accompagniamo la liturgia di tutte le domeniche, ma solo quella di ricorrenze importanti; frequenti sono i matrimoni.
Complessivamente 20-25 occasioni fra celebrazioni e concerti.
Vorrei sottolineare che il coro è una fortissima esperienza di socializzazione: anzi lo “stare insieme”, pur di età e di esperienze diverse, è la vera molla che fa muovere tutto, prima ancora del canto.
Nel coro poi si imparano le regole della democrazia e della convivenza: l’adeguarsi alle esigenze degli altri, il riconoscere la presenza ed il ruolo di un leader, la valorizzazione delle qualità di ciascuno.
Infine non dobbiamo dimenticare che per il coro è una forte esperienza di crescita: cantare assieme ed in pubblico rafforza la sicurezza e la consapevolezza delle proprie capacità.

Cosa cantate?
Il nostro repertorio spazia dal gregoriano ai canti di autori contemporanei. Nei concerti interpretiamo anche musica “laica”, soprattutto Bepi De Marzi ed alcuni classici (l’Inno alla Gioia dalla 9a di Beethoven, ad esempio)

La tua opinione sul canto nella liturgia?
Sono assolutamente convinto che la “schola” - come si chiamava una volta - debba aiutare la partecipazione di tutti: quasi tutti i nostri canti possono essere cantati dall’assemblea che ovviamente segue la melodia principale e non le parti.
Nelle celebrazioni gli “assoli” del coro si limitano ad 1/2 canti.
Purtroppo negli ultimi anni abbiamo assistito ad un certo “prosciugarsi” della creatività dei compositori.
A parte la cronica carenza di tempo da dedicare alla ricerca di canti “nuovi”, riconosco una certa difficoltà nel reperire nuove idee.
Forse questa è la ragione per la quale - da qualche tempo - il coro propone qualche brano scritto da me.

Programmi per il futuro?
A breve non vedo significativi cambiamenti di strategia.
Recentemente abbiamo fatto una breve esperienza in un ramo artistico collaterale a quello del canto: il ballo folcloristico, divertendoci moltissimo e con risultati più che dignitosi.
Accoglieremmo ovviamente a braccia aperte nuovi coristi, soprattutto se giovani (e uomini, ndr).
Dopo molti anni ovviamente auspico che qualcuno prenda il testimone nel mio ruolo!

Nella sezione eventi le foto dei concerti della Corale Parrocchiale.