L'Africa di Edoardo intrevista ad Edoardo Chiappa (pubblicato il 15.04.2007)
Incontriamo Edoardo Chiappa a Lodi per breve pausa della sua permanenza in Africa, e precisamente in Rwanda, paese verso il quale - al momento dell’uscita del Bollettino - sarà già ripartito. Facciamo un po’ di storia della tua esperienza? Sono stato in Rwuanda, a Muhura, per la prima volta due anni fa per realizzare un progetto promosso dal Movimento di Lotta contro la Fame nel Mondo. Sono ingegnere meccanico e pensavo di poter dare un buon contributo visto che si trattava di costruire acquedotti. Ho lasciato quindi l’azienda per la quale lavoravo e sono partito. Il progetto era finanziato dalla Comunità Europea: abbiamo realizzato oltre 70 chilometri di acquedotti che raggiungono circa 120.000 persone. Ma non si trattava solo di realizzare l’opera in sé stessa: occorreva creare anche una cultura per il suo uso responsabile, per la sua gestione e la manutenzione futura. Abbiamo quindi operato anche attività di sensibilizzazione nelle scuole e di formazione dei tecnici. Perché il Rwanda? Si tratta di uno dei paesi più poveri, senza grandi risorse naturali, purtroppo spesso interessato - dopo il periodo coloniale - dalla guerra. Il Rwanda non è un paese desertico (siamo nella zona equatoriale, con una stagione secca e l’altra piovosa): il problema è che non esistono le infrastrutture per raccoglierla, trattarla e distribuirla. Usare acqua raccolta di corsi d’acqua porta con sé gravissimi problemi sanitari; inoltre il particolare tipo di terreno provoca un fenomeno di acidificazione: tutti i componenti degli acquedotti devo essere costruiti con materiali particolari che ovviamente devono essere importati a caro prezzo dall’occidente. Dire quindi che in Rwanda il problema dell’acqua è di vitale importanza è dire poco; l’acqua è il denominatore comune di tanti aspetti della nostra vita quotidiana, dai più elementari come il bere, il cucinare ma anche altri come (quello della salute) possono essere seriamente influenzati, ad esempio, dalla qualità dell’acqua. Eppure per esperienza so che non è facile riuscire a trasmettervi come possa essere diversa la vita di tutti i giorni senza la comodità dell’acqua al rubinetto di casa. Vi assicuro che mai come in questo periodo sono riuscito ad apprezzare il comfort delle nostre case; un gesto quotidiano come aprire il rubinetto dell’acqua qui è un’esperienza del tutto diversa. In Rwanda, tranne le strutture degli occidentali (la parrocchia, le suore, il dispensario) difficilmente troverete case con disponibilità d’acqua, ed anche nella casa del progetto, dove viviamo, più di una volta è capitato dopo una giornata di lavoro di aprire il rubinetto e … niente, bisogna andare a prendere l’acqua alla fontana per potersi lavare (per fortuna una è proprio davanti casa). Per riuscire a capire che cosa significa doversi procurare l’acqua potete fare questa prova: considerate che la Croce Rossa indica in circa 45 litri il fabbisogno idrico giornaliero per singola persona (per lavarsi, per bere, per cucinare ecc.); bene, chi non ha fatto ancora il conto di quanti litri d’acqua necessitano nella propria famiglia può farlo ora. Immaginate ora di dover scendere le scale del palazzo dove abitate con la vostra tanica di trenta litri di capacità e di andarla a riempire alla fontana pubblica; domanda: quanti viaggi dovreste fare per recuperare tutta l’acqua di cui necessitate. Assurdo? Beh, questo è il modo quotidiano in cui si svolge la vita nei villaggi e nelle zone rurali del Rwanda, che dovete immaginare come una serie ininterrotta di colline (lo chiamano il Paese delle Mille Colline ma a Muhura siamo già a 1900 m di altitudine) con le sorgenti spesso sul fondovalle e le case sparse sui fianchi delle colline. Solo da pochi anni lo Stato sta cercando di favorire gli “umudugugu” cioè i villaggi che raccolgono più case. Immaginate quindi la fatica (e vi assicuro l’ho provata, non ci volevo credere) di portare trenta litri sulla testa superando dislivelli di trecento, quattrocento metri. Quali sono le condizioni di vita? Come detto, il Rwanda (che è un piccolo paese grande come la Lombardia e ugualmente densamente popolato, con 8 milioni di abitanti) non ha grandi risorse naturali come altri grandi paesi vicini (Nigeria, Congo). Oltre al problema dell’acqua, occorre tenere conto che non esiste una rete elettrica vera e propria (la casa dove abito è di proprietà di una missione e abbiamo corrente solo quando avviamo i generatori); anche la rete stradale è quella che è, con collegamenti difficili che si fanno veramente problematici nella stagione delle piogge. Esistono poi i soliti problemi sanitari, anche la situazione di malattie altrove devastanti come l’Aids fortunatamente non ha colpito in modo altrettanto forte. Il Rwanda ha prevalentemente un’economia agricola di sussistenza; ogni nucleo famigliare sopravvive coltivando la terra in maniera completamente manuale, con l’aggravante che il terreno collinoso non presenta strutture - i terrazzamenti - tipici del paesaggio mediterraneo o orientale. Costruire acquedotti significa quindi anche dare un piccolo impulso all’economia locale in quando viene largamente impiegata manodopera locale. Impieghiamo circa 100 persone, e contiamo anche sul lavoro obbligatorio e gratuito che in Randa è tradizionale al sabato. Qual è il motivo del tuo ritorno? Sono stati finanziati altri tratti di acquedotto (circa 90 km) e ci apprestiamo ad avviare i relativi lavori, che, come potrai immaginare, vengono svolti in mezzo a mille difficoltà. Ci proponiamo quindi di concluderli in circa tre anni. Assolutamente indispensabile è la collaborazione con le autorità locali che diverranno alla fine le proprietarie dell’opera. Il problema è che ancora non esiste il concetto di manutenzione: vengono spesso spesi molti soldi per opere che in breve tempo deperiscono. Noi ci preoccupiamo invece di formare una struttura che dovrà incaricarsi di preservare l’opera nel tempo. La particolare situazione deve essere tenuta in conto sin dalla fase del progetto: a parte l’uso dei materiali speciali per le problematiche tecniche prima citate, occorre pensare anche a particolari accorgimenti costruttivi affinché l’opera non sia oggetto di vandalismi e danneggiamenti volontari. Ma anche sul lungo periodo il lavoro non mancherà: il governo si è posto l’ambizioso obiettivo di portare l’acqua potabile a tutta la popolazione entro il 2020: non sarà facile! Come vedi il futuro del Rwanda? Sono abbastanza ottimista: la situazione è in lieve positiva evoluzione. Se si l’autorità riesce a mantenere l’attuale situazione di pace, possono essere acquisite le condizioni minimali si vita: acqua, energia e lavoro. Positivo è il contributo delle organizzazioni non governative che stanno sviluppando molti importanti progetti. Parrocchia e Rwanda: che fare? Una delle cose che più mi colpisce quando rientro in Europa è l’indifferenza che regna nei confronti dei problemi del terzo mondo: sono arrivato quando i giornali erano pieni di articoli e polemiche sul festival di Sanremo. E’ incredibile ed inconcepibile per chi atterra con i problemi dell’Africa ancora negli occhi. Mi auguro quindi che la Parrocchia continui nel lavoro di sensibilizzazione. Mi aspetto anche qualche aiuto concreto, non con offerte generiche, ma con il sostegno a qualche progetto. E spero che il lavoro di sensibilizzazione porti in Africa qualche altra persona che abbia voglia di sporcarsi le mani!
Parrocchia e Missione di don Antonello Martinenghi (pubblicato il 13.11.2005)
Sabato 22 ottobre durante la veglia missionaria in Cattedrale il vescovo ha conferito il mandato a don Andrea Tenca inviandolo nella missione diocesana di Dosso in Niger. Don Andrea prenderà il mio posto. Infatti per noi preti diocesani inviati in terra di missione il mandato può durare un massimo di 9 anni e, anche se non sembra perché il tempo vola, per me i 9 anni sono oramai in scadenza essendo partito nell' oramai lontano 1997 e quindi pronto a rientrare in diocesi nel prossimo 2006. Alla vigilia della mia ultima partenza per l'Africa vorrei condividere con chi avrà la bontà di leggermi alcuni pensieri, alcune riflessioni, che vorrebbero essere finali e riassuntive dell'esperienza che ho vissuto e che sto per terminare. Quando si è al termine di un'esperienza, di un cammino, di un tratto importante della vita, sorge sempre la domanda (e se non sorge in te sono sempre gli altri a farla emergere): quali le cose belle che porti a case, quale l'arricchimento per la tua persona e quali le suggestioni, gli spunti per la tua vita sacerdotale e pastorale una volta reinserito nella realtà e nella diocesi di Lodi? Credo di poter sintetizzare in 4 punti la risposta a queste domande che mi faccio e che mi fanno anche gli altri. La fraternità. L'Africa mi ha insegnato a mettere al centro di tutto ciò che si è e si fa' questa qualità che se ci pensiamo bene è ciò che deve contraddistinuguere la vita del cristiano. Nei rapporti con gli altri missionari, con il clero e i preti locali e con la gente ho avuto la fortuna di capire (anche a mie spese nei miei numerosi fallimenti) che se non c'è questo timbro della vita fraterna non si va da nessuna parte e l'annuncio del vangelo resta fortemente mortificato. La condivisione e la povertà. E' scontato che vivere in Africa ti obbliga a una condivisione di tutto e a scontrarti con una povertà che ti provoca, ti interroga, ti manda in crisi e che di fatto ti stimola e ti obbliga ad una vita più sobria per essere credibile nella testimonianza evangelica. Il tempo. L'Africa ti aiuta a riscoprire il valore del tempo che è a tua disposizione e al quale non devi correre dietro. Il tempo che, vissuto e non subìto, ti permette di cogliere la bellezza del dialogo e dell'ascolto dell'altro. Il tempo che scorre lento ma inesorabile accompagnato sempre da un grande caldo e che riscopri come un dono di Dio che ha i suoi tempi, i suoi progetti, mentre tu vorresti tutto e subito sprecando questo dono che Dio ti ha fatto per condividerlo con l'altro, con i fratelli. Uno stile di comunità. Da un punto di vista squisitamente ecclesiale è la cosa più importante. Lo spazio che hanno i laici nelle comunità dove ho vissuto (a Daloa in Costa d'Avorio per 5 anni e a dosso in Niger per quasi 4). La formazione fatta a catechisti, animatori di comunità di base, responsabili di gruppi, movimenti e associazioni, il rapporto con i responsabili delle comunità cristiane dei villaggi, i lavoratori e gli studenti. . .
Quanti volti, quante storie, quante soddisfazioni, quanti problemi e delusioni... La chiesa africana pur nelle difficoltà dovute a scarsità di mezzi e di formazione o di ambiente (in Niger lo 0,1% in un mondo tutto musulmano), pur essendo una chiesa ancora giovane e di recente evangelizzazione, è una chiesa dove le comunità sono prese in mano dai laici, dove i sacerdoti e le religiose accompagnano il cammino e sono appunto compagni di viaggio più che organizzatori del viaggio stesso. Ecco in breve quello che sento dentro alla vigilia di questi ultimi 4/5 mesi di permanenza in Africa. Qualcuno potrà dirmi che il tempo dei sogni è finito, che è ora di tornare alla nostra realtà fatta anche lei di cose belle e impegnative dove per certi versi la vita del prete è più difficile, con meno soddisfazioni e con tanti problemi. Condivido. Non penso di essere un sognatore o un ingenuo. Però credo e spero di riuscire a vivere anche qui e ancora meglio quelle dimensioni, quei quattro doni sopra citati che porto via dalla mia esperienza africana.
Ringrazio il Signore per quanto vissuto, ringrazio tutti quelli che mi hanno accompagnato con la preghiera e con gesti di solidarietà e grazie a te, Africa, amica mia e mia maestra di vita.
Tutti i difetti di Lazzaro di Rosanna Sibono (pubblicato il 30.4.2005)
In queste ultime settimane ho sentito molto la nostalgia, sarebbe bello poter fare un salto a casa, ma sarebbe anche una spesa notevole ed esagerata, se confrontata con i bisogni della gente di qui. Mi sembrerebbe proprio di essere la ricca occidentale che può permettersi di soddisfare ogni proprio desiderio, senza preoccuparsi delle necessità vitali degli altri. Un po' come fanno tutti quelli che vanno a farsi le vacanze nei posti esotici e mangiano a crepapelle negli hotel di lusso, a pochi metri di distanza dalle baraccopoli dove si muore di fame e di ingiustizia. Se si riflettesse solo un pochino sarebbe necessario vergognarsi – e anche preoccuparsi terribilmente non fosse che per egoismo, pensando alla storia del ricco Epulone, che è sempre più che attuale. Mi chiedo cosa pensava Gesù raccontandola... forse in quei pochi minuti gli passavano davanti agli occhi tutte le persone che nelle generazioni passate e future avevano agito così o lo avrebbero fatto... di certo anche il nostro volto e quello delle persone che conosciamo... Naturalmente per noi è difficile accorgercene, il povero Lazzaro è molto lontano, non certo sotto il tavolo o appena fuori dalla porta. Non per questo è meno reale, tuttavia. Il povero Lazzaro ha un difetto difficile da perdonare, oltre alla povertà: non è necessariamente buono e bravo, anzi di solito è proprio come noi Epuloni, meschino, avido, ipocrita, ladro. Ma noi, prima di aiutarlo, dobbiamo fargli l'interrogatorio, per vedere se merita di raccogliere le nostre briciole... se il test va male, preferiamo darle al nostro gatto. Come mai tutti i poveri non sono come la cara, dolce, piccola fiammiferaia? Perché non se ne stanno silenziosi e raccolti in un angolo della strada a morire di freddo e di disillusioni? Perché si pigiano tutti in una carretta del mare e vengono a infestare le nostre belle e storiche città? Perché invece di vendere innocui fiammiferi (che non ci servono) si mettono a spacciare droga o a prostituirsi o a vendere falsi? Proprio non riusciamo a capire... Qualcuno deve averci mangiato l'intelligenza, quella della mente e quella del cuore. Qui dicono, dei bambini ritardati, che qualche sorcier gli ha mangiato l'intelligenza... sembra una gran cavolata, vero? Però c'è un fondo di verità, non tanto per i bambini in questione, ma per noi adulti, che dovremmo avere tutte le capacità intellettuali per comprendere il senso della realtà, per distinguere il vero dal falso e il giusto dall'ingiusto, per cogliere il significato della parola "amore"... e invece. La prima lettura di uno di questi giorni dice proprio che il Principe di questo mondo ha oscurato l'intelligenza di coloro che non vogliono accettare la Buona Notizia. Ed è sicuramente così: come potrebbe una persona sana di mente e in possesso di tutte le sue facoltà rigettare l'Unica Verità capace di renderla felice? Bisogna avere dei problemi. Di quella Buona Notizia fanno parte anche alcune parole scomode, scomodissime, che riguardano i ricchi e i poveri: noi e gli altri, italiani e stranieri, Nord e Sud, Occidente e Resto del mondo, mogli e donne di strada, preti e miscredenti... Tutti quelli che reputiamo “i peggiori” ci passeranno davanti nel Regno dei cieli, a quanto pare. Meglio farceli amici fin da subito. Chissà che ci guariscano dalla nostra superbia.
Sorella acqua di Edoardo Chiappa (pubblicato il 30.4.2005)
Senza dubbio alcuni tra quelli che stanno leggendo avranno azzardato che io mi sia perso tra qualche bananeto di una sperduta collina del Rwanda. Ovviamente nulla di tutto questo, anzi vi dirò che mentre scrivo sono in Congo a Bukavu con Rosanna, in attesa che il Rwanda mi conceda il permesso di lavoro definitivo. È un pomeriggio assolato, manca la corrente e ne approfitto per scrivere queste righe mentre sono in contemplazione di una magnifica vista sul lago Kivu; ma andiamo con ordine. Sono arrivato a Kigali regolarmente sabato 15 gennaio ( …però, sono già tre mesi sono volati via) e dopo una notte nella capitale Rosanna è partita per il Congo ed io per il nord del Rwanda e precisamente a Muhura, distretto di Humure, provincia di Byumba. La domenica è di assestamento ma da lunedì siamo già al lavoro. Dico siamo perché a Muhura c’è Marco, ingegnere di Padova e volontario come me del MLFM (Movimento per la lotta contro la fame nel mondo. Il progetto a cui lavoriamo è la ristrutturazione ed in parte la costruzione di un vecchio acquedotto costruito alla fine degli anni ’80 dai francesi. Dire che in Rwanda il problema dell’acqua è di vitale importanza è dire poco; l’acqua è il denominatore comune di tanti aspetti della nostra vita quotidiana, dai più elementari come il bere, il cucinare ma anche altri come quello della salute possono essere seriamente influenzati, ad esempio, dalla qualità dell’acqua. Eppure per esperienza so che non è facile riuscire a trasmettervi come possa essere diversa la vita di tutti i giorni senza la comodità dell’acqua al rubinetto di casa. Vi assicuro che mai come in questo periodo sono riuscito ad apprezzare il comfort delle nostre case; un gesto quotidiano come aprire il rubinetto dell’acqua qui è un’esperienza del tutto diversa. Innanzitutto, tranne le strutture degli occidentali (la parrocchia, le suore, il dispensario) difficilmente troverete case con disponibilità d’acqua, ed anche nella casa del progetto, dove viviamo, più di una volta è capitato dopo una giornata di lavoro di aprire il rubinetto e … niente, bisogna andare a prendere l’acqua alla fontana per potersi lavare (per fortuna una è proprio davanti casa). Per riuscire a capire che cosa significa doversi procurare l’acqua potete fare questa prova: considerate che la Croce Rossa indica in circa 45 litri il fabbisogno idrico giornaliero per singola persona (per lavarsi, per bere, per cucinare etc.); bene, chi non ha fatto ancora il conto di quanti litri d’acqua necessitano nella propria famiglia può farlo ora. Immaginate ora di dover scendere le scale del palazzo dove abitate con la vostra tanica di trenta litri di capacità e di andarla a riempire alla fontana pubblica; domanda: quanti viaggi dovreste fare per recuperare tutta l’acqua di cui necessitate? Assurdo? Beh, questo è il modo quotidiano in cui si svolge la vita nei villaggi e nelle zone rurali del Rwanda, che dovete immaginare come una serie ininterrotta di colline (lo chiamano il Paese delle Mille Colline ma a Muhura siamo già a 1900 m di altitudine) con le sorgenti spesso sul fondovalle e le case sparse sui fianchi delle colline. Solo da pochi anni,in pratica da dopo la guerra lo Stato sta cercando di favorire gli “umudugugu” cioè i villaggi che raccolgono più case. Immaginate quindi la fatica (e vi assicuro l’ho provata, non ci volevo credere) di portare trenta litri sulla testa superando dislivelli di trecento, quattrocento metri. Ora è facile immaginare il perché della presenza del MLFM in queste terre. Il nostro intento è quello di riuscire a portare l’acqua delle sorgenti (dopo averla resa potabile) a più persone possibile riducendo le distanze da percorrere. Il Rwanda si è posto l’obiettivo dello sviluppo completo nel 2020 ma è facile profetizzare che senza aiuti esterni sarà un traguardo irraggiungibile. Prima di Pasqua Don Riccardo mi ha telefonato per dirmi che durante la quaresima i ragazzi della catechesi hanno raccolto dei fondi da destinare a questi progetti. È una cosa che mi ha fatto molto piacere perché so che quali sono le difficoltà del MLFM nel recuperare fondi per sostenere i progetti in corso e futuri e quindi un grazie di cuore a tutti i ragazzi e a chi ha dato qualcosa per questa iniziativa. Vi assicuro innanzitutto che saranno ben spesi ma sarà anche bello poter spiegare alla gente che parte dei soldi utilizzati per i lavori provengono dalla mia comunità. Sinceramente avrei molte cose da dirvi su questi primi mesi di lavoro in Rwanda, sulle persone che ho incontrato, ad esempio su come si lavora: vi assicuro che per una mentalità occidentale anche questa è una bella esperienza, e non credete quando si dice che in Africa si lavora poco: non nascondo che ci sono tanti problemi, ma ho visto fare cose con la sola forza delle mani che mi hanno veramente stupito. Comunque sto vivendo una bella esperienza anche qui a Bukavu con le ragazze accusate di stregoneria. Ovviamente sapendo del mio arrivo Rosanna ha preparato una lista kilometrica di cose da farmi fare in questo periodo (una lista che stranamente si allunga quotidianamente con aggiunta di nuove richieste…) Mi fermo qui, ma ci saranno altre occasioni per raccontare altre cose. Vi lascio e ritorno alla contemplazione e alla calma del lago Kivu … no, rettifico, vedo arrivare Rosanna… sono le sedici, è tornata la corrente (?!) e c’è da fare il corso d’informatica alle ragazze...ok, ciao a tutti.
Qui Bujumbura di Rosanna Sibono (pubblicato il 30.4.2005)
In questi giorni sono reduce da un breve viaggio a Bujumbura – dove il direttore del nostro centro missionario, don Luca Maisano, aveva dato appuntamento ai lodigiani che si trovano in Burundi, Rwanda e Congo. Oltre a farmi respirare un po' di aria di casa e a farmi ringraziare ancora una volta il Signore di appartenere a una diocesi che ha un grande cuore sempre aperto al mondo intero, questo rendez-vous all'equatore mi ha dato la possibilità di incontrare tantissima gente, tantissimi italiani che stanno... “lavorando per Lui”. Ce n'è per tutti i gusti e credo che sia bello anche fermarsi e ammirare le opere d'arte che i nostri connazionali sanno creare quando ci si mettono... Comincio da don Angelo Daccò, santangiolino e prete: alla gente burundese ha dato molti anni della sua vita. Anni durissimi e violenti, durante i quali ha costruito, aiutato e testimoniato nonostante le avversità, la miseria, l'espulsione, la guerra, in mezzo ai profughi e ai rifugiati, alle carneficine e alle sparatorie. Ora vive in una parrocchia nel nord del paese, al confine col Rwanda: ancora si trova ad accogliere povera umanità che fugge, famiglie di hutu rwandesi che scappano da uno Stato autoritario in cui la vendetta si traveste da giustizia. Gente che non ha più niente e ha bisogno di tutto. Don Angelo è lì con loro e in comunione con i sacerdoti burundesi rende ragione della speranza che è in lui. In una parrocchia vicino alla sua abita già dal 2000 una giovane coppia bresciana: anche loro tra mille difficoltà (dalla mancanza di acqua al frigorifero che non funziona, eccetera) si dedicano a migliorare le condizioni di igiene e di vita della popolazione. Non ricordo tutti i nomi dei padri e fratelli saveriani conosciuti a Bujumbura, ma è indimenticabile quello che hanno realizzato: tra le tante cose citerò soltanto due meravigliose chiese, ricche di una spiritualità moderna e senza tempo (ma allora l'architettura sacra esiste ancora!!) e un centro di aggregazione giovanile nato con l'obiettivo di far incontrare e vivere insieme i giovani delle due etnie tutsi e hutu, per costruire insieme a loro un futuro di pace; il Centre Jeune Kamenge ha 23000 (!) giovani iscritti e non c'è bisogno di dire altro. Chi volesse sapere qualcos'altro su questo oratorio così straordinario può visitare il sito www.cejeka.com. C'è anche un supermercato a Bujumbura, un negozio un po' speciale in cui si vende di tutto, dagli ortaggi alle pentole, dal vasellame agli abiti... roba che viene da Mutoyi, una zona montuosa in cui i Fratelli dei Poveri (comunità religiosa fondata da un sacerdote milanese) hanno promosso la nascita di cooperative di agricoltori e artigiani che oggi riforniscono la capitale di ogni prodotto. I Fratelli e le Sorelle hanno voluto mostrarci le tracce del passaggio di altri lodigiani il cui lavoro è scolpito nella loro memoria con indelebile amicizia: Pito Maisano e sua moglie. Tra le suore di madre Teresa, a rallegrare i bambini ammalati di tubercolosi e di aids, abbiamo scovato un sorriso così pieno di gioia che si allarga spesso in una risata: è una nostra connazionale giovanissima, così meridionale che il suo inglese si capisce meglio del suo italiano... Potrei continuare ancora, ma mi limito a citare soltanto il caso di Leonardo, un geometra quarantenne con cui abbiamo condiviso il viaggio di ritorno. Approfittando di un cambiamento di lavoro, Leonardo si è preso due mesi di “vacanza” ed è venuto in Congo a spendere un po' di sudore e di competenza professionale: aiuta a costruire una scuola secondaria diocesana nella città di Uvira e un atelier di formazione professionale in un villaggio in mezzo alla foresta. Alla fine di questa carrellata mi resta da scrivere la domanda che tre saveriane romagnole, da cui siamo stati ospiti e di cui abbiamo visitato il centro, destinato alla cura dei ragazzi handicappati, mi hanno rivolto: “Non hai delle amiche o amici che vogliano venire a darci una mano?”. E' una domanda che vi giro, così com'è.
Foyer Ek'Abana di Rosanna Sibono (pubblicato il 18.4.2005)
Non c'è nessuna targa sulla porta, ad indicare che la “Casa delle Bambine” è qui. Una porta di lamiera dipinta di verde, sulla strada che dalla zona universitaria di Bukavu discende fino al porto commerciale sul lago Kivu. (“Strada” è un po' troppo per definire questa striscia rossastra che basta un acquazzone per trasformare in un serpentone di fango, ma... diciamo che la gente passa di qua). Mi ha stupito scoprire che il Foyer ha un indirizzo, che questa straducola ha un nome e c'è perfino il numero civico... comunque è certo che nessuno li conosce. Tuttavia le bambine di strada della città sanno perfettamente dove trovare Ek'Abana, dove andare nei momenti di grande difficoltà, dove condurre le sorelline o amiche quando soffrono perché qualcuno, nel loro quartiere, ha cominciato a perseguitarle come “sorcières” (streghe). Forse è la cosa più commovente, vedere delle bambine accompagnare con sollecitudine materna altre bambine più piccole perché siano aiutate. Non sempre si tratta di accuse di stregoneria: spesso è solo (solo?) questione di maltrattamenti in famiglia, oppure di miseria troppo grande; a volte arrivano anche i bambini piccoli smarriti, che qualcuno trova e conduce qui. A Ek'Abana ci sono orecchie per ascoltare tutti e cuore per cercare di aiutare il più possibile. Ecco perché la “paillotte” (una specie di gazebo che si trova all'ingresso) è sempre piena di gente: oltre ai bambini che vengono autonomamente, ci sono le mamme coi loro neonati, malati, handicappati e poveri di ogni genere. Ognuno ha la sua storia di sofferenza da raccontare, quasi sempre causata direttamente o indirettamente dalla guerra. Il Congo è stato devastato da due guerre terribili, nel 1996 e nel 1998, ma già dal 1990 – e ancora non è finita – il suo territorio orientale è stato in balia di milizie provenienti dai paesi confinanti, nonché inondato dall'arrivo dei profughi rwandesi. Attualmente la zona ancora in guerra è l'Ituri, dove la situazione è davvero tragica e nemmeno la presenza delle truppe Onu riesce ad assicurare il processo di transizione alla pace (è recente la notizia del massacro di 9 caschi blu). Anche la zona del Sud-Kivu è tutt'altro che pacificata. Apro una parentesi. Non c'è la pace perché ci sono troppe armi, le munizioni si vendono al mercato, sembra che tutti lo sappiano tranne chi dovrebbe impedirlo... ma è la solita storia dappertutto: il commercio di armi è troppo importante per i paesi ricchi, non riescono proprio a darci un taglio. Pare che lo stanziamento di fondi per l'aiuto ai paesi poveri da parte dell'Europa sia eguagliato dai suoi investimenti in armi sempre... per i paesi poveri! Pare anche che gli interessi di obbligazioni e titoli che vengono pagati ai risparmiatori occidentali siano frequentemente ottenuti finanziando proprio l'industria e il commercio delle armi. C'è da farsi qualche domanda... e da farla al proprio promoter... Chiusa parentesi. Per sostenere la transizione alla democrazia e alla pace, dal momento che in giugno dovrebbero tenersi le elezioni, a Bukavu il dispiegamento di forze Onu è ingente: uomini e mezzi non scarseggiano, sono presenti su tutte le strade e non si può evitare di incontrarli. Tanto più la gente non riesce a comprendere come sia possibile che tante violenze, tanti stupri, sequestri, omicidi e taglieggiamenti vengano perpetrati sulla popolazione tutt'attorno alla città, a pochi chilometri dalle postazioni delle Nazioni Unite. Chiaramente questo fa sorgere dei dubbi sull'utilità delle missioni Onu. Ma quali alternative ci sono, oggettivamente? Se le missioni dell'Onu non funzionano, forse la soluzione non è eliminarle... piuttosto bisognerebbe evitare di usarle come un sedativo per tranquillizzare la cattiva coscienza: abbiamo mandato i caschi blu, quindi siamo a posto? Niente affatto, abbiamo appena incominciato: se li abbiamo mandati non possiamo lavarcene le mani, ma dobbiamo curarne l'operato da vicino, pretenderne l'efficacia, controllarne i metodi e l'utilità nelle singole situazioni. Una democrazia che non controlla il suo esercito finirà per esserne controllata. Aiutare i bambini di strada vuol dire anche e soprattutto lavorare affinché domani non sia più necessario diventare un bambino di strada per sopravvivere. Prima condizione: la pace. E' un compito per tutti, in tutti i paesi del mondo.
Vi racconto Bukavu di Rosanna Sibono (pubblicato il 27.2.2005)
Siccome le cose da dire sono troppe e non ho proprio il tempo materiale per scrivere ad ognuno singolarmente - come vorrei - quello che penso possa interessare a ciascuno, scusatemi se vi indirizzo una lettera collettiva. Così cerco di raccontare un po' tutto. Partirò dal viaggio, anzi partirò da prima ancora. Infatti non ho avuto abbastanza voce, mentre ero in Italia, per ringraziare tutti: davvero, la vostra vicinanza è stata preziosa, ho sentito un grande calore attorno a me, come non meritavo di certo. Quindi sono decollata da Malpensa con le valigie pesanti e stracariche, ma il cuore era ancora più carico, pieno di gratitudine e di meraviglia per voi, ciascuno di voi. Il volo è andato bene – la partenza è stata un piccolo miracolo, perché credo che tutti gli altri aerei abbiano dovuto rinunciare al decollo a causa del nebbione – all'arrivo a Kigali però non è pervenuta la valigia di Edoardo... una lunga attesa, la denuncia, ecc... fortunatamente ho saputo che dopo qualche giorno la valigia è arrivata con tutto il contenuto. Dopo aver trascorso la notte nella capitale rwandese, in una casa di passaggio appartenente ai barnabiti, ci siamo avviati ognuno alla rispettiva destinazione: Edoardo a Muhura, un villaggio a nord est di Kigali, io verso la frontiera congolese a sud ovest. Cinque ore di taxi per attraversare mezzo Rwanda, di cui un paio d'ore in mezzo alla foresta vergine, tra scimmie, liane, alberi fitti e altissimi tempestati di giganteschi fiori rossi o gialli. Ma non preoccupatevi, io e il mio taximan non ci siamo fatti largo tra la vegetazione a colpi di machete, col sudore che colava abbondante dalla fronte e i serpenti velenosi appostati malignamente sopra le teste: c'è una strada asfaltata piuttosto ben tenuta, anche se tutta curve, quindi abbiamo deciso a malincuore di rinunciare al machete e abbiamo usato quella. Nel primo pomeriggio ero a Cyangugu, la città sulla frontiera, ma non sono passata direttamente in Congo perché per Bukavu era un giorno di grande festa e le strade erano troppo caotiche: infatti domenica 17 veniva consacrato un vescovo ausiliare, mons. Maroy, allo stadio cittadino. Apro una parentesi. Si è trattato di un evento di grande importanza per questa gente: infatti il vescovo qui è un personaggio la cui esistenza riguarda tutta la popolazione, anche i non cattolici e i non cristiani. Il fatto è che a volte i vescovi (e la Chiesa in genere) sono gli unici ad avere il coraggio e la voce per poter dire la verità, e quando il gioco si fa duro non è da tutti volerlo fare... Basta dire che i due arcivescovi di Bukavu precedenti all'attuale sono stati uccisi, rispettivamente nel 1996 e nel 2000. Uno dei due aveva detto: potranno uccidere me, ma non uccideranno la verità. A questo punto vi chiederete quale sia la verità di cui questi due grandi sacerdoti hanno pagato il prezzo... beh, non è così semplice da spiegare. La situazione è molto intricata, bisognerebbe raccontare tutti gli antefatti, dal periodo coloniale in poi, per potersi fare un'idea appena corretta. Non si può né banalizzare la guerra in Congo come un episodio degli scontri tribali tra etnie africane, né liquidare il tutto come un'espressione della dominazione economica e imperialista dell'Occidente. Nella città di Bukavu, proprio sulla linea di frontiera con il Rwanda, quello che si sente soprattutto è la pressione esercitata da questi scomodi e aggressivi vicini di casa, le cui milizie, regolari e non, dilagano da anni nelle foreste congolesi attorno al lago Kivu, seminando morte e disperazione, profughi e bambini soldato, facendo man bassa delle immense ricchezze del sottosuolo. La gente di qui è anche esasperata dall'atteggiamento della comunità internazionale, che sembra sempre credere ciecamente alle dichiarazioni rwandesi (soffriamo forse di un complesso di colpa per non aver impedito il genocidio del 94): così per il Congo c'è l'embargo delle armi, ma non per il Rwanda. Da fonti certe e dirette so che le armi, in Congo, vengono mandate proprio con la complicità delle autorità rwandesi e servono chiaramente a fomentare la violenza, ad attizzare l'odio negli animi, a gettare nel disordine la struttura dello Stato congolese, che già è allo sbando. Di tutto ciò la Chiesa è al corrente sulla propria pelle, perché i suoi preti, le sue suore, i suoi missionari sono capillarmente sparpagliati nel territorio, non soltanto in città, ma fin nei più remoti villaggi sperduti nella foresta equatoriale; le notizie ci mettono un po' ad arrivare, su queste strade di fango e buche, ma infine arrivano, e così si svelano i massacri, le distruzioni, le violenze e i saccheggi perpetrati dalle varie parti in gioco. I vescovi non tacciono: è il loro gregge che viene oppresso e assassinato, non possono tacere. Invece tacciono tutti gli altri, specialmente in Italia: i giornalisti strapagati, i capi di stato, i leader di opinione... i mass media ci stordiscono con le varianti del menu di Natale e le precauzioni da osservare durante i saldi, ma mai una parola sulle verità che uccidono o salvano milioni di persone! Soltanto luoghi comuni. Chiudo la parentesi, ma per chi vuole tenerla aperta... si può dare frequentemente un'occhiata al sito www.misna.org, a www.warnews.it, e alle pagine di Avvenire sull'Africa. Tornando al mio viaggio, ho passato la notte a Cyangugu, presso il seminario dei barnabiti, il cui direttore, il milanese padre Frisia, ha studiato da giovane anche al San Francesco di Lodi. Lui e p. Mario (parroco a Muhura, dove si trova Edo) sono gli ultimi due barnabiti italiani in Rwanda: tutti gli altri ormai sono nativi del posto. Mi sembra un buon segno per la missione, questa semina seguita da buoni frutti, in una terra che si dimostra tanto feconda. La mattina di lunedì 17, accompagnata da un novizio, ho attraversato la frontiera e ho raggiunto Bukavu. Qui si conclude la prima puntata di questo racconto. Nella prossima vi dirò delle bambine di Ek'Abana e delle loro storie in questa grande città nel cuore dell'Africa dei grandi laghi. In rete:
In Africa con Edo e Rosanna di Alda Prandini (pubblicato il 16.2.2005)
Alla Messa di mezzanotte di Natale Rosanna Sibono ha parlato alla comunità. Ha fatto conoscere la situazione problematica delle “bambine streghe” del Congo, fra le quali si sarebbe recata dopo pochi giorni. La sua testimonianza viene riportata qui a parte. Le sue frasi toccanti sono state ascoltate in un'atmosfera di grande attenzione e silenzio. In silenzio era anche Edoardo Chiappa, lui pure in partenza per l'Africa; forse dentro di sé già vedeva luoghi e situazioni nei quali, di lì a poco, anche lui si sarebbe immerso: altri luoghi (il Rwanda), altro lavoro (la costruzione di acquedotti), ma entrambi, Edo e Rosanna, al servizio di persone, deboli e povere, assetate di acqua e di amore. Questi nostri due giovani hanno risposto con generosità donando il tempo, il loro tempo: un anno, due anni della loro vita spesi per gli altri, per il bene di chi neppure conoscono. E noi, loro comunità, oltre che gioire per la loro scelta, che possiamo fare? Come possiamo accompagnarli in questo loro progetto, noi che non partiamo per l'Africa? Come possiamo far sì che la loro opera di volontariato sia anche un po' nostra? Prima di tutto possiamo pregare, tenerli costantemente sull'orizzonte della nostra preghiera, come facciamo già per don Antonello, fratel Maurizio, le ausiliarie di Casa Betania e per tutti i missionari partiti da San Fereolo. Pregare per loro e per le comunità che essi hanno scelto di servire. Questa è una forma di aiuto, molto molto concreta. Poi potremmo trovare qualche forma di sostegno economico; ad esempio: perché non adottare a distanza una o due bambine di Bukavu, contribuendo al loro mantenimento presso la casa che le ospita? Bambine adottate da noi, dalla nostra comunità, che si preoccupa e si attiva perché a loro non manchi il necessario. Già i ragazzi della catechesi si sono dati da fare e, vendendo materiale di cartoleria, hanno raccolto una somma non proprio piccola che è stata consegnata a Rosanna. Già un giovane ha proposto di organizzare una quadrangolare sportiva e di destinare i proventi a Edo, che ci farà sapere quali sono le necessità del suo progetto; a lui i sacerdoti hanno deciso di destinare anche le offerte della Quaresima. Se così faremo, allora Edoardo e Rosanna non saranno partiti da soli, ma saranno in Africa anche come espressione della nostra parrocchia, e noi tutti saremo un po' là con loro.
Nella città di Bukavu....
Nella città di Bukavu ci sono bambine scomode: figlie di genitori uccisi o scomparsi per la guerra, turbolente e scaltre per sopravvivere, spaventate da mostri che popolano i loro sogni infantili... In un mondo per molti versi ancora bambino, in cui la malattia e la morte sono attese come decreti ineluttabili, in cui quasi nessun sapere controbatte alla superstizione, bambine così sono additate a streghe. Non c’è nessun sorriso, allora, per la bambina strega: non le sorride una madre, non le sorride un padre, né i fratelli e le sorelle, né amici e parenti vicini e lontani. Ognuno si trasforma in un nemico, anzi lei stessa diventa il nemico. E come nemico è scacciata, battuta, torturata, abbandonata. Prende su di sé tutta la colpa di mali enormemente più grandi di lei. E se ne va, piegata sotto un fardello di dolore e solitudine. Bambina di strada. Eppure non è spezzata, la bambina. Trova ancora un sorriso da allargare al mondo. Dove lo trova? Per noi non è chiaro: le manca tutto, dal pane alla mamma, dove va a trovare un sorriso? Eppure lo trova. Non ha niente di buono da mangiare, niente di bello da indossare, nessun posto sicuro dove stare. Nemmeno Gesù Bambino ha abitato spelonche di squallore così tristi. Ma sul faccino impaurito e afflitto della bambina sembra che ci sia sempre, quasi in agguato, questa voglia inesauribile di un nuovo sorriso. Basta un niente, per farlo affiorare: una parola gentile, una smorfia, una carezza... Una forza di vita, inspiegabile con la sola ragione, pervade questa umanità precaria e sofferente ed è così potente da riuscire a emergere ad ogni costo, anche dove non sembra proprio più possibile crederci ancora. La fiducia nella vita... uomini, donne e bambini del Congo ce l'hanno incrollabile - anche se la loro è una vita che ai nostri occhi può apparire troppo dura per essere vissuta. Questa fiducia insopprimibile è la forma più elementare della FEDE: è la risposta spontanea di gratitudine dell'umanità al dono di Dio, anche quando si tratta di un Dio sconosciuto, anche quando è un dono faticoso da portare. E' una risposta che dice: sì, eccomi, voglio vivere. Dammi ancora di questa vita. Fammi sperare ancora nell'amore. E così, bambina, cos'ha fatto per te, la fede? La fede ti ha preso per i capelli, quando eri sospesa sul baratro di un no definitivo. Ti ha asciugato quel velo di lacrime che non ti faceva vedere più nulla. Ti ha convinta che il nulla non è meglio della vita. E’ un filo sottile, ma che non si spezza, l’unico.
Rosanna Sibono ed Edoardo Chiappa hanno ricevuto il 23 ottobre 2004 dal Vicario mons. Passerini il mandato missionario. Leggi qui la rassegna stampa:
Abbiamo rivolto alcune domande ad Angela Sicco e a Francesca Vecchietti, ausiliarie sacerdotali di Casa Betania, impegnate nella missione diocesana in Niger insieme al nostro don Antonello, e attualmente a Lodi fino ai primi giorni di luglio. Lo scopo di questa intervista è di far conoscere meglio alla comunità di San Fereolo la realtà del loro operato in terra nigerina.
Potete presentare brevemente lo Stato del Niger? Il Niger è situato nella zona del Sahel e confina a nord (da Est a Ovest) con la Libia, l’Algeria, il Mali, il Burkina Faso; a Sud con il Benin e la Nigeria; a Est con il Tchad. Per due terzi il territorio è deserto (il deserto del Sahara), per il restante, situato nella fascia sud, c’è la concentrazione più grande della popolazione a causa della maggiore possibilità di coltivazione del terreno. Il fiume Niger attraversa la parte ovest dello Stato, continuando il suo percorso e sfociando in Nigeria. La stagione delle piogge va da giugno a settembre e quando le precipitazioni sono ripartite e abbondanti c’è la possibilità del raccolto del miglio, del sorgo, del mais e dei fagioli. La stagione secca va da ottobre a maggio; ha mesi più freschi con molto vento, normalmente fino a metà marzo e mesi molto, molto caldi con temperature di 45° all’ombra. In una recente stima dell’ONU è classificato tra i Paesi più poveri del mondo, anche a causa delle frequenti siccità, fonte prima delle carestie incombenti. Più del 70% della popolazione ha meno di 25 anni e il tasso di natalità è molto alto. La religione praticata dal 95% della popolazione è l’ISLAM.
Siete tornate a Lodi dopo 2 anni di Niger. Che impatto avete avuto aprendo una nuova missione con don Antonello e don Domenico? L’impatto che abbiamo avuto col Niger è stata la percezione immediata di un Paese molto povero e quasi completamente dipendente dall’esterno, sia a livello politico che ecclesiale:
la coscienza e l’esperienza nuova di sentirsi “minoranza”, di fronte alla massa musulmana.
la difficoltà, spesso, di lavorare con una comunità cristiana costituita quasi tutta da “stranieri” e l’impegno, anche per i nostri cristiani, ad essere missionari e accoglienti, affinchè la Chiesa possa diventare sempre più una Chiesa nigerina.
In quale ambito date il vostro operato e in che situazione? Gli ambiti in cui operiamo sono soprattutto quelli della sanità e dell’alfabetizzazione. Angela: il mio lavoro lo svolgo soprattutto nei villaggi, che sono al 100% musulmani. In questi primi due anni l’impegno è stato soprattutto quello di conoscere l’ambiente per poter evidenziare i problemi reali della gente. Le condizioni igieniche e sanitarie sono molto precarie: scarso utilizzo del sapone, mancanza assoluta di latrine, alimentazione non equilibrata, mancanza di acqua potabile, mancanza di vaccinazioni per i bambini, ecc… L’attività principale è quindi quella di sensibilizzare e di educare la popolazione alle norme minime d’igiene e soprattutto renderli partecipi il più possibile di tutte le attività intraprese. Più che un lavorare “per” è un lavorare “con” loro. E’ un lavoro lungo, paziente, che cerca di rispettare il più possibile i tempi, la cultura e la capacità della gente, avendo come obiettivo uno sviluppo “duraturo”, cosciente e partecipativo. Un’altra attività, a livello parrocchiale, è la visita alle due prigioni della nostra parrocchia, insieme a don Antonello e a un gruppo di giovani cristiani. Qui si tocca con mano la miseria umana… e la nostra visita settimanale ai prigionieri vuole essere un piccolo segno di speranza e di conforto per queste persone, spesso abbandonate da tutti, anche dai propri famigliari. Francesca: Contemporaneamente allo studio dell’ambiente a Dosso, cittadina di 51.300 abitanti, nello scorso anno scolastico ho incominciato a lavorare nel settore dall’alfabetizzazione. Dati statistici del 2001: alfabetizzazione 14%, di cui i maschi 21% e le femmine il 7%. Per il momento, disponendo solo di un’aula, alla Missione ci sono stati due corsi: alla sera, alle ore 18, per i ragazzi dai 15 ai 23 anni, che hanno abbandonato la scuola durante le classi elementari e non hanno imparato a leggere, per dare loro un livello scolastico. Il corso è in lingua francese. Al mattino, dalle ore 8,30 alle 11, il corso è in lingua “zarma” per le ragazze e le donne analfabete, per dare loro la possibilità di leggere e scrivere nella loro lingua. La scuola in Niger è da ricostruire a tutti i livelli. Il livello scolastico è molto basso. Lo Stato sta puntando sulla “scolarizzazione di massa” con un progetto del Fondo Monetario Internazionale. Tuttavia si verifica una grande difficoltà nella coscientizzazione della popolazione.
Com’è il rapporto coi musulmani? C’è l’integralismo? Che libertà religiosa vi viene concessa dagli islamici? Bisogna dire che subito, al nostro arrivo, siamo stati accolti molto bene, sia dalla gente che dalle autorità civili e religiose. La gente ci apprezza e la Chiesa cattolica, in generale, è ben voluta soprattutto per le sue opere sociali e caritative. A Pasqua e a Natale la chiesa si riempie di musulmani che vengono a “festeggiare” con noi e anche noi siamo stati invitati “ufficialmente” alla grande festa musulmana della Tabaski. Notiamo soprattutto nei giovani una grande apertura e la voglia di conoscere, spesso vengono da noi per parlare o fare domande, anche se alcuni sono comunque condizionati dall’ambiente e dalla famiglia. Esistono dei gruppi integralisti, condizionati e spesso inviati dalla vicina Nigeria, che cercano di indottrinare la gente attraverso “prediche “ pubbliche. Per fortuna questi gruppi non sono numerosi e dalla maggior parte dei nigerini non vengono bene accettati in quanto vengono considerati non conformi al “vero” Islam.
Che cosa la comunità di S.Fereolo può fare per voi? E per il Niger? La comunità di S. Fereolo è in missione. Questo slancio missionario lo notiamo nell’impegno che anima i nostri sacerdoti e tanti nostri fratelli. Come prima cosa vogliamo chiedere la preghiera costante. Abbiamo bisogno del sostegno spirituale dei fratelli che pregano perché l’annuncio del Regno di Dio avvenga in Niger con le nostre deboli persone. Nella parrocchia è evidente la presenza di stranieri, perciò è necessaria la conoscenza delle loro religioni e in particolare dell’Islam. Lo spirito di apertura fra cristiani sia una testimonianza per esercitare il rispetto fatto di accettazione e di accoglienza delle persone che vengono da culture diverse. La nostra solidarietà può anche portare un sostegno materiale a dei micro-progetti di sviluppo che stiamo evidenziando piano piano con lo studio dell’ambiente sia a Dosso che nei villaggi. E’ bene per quest’opera tenersi in contatto con il Centro Missionario Diocesano.
Chi dice che in Africa si muore di fame? di Edoardo Chiappa (pubblicato il 29.4.2004)
All’inizio di marzo Rosanna ed io abbiamo deciso di fare un’esperienza in Africa per poter osservare direttamente la realtà di questo continente. Non ci aspettavamo ovviamente di tornare con la consapevolezza di aver percepito la verità di un paese così vasto e complesso ma certamente vedere con i propri occhi non è mai come sentire raccontare. In particolare abbiamo visitato due regioni dell’Africa centrale che in anni passati sono state teatro di quella che è stata definita la “Prima guerra mondiale africana” per le tante vittime e per il numero di stati coinvolti: Repubblica Democratica del Congo e Rwanda di cui proprio in questi giorni ricorre il decennale del genocidio. In questi territori il Movimento per la lotta contro la fame nel mondo (MLFM) di Lodi ha finanziato e curato la realizzazione di alcuni progetti, in particolare legati al problema dell’utilizzo delle risorse idriche ma anche finalizzati ad affrontare situazioni generatesi come conseguenza delle atrocità e delle violenze degli anni passati. La prima tappa è il territorio di Muhura, nella zona centrale del Rwanda. Arriviamo la sera del 6 marzo a Kigali, la capitale ed all’uscita dell’aeroporto troviamo Enrico volontario del MLFM con cui rimaniamo tre giorni. Ci ospita nella casa che lui stesso ha costruito all’inizio del progetto e lo seguiamo per villaggi e colline mentre ci mostra gli acquedotti che il con l’aiuto del MLFM ha realizzato. Attualmente l’impianto serve circa 100.000 persone ma quando il programma sarà completato altre 20.000 avranno a disposizione acqua potabile. Ogni acquedotto ed ogni fontana nei villaggi sono gestiti da un comitato locale che non senza difficoltà e con l’aiuto di Enrico cura la manutenzione e controlla la distribuzione dell’acqua. Tutto questo però non è sufficiente, perché un gruppo di animatori (in maggioranza donne) raggiunge i villaggi per dare informazioni e creare una cultura dell’acqua, ed è l’aspetto più difficile del problema. Lo scopo è quello di abituare la gente ad utilizzare l’acqua delle fontane e a non bere quella proveniente dai rigagnoli di fondovalle inquinati dal fango e dagli animali. Dopo pochi giorni in Rwanda ci dirigiamo verso la confinante Repubblica Democratica del Congo con meta Bukavu. Bukavu è situata nella regione del Sud-Kivu in Congo al confine con il Rwanda e si affaccia sul lago Kivu. A Bukavu siamo ospiti di Natalina Isella. È una donna minuta e ci accoglie con il sorriso sulle labbra. Ha una fede semplice ma radicata nel profondo ed una fiducia nella provvidenza che spiazza, abituati come siamo nel mondo occidentale ad affidarci alle nostre forze. Narra della sua esperienza in Africa che dura ormai da 27 anni, dei primi tempi trascorsi a costruire fontane nei villaggi, delle serre per la coltivazione di piante da frutto, del tanto lavoro fatto e spesso distrutto da altri, delle delusioni e delle speranze sino ad arrivare ad oggi. Ci racconta di come casualmente si sia imbattuta nel problema delle ragazze di strada e di come ha cominciato ad occuparsene circa due anni fa. Ad oggi nella casa famiglia di Ek-abana sono ospitate 46 ragazze ed una ventina sono state reinserite in famiglia. Sentendo Natalina parlare di stregoni, malocchio e magie varie, sembra di essere tornati nel medioevo ma ascoltando il racconto della storia personale delle bambine ci rendiamo conto di come sono diffuse queste credenze. Eppure siamo nel 2004! Nonostante ognuna di queste bambine abbia alle spalle storie simili di assurde violenze e soprusi l’aria che si respira nella casa è quella di una grande famiglia. Ci sono momenti per la pulizia e per l’ordine della casa, per il divertimento e per la scuola e non mancano i bei litigi (in Swahili) tra le ragazze come in ogni famiglia degna di questo nome; eppure non sento mai parlare d’odio, di vendetta o altro; anzi il perdono, dice Natalina, è un’esperienza fondamentale nella vita di Ek-abana. Dopo dieci giorni trascorsi nella Repubblica Democratica del Congo viene il momento di tornare in Rwanda per riprendere l’aereo che ci riporterà alla “normalità”. Nei vari momenti di attesa durante il viaggio ritornano in mente le tante persone incontrate, con cui abbiamo condiviso un tratto del nostro cammino, ognuno con la sua storia e la sua umanità. È un po' come se la nostra strada, in questi quindici giorni, avesse attraversato un “altro mondo” dove, è vero, nessuno muore di fame (almeno fin dove è arrivato il nostro sguardo e a patto di accontentarsi di un pasto al giorno) ma forse, mangiare, qui non è il più grande dei problemi. Non ricordo più chi a Bukavu mi ha detto che anni fa, quando sono accadute queste atrocità, “Dio ha voltato il suo sguardo da un’altra parte” ma sono convinto non sia vero; penso ai tre vescovi, ai più di 200 tra missionari e suore che hanno perso la vita in questi luoghi cercando di portare la pace senza armi in pugno, e penso ai tanti europei, ad Enrico, a Natalina, alle tante suore ed ai volontari che abbiamo incontrato e che lavorano quotidianamente fianco a fianco con la gente per testimoniare la presenza di Dio e dare una speranza a queste terre.