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NON IN NOME DELLO SPORT
di Roberto
Folletti
(pubblicato il 2.3.2007)
Venerdì
2 Febbraio 2007 l’ultimo giorno di vita di un uomo, un uomo qualunque,
con una vita qualunque, in una famiglia qualunque. Così era Filippo
Raciti. Da quel giorno il suo nome appare sui giornali e riecheggia
nelle televisioni. Chi ha seguito la cronaca di quei giorni di Febbraio
ha visto i volti dei suoi figli e di sua moglie ed ha ascoltato le loro
parole, parole d’amore per un padre, per un marito che non c’è più.
Solitamente di fronte alla morte ci si dovrebbe fermare, inchinare e
tacere. Bisognerebbe riflettere, cercare di capire e rivolgere il
pensiero ad una famiglia che piange il proprio caro e cerca di capire il
perché di una morte così assurda.
Invece no, in una Società come la nostra il calcio si ferma ma tutto il
circo mediatico che lo contorna va avanti ed il silenzio che dovrebbe
esaltare i sentimenti semplici e veri lascia lo spazio a discorsi
astratti dei soliti bene informati pseudo-opinionisti televisivi sul
tifo in Italia che da anni si riempiono la bocca con frasi fatte e
demagogiche sull'argomento "violenza negli stadi" facendo passare
l’equazione tifoseria organizzata uguale delinquenza come spiegazione
deviata del fenomeno. Una realtà distorta da chi probabilmente in curva
non ci è mai stato, non ha mai urlato o pianto di gioia per un gol,
abbracciando gente che nemmeno conosce.
E questi non sono gli stessi personaggi che in passato hanno buttato
benzina sul fuoco delle polemiche? Che si sono piegati al volere dei
Signori del pallone? Che hanno inculcato la cultura del sospetto e il
concetto di "vittoria ad ogni costo"?
E che dire dei nostri politici e dei vertici del nostro calcio, del
nostro sport, costretti da un uomo che ha pensato di fermare il mondo
del calcio intero, a svegliarsi, a smettere di parlare e per una volta a
passare all’azione? Anche qui non sono mancati i teatrini, anche qui
l’ignoranza non può che fare il proprio corso.
Come può questa gente far finta di stupirsi dal trovare frange di
teppisti nelle tifoserie? Abbiamo vissuto anni di sottocultura,
propinataci da questi individui a suon di urla e risse televisive. Un
martellamento, a cui si aggiunge la mancanza di modelli culturali di
profondo esempio sportivo che spinge tutti quegli individui a rischio a
cadere nel gorgo dell’ignoranza fino al punto di non ritorno.
Le stesse persone muovevano i fili che hanno portato il calcio sull’orlo
del collasso nell’infuocata estate del 2006 dove si è passati dai titoli
dei giornali che gridavano allo scandalo, quindi alla ricerca dei capri
espiatori fino ad arrivare a dare pene irrisorie a chi si era macchiato
della rovina dello sport più amato dagli italiani.
Questa è l’Italia che propone all’Uefa la propria candidatura, non so
con quale faccia, per ospitare i campionati Europei nel 2012. Questa è
l’Italia in cui il nostro giornalismo sportivo non ha il coraggio di
mostrarci quello che realmente ci circonda ma che appena si presenta lo
scandalo o la morte ce la sbatte in faccia con una violenza inaudita,
con titoli a piene pagine, solo con l’idea di impressionare e vendere.
Una morte quella di Filippo Raciti che, come ha sottolineato la moglie,
deve insegnare. È necessario lavorare alla base della cultura sportiva e
non. Bisogna smetterla di essere succubi dei poteri forti. Tutti
dobbiamo pensare a ripartire credendo nei valori e nella sostanza
piuttosto che nei risultati. Bisognerebbe forse smettere con il calcio
sbandierato in TV e coperto dal business e tornare a giocare nei prati,
per strada, a scuola, nei giardini con due magliette a delimitare le
porte e con l’idea di divertirsi. Arrivare a fine partita con la voglia
di stare tutti insieme, mangiare insieme e divertirsi dopo essersele
date, sportivamente parlando, di santa ragione. Ciò significa essere
fuori dal tempo?
Non lo so; so solo che io mi divertivo così. Non sono diventato un
campione ma sinceramente non me ne frega niente.
Noi operatori di calcio abbiamo nelle mani un potere enorme, noi abbiamo
tra le mani gli uomini del futuro, noi abbiamo tra le mani quello che
sarà il mondo di domani e se forse sarà un po’ meglio di quello di oggi
allora avremo fatto il nostro dovere di educatori di sport e la morte di
Filippo Raciti non sarà stata vana.
La strada da percorrere è lunga irta, e piena di peripezie: forza tocca
a noi, facciamoci avanti con convinzione, non nascondiamoci, dimostriamo
ai nostri ragazzi che siamo loro vicini e che siamo in grado di
trasmettere loro valori che qualcuno e la cronaca di questi ultimi
giorni considera oramai persi.
Non abbiamo cambiato il mondo quando eravamo bambini e lo desideravamo,
ora diamo ai nostri giovani la forza e le idee che erano nostre per far
fare a loro quello che noi non siamo riusciti a fare. Le nostre
sconfitte, come quella di venerdì 2 Febbraio 2007, devono essere il
monito per ciò che non ci dovrà mai più essere: una morte stupida in
nome di un favoloso spettacolo che si chiama sport.
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SPORT "IN URATORI" MA NON SPORT "DA URATORI"
di don Peppno
Raimondi
(pubblicato il 2.10.2005)
Riportiamo l’intervento
di don Peppino all’apertura della serata di presentazione dell’attività
sportiva del nostro oratorio.
Questa
iniziativa di volere aprire solennemente l’anno sportivo del G.S.O., che
rappresenta la società sportiva del nostro oratorio, è stata voluta da
me come parroco.
I motivi sono diversi.
In primo luogo voglio dare risalto a questo significativo sforzo della
parrocchia che, mediante il proprio gruppo sportivo, concede la
possibilità di fare sport con un certo stile alle nostre nuove
generazioni.
Solo chi si avvicina con animo sereno, senza pregiudizi, si accorge che
l’attività del nostro G.S.O. è veramente grande, complessa e di grande
spesa.
Nonostante la complessità determinata in gran parte dai problemi che
sorgono, dagli impegni finanziari che le esigenze impongono, la
parrocchia vuole continuare a promuovere e a sostenere il G.S.O. perché
crede nel valore dello sport.
In secondo luogo vorrei che tutti noi ed il quartiere intero capissimo
che il nostro G.S.O., è una vera società sportiva.
Come tutte le altre società sportive che sono presenti nella nostra
città, all’interno del G.S.O. viene fatto sport in oratorio.
Uno sport fatto secondo le regole delle federazioni e degli enti
sportivi nazionali.
Pur avendo anche noi tante povertà e debolezze, come d’altra parte hanno
tutte le società sportive, vorrei che, prendendo coscienza del lavoro
serio e qualificato, fosse bandita da noi e da tante altre persone
l’idea che al G.S.O. si faccia uno sport da “uratori”.
Con la parola “uratori” che suona come un qualcosa di basso tono, di
seconda mano, che non conta niente.
Sappiamo che lo sport è un valore, e come tale vogliamo proporlo e
realizzarlo.
Diciamo allora con ferma convinzione e con estrema decisione che il
G.S.O. è una società sportiva, come tale vogliamo che sia considerata.
In terzo luogo il nostro sport ha uno scopo ben preciso: servire la
persona. Diciamo subito che non facciamo sport perché non sappiamo cosa
fare.
E’ una scelta della parrocchia, di ogni parrocchia che ama e vuole il
bene delle nuove generazioni.
Tutta la nostra attività sportiva non ha come obiettivo il formare dei
campioni, ben vengano, se vuole il Signore.
Non vuole essere un vivaio per le altre società per avere un riscontro
finanziario per le sue attività.
Se però uno sportivo passa ad altre società, ci sembra quanto mai
giusto, come vuole il regolamento federativo, un riscontro.
Per quale motivo facciamo allora sport? Per servire la persona, per lo
sviluppo armonico della persona. Non sappiamo se ci riusciamo, perché
qui concorrono tanti fattori; ma nell’intenzione della parrocchia c’è
questa motivazione: il bene dei bambini/e, dei ragazzi/e, degli
adolescenti e dei giovani. In questa motivazione giace allora la
risposta ad un interrogativo che spesso viene recepito, oggi in modo
particolare.
Molti infatti si chiedono perché una parrocchia debba fare dello sport,
lei che dovrebbe essere tutta intenta al Vangelo, alle celebrazioni,
alla fede e alla carità?
La risposta è molto semplice: poiché la parrocchia è per la formazione e
l’educazione delle persone, si serve dello sport come strumento per
educare e per formare le nuove generazioni.
Ma c’è poi un’altra motivazione: cosa sarebbe un oratorio senza lo
sport?, senza la ricreazione, il gioco? Il ragazzo, come pure il giovane
e l’adulto non è solo anima, è anche corpo.
Proprio per questo, noi crediamo anche nel valore dello sport che è
sviluppo armonico che completa la formazione spirituale. Quali sono
allora le scelte per realizzare questo tipo di sport?
Una prima scelta è:
accogliere tutti.
Non guardiamo alla nazionalità, alla cultura, alla religione, al tenore
di vita che conduce.
Per noi ogni ragazzo/a è un dono da accogliere e un valore da
sviluppare. Una seconda scelta è: volendo quest’anno dare maggior
risalto all’aspetto del “servire la persona”, si è pensato di
individuare due “incaricati” (uno per il calcio ed uno per la pallavolo)
che abbiano come loro obiettivo questa preoccupazione: “essere attenti
ai vari problemi, alle diverse difficoltà che possono sorgere sia a
livello di atleti ed atlete, sia a livello di dirigenti e allenatori e
abbiano un raffronto con i sacerdoti.”
Per il calcio abbiamo incaricato Folletti Roberto, per la pallavolo
Samarati Luigi.
Vorrei proprio che con questi incaricati si stabilisse una vero rapporto
costruttivo per il bene di tutti e dello stesso G.S.O.
Una terza scelta è: costituire un piccolo gruppo di persone che prendano
a cuore e promuovano di conseguenza degli incontri per la formazione dei
dirigenti, allenatori, e perché no anche qualcosa per gli stessi
sportivi e per i genitori dei bambini e i ragazzi. Per quanto mi
riguarda cercherò di essere, come parroco, maggiormente presente
all’interno del G.S.O., come pure don Riccardo cercherà di seguire più
da vicino gli sportivi.
Anche se la nostra realtà parrocchiale ha questo grande handicap, di
essere strutturata, non per colpa nostra, in due realtà: l’oratorio a S.
Fereolo e il Palasanfereolo con il G.S.O. a Robadello, noi vogliamo
essere un’unica realtà. Una realtà viva che serva al bene delle nuove
generazioni.
Inizia un nuovo anno; non posso fare altro che ringraziare tutti coloro
che in diverso modo mandano avanti questa nostra società sportiva, e
sono veramente tanti.
Non posso fare altro che porgere tanti auguri alle diverse squadre e ai
singoli giocatori.
Invito però tutti: sportivi, allenatori, dirigenti, collaboratori a
superare le inevitabili difficoltà che il vivere insieme alcune volte
può far sorgere.
Invito tutti ad amare la propria società sportiva che è il G.S.O.,
cercando di farle onore, realizzando uno sport disciplinato, agonistico
nel modo giusto, cercando sempre di fare della nostra società sportiva
una famiglia di amici che possano trovare nel pallone che ruota e vola,
con l’apporto di tutti, un’occasione per rendere bella la vita.
E allora concludo e dico: VIVA IL G.S.O.!
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IL SENSO DI UNA PRESENZA
di Roberto
Folletti
(pubblicato il 23.5.2005)
Una decina
d’anni fa presi la decisione di tornare nel mondo del calcio dopo averlo
abbandonato una decina d’anni prima deluso più dalle persone che non dai
risultati calcistici. Probabilmente è stata la voglia di stare in mezzo
ai giovani, di dare loro quello che a me non è stato dato.
L’inizio non è stato facile soprattutto per individuare il mio ruolo:
prima “allenatore” (notate le virgolette), poi dirigente. Alla fine ho
scoperto che non era importante che il mio ruolo avesse un nome,
l’importante è che dovevo essere uno di loro, uno dei ragazzi della
squadra, ovviamente con quella responsabilità in più data dal fatto di
essere un po’ più vecchio.
Tanti i ragazzi conosciuti, tante le amicizie nate, fortunatamente pochi
i momenti brutti che comunque sono stati brillantemente superati anche
grazie al forte legame che si era creato. Possiamo essere certi di aver
costruito qualcosa di molto importante.
A distanza di anni si rivedono ragazzi che oramai hanno smesso di
giocare da molto tempo ma dai loro occhi, quando ti salutano, percepisci
che in loro hai lasciato un segno. Scambi due parole e sembra che sia
solo ieri che hanno smesso di giocare mentre invece è qualche anno che
non li vedi.
Quando sei con loro, con i giovani, cerchi di ascoltarli, di capire cosa
cercano, poi li lasci fare. Tu dirigente metti solo quei paletti che
chiedi non vengano oltrepassati, a volte proponi ma poi lasci a loro la
piena libertà di muoversi sicuro che loro non ti deluderanno.
Con alcuni diventi la valvola di sfogo per i loro problemi. Con te
parlano, parlano e parlano. Arrivi al punto di saperne più dei loro
genitori. Ti raccontano e confidano i loro “peccati”, le loro debolezze,
i loro problemi, cercano il confronto, ed il conforto da una persona più
grande, da qualcuno che ci è passato prima, da qualcuno che non è
identificabile come genitore, prete o altro ma è semplicemente un amico
un po’ più grande che può permettersi di dire qualsiasi cosa.
Un giorno loro cambiano squadra, e si ritrovano con dirigenti e
allenatori che forse non li ascoltano come facevi tu; ciò che pensano,
forse, conta un po’ di meno, ti accorgi che forse sono in difficoltà e
tocca ancora a te ascoltarli. E tu che fai? Cominci a pensare che il
primo che ha sbagliato sei proprio tu! Cerchi di dare loro delle
risposte, quelle che magari da altri non trovano, siano esse concordi o
discordi con il loro pensiero, basta che siano risposte.
A volte ti rendi conto delle loro difficoltà, ti rendi conto che loro si
fermano, che vogliono tornare indietro, che perdono di vista l’obiettivo
primario, quello di continuare a guardare avanti come facevano quando
erano con te. A quel punto cosa fai? Ti fermi anche tu nel tentativo di
capire e ricostruire sapendo che potresti sbagliare? Volti loro le
spalle perché è ora che vadano avanti da soli rischiando di distruggere
ciò che hai costruito? Ti scontri e cerchi di far capire in maniera
diretta quali sono i nuovi obiettivi e quindi ti poni al fianco di
quelli che loro rifiutano? Fai quello che ritieni giusto anche se ciò si
scontra con le direttive imposte dalla società?
Come vorrei avere tutte queste risposte! Come vorrei non perdere nessuno
di loro! Come vorrei vederli realizzati in una società che li ascolta,
li capisce e li esalta! Come vorrei vederli sempre al centro della loro
vita!
Al confronto con i giovani che è la parte migliore dell’essere dirigente
si contrappongono i problemi quotidiani della tua vita personale quelli
che tutti sanno che ci sono ma che nessuno vede. Quante volte i nostri
famigliari ci minacciano di provvedimenti nei nostri confronti perché
post-poniamo gli impegni famigliari a quelli della squadra? Quante volte
la cena aspetta in tavola e si raffredda? Quante volte sei a tavola ed
arriva la classica telefonata a cui non puoi dire di no? Quante volte
vorresti passare un week-end al mare con la fidanzata, con la famiglia,
o con gli amici e dici "facciamo il prossimo che è meglio perché ho la
partita"? Quante volte non stai bene, hai l’influenza o altro e sei
comunque presente agli allenamenti, alla partita o alla riunione? Pensi
che il mondo senza di te possa fermarsi.
Solo una persona “malata” può fare il dirigente! Questa malattia per me
è uno dei valori cardine della vita, un valore in cui credo ciecamente e
nel quale sono cresciuto: l’Amicizia con la A maiuscola. Un sentimento
biunivoco, un continuo dare ed avere che devono in un certo qual modo
compensarsi. Combatti con i problemi, ti esalti quando tutto funziona,
ma a volte si arriva al punto, che forse è di non ritorno, dove anche
una pacca sulle spalle non basta più: è quando ti senti in credito con
loro. Sì, in credito perché non ho mai creduto di svolgere un servizio
solo e soltanto per gli altri, credo piuttosto che fare il dirigente sia
il più sano degli egoismi quando il tuo appagamento coincide con quello
degli altri. È lì che diventa difficile quando vuoi godere dei benefici
del tuo “lavoro” ed invece non puoi perché per un motivo o per un altro
loro hanno già fatto piani in cui tu non fai più parte. Ti hanno voltato
le spalle? Forse no. Tra qualche anno rivedrai quella luce nei loro
occhi e dirai: “No, non li ho mai persi”.
A volte vorresti dire addio a questo mondo ma ti accorgi che non puoi,
che senza di loro ti resterebbe un vuoto, ma questo, purtroppo, forse
loro non lo sanno. Come non sanno che certi loro atteggiamenti, possono
ferirti perché a loro ci tieni. Non vorresti mai vederli commettere
errori, ed in un certo qual modo ti senti responsabile delle loro scelte
soprattutto quando ti accorgi che ci sono altri (amici e non) che
sfruttando la loro buona fede se ne approfittano per fini propri e tu
non riesci o non puoi fare nulla.
Non ci vuole molto a capire che fare il dirigente è qualcosa in più che
portare l’acqua in campo o scrivere la distinta prima della partita.
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LA CLESSIDRA DELLA NOSTRA VITA
di Alessandro
Maffezzoni
(pubblicato il 6.4.2005)
“Vi ho cercato, siete
venuti da me, e per questo vi ringrazio”.
Queste parole le ricorderemo per sempre e per tutta la nostra vita.
Il Santo Padre raggiunge Gesù Cristo e prima di andarsene da questa vita
terrena lascia il più bel testamento della storia umana.
Lascia a noi giovani a alle generazioni future il compito di portare
avanti il grande progetto di Dio.
Con questo piccolo pensiero non voglio analizzare il suo pontificato ma
esprimere una riflessione che viene non solo dal cuore ma anche e
soprattutto dall’anima.
Giovanni Paolo II ha cercato noi giovani ed in noi ha riposto la
speranza di un mondo migliore;
ci ha insegnato, dato e risvegliato i valori della vita.
Ha insegnato ad un’intera generazione ad amare Dio con umiltà e
semplicità ovvero a farci capire che l’AMORE sta al centro del mondo e
che la sofferenza è parte di essa vivendo il tutto con serenità e
caparbietà senza arrendersi mai.
Ci ha dato la forza ed il coraggio di andare controcorrente rispetto
alla società di oggi perseguendo sempre le strade più difficili e non
abbandonarsi alla semplicità e alla superficialità di strade comode.
Dall’amore per la famiglia e per una ragazza/o all’amore per le persone
del terzo mondo e per la madre terra…dalle difficoltà più piccole a
quelle grandi…non ci ha mai permesso di arrenderci e ci ha insegnato
cosa vuol dire perdonare.
Ha risvegliato in noi i valori per i quali Cristo è morto in croce.
E’ stato più di ogni altro il nostro Papa o meglio il nostro padre e non
solo spirituale.
Penso di non dire una falsità quando credo che la persona Karol Wojtyla
si sia avvicinato più di qualunque altro a Cristo.
Ha predicato, raccontato, è stato presente e vicino ai dolori del mondo
predicando la pace e avvicinando religioni e culture diverse con il
dialogo ed il perdono per ciò che la Chiesa ha fatto nei secoli, e cosa
più importante non ha mai smesso di donarsi, di dare agli altri e per
questo non ha mai ceduto neanche di fronte alla malattia che lo ha
divorato.
Un esempio da seguire ed è per questo che il suo operato non sarà
portato avanti solo dal nuovo pontefice ma in primis da noi giovani (e
non solo di fede Cristiana ma di tutto il mondo perché la sua morte ha
fatto e farà riflettere tutto il mondo che lo ha conosciuto dagli Ebrei
ai Mussulmani, dai credenti ai non credenti).
Vorrei chiudere questo pensiero più che sentito per l’amore verso un
padre eccezionale, esprimendo una metafora nata da una discussione con
una persona a me cara che ha unito due cuori al momento lontani: “le
nostre incomprensioni personali sono ben poca cosa rispetto a ciò che è
accaduto; sono dei granelli di sabbia. Già ma se noi siamo dei granelli
di sabbia è giusto paragonare ciò che è accaduto come al suo
contenitore: una clessidra che si è spezzata alle 21:37 di sabato 2
aprile 2005,
ma che non ci ha lasciato soli perché ha risvegliato in noi i valori
giusti e puri per superare i più piccoli e grandi ostacoli tra gli
uomini”.
Ed ora tocca a noi giovani granelli di sabbia cogliere l’eredità di
Giovanni Paolo II
(la clessidra che ha scandito i tempi della nostra vita) e portare in
ogni cuore l’amore di Dio e di Gesù Cristo misericordioso…grazie al
testamento che lui stesso ci ha lasciato insieme al valore più grande
che abbiamo riscoperto in noi…l’AMORE verso Dio e verso il prossimo.
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UN NUOVO MODO DI FARE SPORT
di don
Giuseppe Raimondi - parroco
(pubblicato il 31.1.2005)
Le strutture sono un mezzo, ciò che importa è
lo spirito e lo stile di vita che in esse si vive e si conduce. Mossi da
questo principio, mentre andiamo verso la conclusione dei lavori per il
Palasanfereolo, i nuovi spogliatoi e il rinnovamento dei vecchi, come
parrocchia desideriamo fare una riflessione sul nostro modo di gestire
queste strutture e di fare sport.
E’ una verità: ogni realtà invecchia, non c’è via di scampo. Non solo
gli uomini, ma anche le strutture e lo stile di vita che in essi si
vive. Senza accorgerci tutto si deteriora. Non c’è da scandalizzarsi.
Quindi dobbiamo dire che anche il modo di far giocare e quindi di fare
sport nei nostri ambienti possono, con il passare del tempo, cadere in
certi equivoci oppure non essere promotori dei veri valori. Ho detto
possono, non che sempre percorrano con il passare del tempo, strade
sbagliate. Noi non stiamo andando fuori strada. Restiamo sempre su
quella buona. Si tratta allora di migliorare quello che già stiamo
facendo.
Per evitare questo possibile pericolo, dato che abbiamo iniziato il
rinnovamento delle strutture, come parroco, desiderio che la comunità
parrocchiale con il suo gruppo sportivo oratoriano, faccia una seria
riflessione sul modo con il quale sta svolgendo la sua attività
sportiva. Ecco allora il nostro obiettivo: riflettere per migliorare,
riflettere per meglio servire, riflettere per meglio educare, in una
parola: fare dello sport un’opportunità per il bene della nostra
gioventù piccola e grande. A che serve rinnovare le strutture se poi le
frequentiamo e le utilizziamo con uno spirito vecchio? Non si tratta
però di stravolgere tutto, ma di dare un volto nuovo a tutto quanto
facciamo in questi nostri ambienti pienamente rinnovati.
Perché ci sia questa generale riflessione che troverà poi il suo vertice
nel Consiglio Pastorale Parrocchiale, verrà costituita una piccola
commissione che attraverso ricerche, consultazioni e analisi proponga
suggerimenti di rinnovamento. Il Consiglio Pastorale poi vaglierà il
tutto e, dopo le giuste approvazioni, darà vita ad un “progetto
educativo per mezzo dello sport” per la parrocchia di S. Fereolo. In
questo lavoro di ricerca e di analisi, tutti possono dare liberamente i
propri suggerimenti. Si prega però di scriverli e di farli avere al
parroco che poi li comunicherà agli incaricati di tutto il lavoro. Se
tutto procederà secondo il programma che stiamo per stendere, a giugno
quando faremo la festa dello sport, daremo a tutti i principi su cui
intendiamo muoverci nelle nostre nuove strutture sportive.
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FACCIA A FACCIA CON IL MISTER
13 domande a Piero Bassanini
(pubblicato il 21.1.2005)
L’intervista a Piero
Bassanini, l’allenatore della squadra esordienti. Una vita passata sui
campi da calcio, prima come giocatore e dal lontano 1972 come
allenatore. Ha guidato squadre in tutte le categorie dalla scuola calcio
alla terza categoria. A 68 anni è ancora sui campi ad allenare.
1) Prediligi
maggiormente la parte tattica, tecnica, umana?
Sicuramente la parte umana.
2) In percentuale, importanza in allenamento di tattica, tecnica e
preparazione atletica.
Visto la categoria che seguo: 50% tecnica, 50% atletica.
3) Perché fare l'allenatore?
Cerco di trasmettere la passione del calcio ai miei ragazzi.
4) I giocatori: chi sono
per te (es. amici, materiale umano, ecc.)?
Amici.
5) Da 1 a 100: quanto è importante l'aspetto mentale?
80!
6) Modulo preferito?
Dipende dal materiale
umano a disposizione.
7) Difesa a zona o a uomo?
Prediligo la difesa a
uomo.
8) Quanto sono in grado i
giocatori di recepire gli schemi e quanto sono importanti in partita?
Siamo in alto mare. Vista l’età dei miei giocatori non applico ancora
alcun schema.
9) Come vivi la partita
(tensione - divertimento)?
Tensione con battito cardiaco.
10) Ti senti seguito in campo dalla squadra?
Si, specialmente quando
mi arrabbio.
11) Cosa ti piacerebbe
migliorare di te?
Sono alla frutta.
12) Cosa ti piacerebbe
migliorare dei tuoi giocatori?
Il carattere, la grinta.
13) Nella gestione dei giocatori fino a dove arriva il ruolo
dell'allenatore?
A 360 gradi, dappertutto!
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FACCIA A FACCIA CON IL MISTER
13 domande a Flavio Cervi
(pubblicato il 13.1.2005)
L’intervista
a Flavio Cervi, l’allenatore della squadra femminile di serie D, da
quest’anno alla guida della squadra sanfereolina dopo svariati anni
passati sui campi prima come calciatore, poi come allenatore di squadre
femminili anche di serie superiori.
1) Prediligi maggiormente la parte
tattica, tecnica, umana?
Prediligo maggiormente la parte umana perché ritengo che la sincerità ed
il rispetto reciproco tra me ed il gruppo siano due caratteristiche
fondamentali senza le quali non si riuscirebbe a creare nulla
d’importante. Allenando un gruppo di ragazze la parte tecnica riveste un
ruolo importante, certamente superiore a quello che si può pensare
allenando una squadra maschile. Naturalmente la tattica per chi pratica
il calcio è punto fondamentale.
2) In percentuale, importanza in allenamento di tattica, tecnica e
preparazione atletica.
La squadra ed il campionato che stiamo facendo mi porta a prediligere la
preparazione tecnica ed atletica piuttosto che la tattica.
3) Perché fare l'allenatore?
Ho trascorsi nelle giovanili del Milan, Pro Sesto, S. Angelo e da quando
ho smesso di giocare per un infortunio alleno. Ritengo che sia
bellissimo poter trasmettere le mie conoscenze accumulate in quegli
anni al mio gruppo con l’intenzione di migliorare sempre di più.
4) Le giocatrici: chi sono per te (es. amici, materiale umano, ecc.)?
Per me sono come delle amiche.
5) Da 1 a 100: quanto è importante l'aspetto mentale?
Per un atleta l’aspetto mentale può valere un 70%.
6) Modulo preferito?
Il modulo che preferisco è il classico 4-4-2 anche se la maggior parte
delle volte applico il 4-3-1-2.
7) Difesa a zona o a uomo?
Difesa a zona.
8) Quanto sono in grado i giocatori di recepire gli schemi e quanto sono
importanti in partita?
Gli schemi in una partita sono molto importanti. Le mie giocatrici li
recepiscono per un buon 50% ma come ho detto in precedenza le mie
priorità sono altre.
9) Come vivi la partita (tensione - divertimento)?
Vivo la partita intensamente, dal ritrovo.
10) Ti senti seguito in campo dalla squadra?
Mi sento seguito all’80% e per quest’anno va bene così.
11) Cosa ti piacerebbe migliorare di te?
Vorrei migliorare la capacità di trasmettere le mie idee sui valori del
calcio.
12) Cosa ti piacerebbe migliorare delle tue giocatrici?
Mi piacerebbe che emergesse di più la voglia di vincere ed il sacrificio
che a volte, in determinate gare sono mancati.
13) Nella gestione delle giocatrici fino a dove arriva il ruolo
dell'allenatore?
Ritengo che come allenatore la gestione delle mie atlete dovrebbe
ricoprire un 50% (buona parte in campo) mentre per l’altra metà dovrebbe
essere il dirigente e la società ad occuparsene (buona parte fuori dal
campo).
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FACCIA A FACCIA CON IL MISTER
13 domande ad Andrea Profeti
(pubblicato il 3.1.2005)
L’intervista
ad Andrea Profeti, l’allenatore della squadra juniores, da due anni nel
ruolo di allenatore dopo anni passati giocando ed arbitrando. Il primo
anno, l’anno scorso, ha guidato la sua squadra al secondo posto; quest’anno
con una rosa notevolmente rinnovata si ritrova in fondo alla classifica.
1)
Prediligi maggiormente la parte tattica,
tecnica, umana? Nel preparare una squadra di giovani con un età tra i 17 e i 20 anni,
credo che gli aspetti principali siano sicuramente la parte umana e
tattica. È importante creare un rapporto di fiducia reciproca cercando
di smorzare le incomprensioni, gli attriti e le gelosie che si possono
creare tra giocatori, allenatore e dirigenti, per avere un gruppo che
possa raggiungere dei risultati e possa divertirsi nel corso del
campionato. La preparazione tattica serve per dare il giusto equilibrio
in campo ed è quella che prediligo, ma è di difficile applicazione se i
rapporti all'interno del gruppo non sono buoni. La tecnica la ritengo
meno importante per il tipo di campionato che affrontiamo. 2) In percentuale, importanza in allenamento di tattica, tecnica e
preparazione atletica. A mio parere la tattica pesa per il 30%, la preparazione atletica per il
50% e quella tecnica per il 20%. 3) Perché fare l'allenatore? Ho accettato di fare l'allenatore, quando mi è giunta la proposta del
G.S.O. San Fereolo, perché il gruppo di ragazzi, con i quali mi stavo
allenando e che avrebbero formato la base per la squadra da me guidata,
mi sembrava formato da persone motivate, determinate e felici di
iniziare un programma di lavoro insieme a me. 4) I giocatori: chi sono per te (es. amici, materiale umano, ecc.)?
I giocatori per me sono delle persone con le quali svolgere degli
esercizi fisici per preparare la partita. In prima battuta quindi si
possono definire materiale umano. Con alcuni giovani è possibile anche
instaurare un rapporto di amicizia. L'eventuale rapporto di amicizia non
costituisce un titolo preferenziale nel momento in cui scelgo i
giocatori da mandare in campo. 5) Da 1 a 100: quanto è importante l'aspetto mentale? L'aspetto mentale è secondo il mio parere il più importante. Per
affrontare un allenamento e una partita è necessario entrare in campo
con concentrazione, determinazione, convinzione delle nostre capacità e
dei nostri limiti. Consapevoli di ciò e volenterosi di adoperarsi per
ridurre le nostre lacune è possibile migliorare i risultati che si
conseguono e ottenere soddisfazioni sempre più grandi. 6) Modulo preferito? Il mio modulo preferito è il 4-4-2, perché credo che permetta di coprire
meglio le varie zone del campo. Per disporre di un tale modulo è
necessario avere dei giocatori con le caratteristiche adeguate. 7) Difesa a zona o a uomo? La difesa a zona è quella che prediligo perché permette di risparmiare
energie fisiche, evitando di rincorrere sempre il proprio avversario
diretto. 8) Quanto sono in grado i giocatori di recepire gli schemi e quanto sono
importanti in partita? La capacità dei giocatori di recepire gli schemi dipende sia
dall'approccio mentale che essi hanno durante gli allenamenti sia
dall'abilità dell'allenatore nella spiegazione. Ritengo che in partita
sia molto importante che ogni calciatore si muova secondo le indicazioni
prestabilite negli schemi per mantenere un certo equilibrio nella
disposizione in campo della squadra. 9) Come vivi la partita (tensione - divertimento)? I sentimenti che si provano durante la partita sono molteplici.
Inizialmente domina la speranza e la fiducia di giocare una buona gara e
di lottare fino all'ultimo. L'andamento delle partite, in questa prima
parte del campionato, caratterizzate da risultati negativi mi rendono
teso e frustrato a fine gara. 10) Ti senti seguito in campo dalla squadra? La squadra non sempre segue le indicazioni che io impartisco.
11) Cosa ti piacerebbe migliorare di te? Gli aspetti da migliorare sono molteplici. Vorrei essere in grado di
trasmettere fiducia ai ragazzi nei propri mezzi. 12) Cosa ti piacerebbe migliorare dei tuoi giocatori? Vorrei che i miei giocatori fossero più concentrati e più uniti quando
scendono in campo. 13) Nella gestione dei giocatori fino a dove arriva il ruolo
dell'allenatore? Il ruolo decisionale dell'allenatore credo si debba limitare ad
organizzare gli allenamenti e a scegliere la formazione da mandare in
campo. Nella fase di preparazione di una stagione è importante che
l'allenatore affronti le scelte relative ai nuovi giocatori da inserire
nell'organico insieme al dirigente responsabile della squadra. |
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GLI INGREDIENTI DI UNA SQUADRA PERFETTA
di L. M.
(pubblicato
il 2.1.2005)
Chi
ama il calcio non può non conoscere il grande e mai dimenticato mito di
questo sport, vale a dire Valentino Mazzola. Ebbene, fu proprio lui nel
piccolo aeroporto di Lisbona, durante la sua ultima intervista prima del
tragico viaggio, a definire il gioco del calcio “come uno stupendo sport
nel quale due sono gli elementi di fondamentale importanza: la
compattezza e la velocità”.
Il Capitano con queste parole intendeva ricordare prima di tutto che il
calcio è un gioco di squadra, e che se quindi manca affiatamento tra i
singoli giocatori puoi avere anche undici fenomeni ma non vai da nessuna
parte, e in secondo luogo che nel calcio vince chi segna più goal, e per
raggiungere questo obiettivo occorre una certa rapidità nel correre con
la palla, nel correre senza palla, nel concludere a rete. In poche
parole, se una squadra è compatta e più veloce dell’avversario sia nella
testa che nelle gambe vince quasi sempre (“quasi” perché in fondo è un
gioco e come tutti i giochi ci vuole anche un pizzico di fortuna: come
dice un detto “il pallone è rotondo”).
Spesso si sente dire che “non sempre chi gioca bene vince”: è vero. Per
“giocar bene” spesso si intende saper far girare la palla di prima,
saper dribblare l’uomo, saper fare un lancio di 40 metri in modo
perfetto...
Eppure si può anche giocar bene pur senza possedere le due
caratteristiche citate dal Capitano: infatti quando si dice che una
squadra gioca bene si fa riferimento alla manovra offensiva, ma la
compattezza emerge soprattutto quando bisogna difendere la propria
porta; inoltre puoi avere il 90% di possesso palla ottenuto grazie a 160
passaggi di prima, ma se non fai il tutto con estrema rapidità non
riuscirai mai a segnare.
Quasi paradossalmente, se invece una squadra “gioca male”, i due famosi
requisiti li può anche possedere: sono in pochi a saper apprezzare la
bravura di una squadra nel difendersi, nel non lasciare spazi alla
manovra avversaria; ancora meno sono quelli che applaudono la propria
squadra dopo che questa, nonostante un possesso palla di 4 minuti sui 95
di gioco, esce dal campo vincente per 1-0: in tal caso si suole dire
“vince, ma non convince”.. non è difficile trovare un esempio, basta
ripensare all’ Inter di Simoni: per quanto fosse criticata, i risultati
erano spesso dalla sua parte..
Proprio ora ho parlato dell’Inter di Simoni: nel linguaggio comune si è
soliti parlare della Lazio di Eriksson, della Juve di Lippi, del Milan
di Capello, raramente si sente dire “la Juve di Del Piero” o “la Lazio
di Nedved”.. un caso? A mio parere no.
L’allenatore è una figura fondamentale all’interno di una squadra, ne è
lo stratega, la guida, il punto di riferimento: riallacciandosi al
discorso fatto precedentemente, se è vero che la velocità non può essere
insegnata alla squadra (o i giocatori la possiedono nel loro DNA o non
c’è niente da fare) l’allenatore può creare quella tanto citata
compattezza.
Facile a dirsi, più difficile a farsi: saper far coesistere 25 ragazzi
non è facile per nessuno, ancor più duro avere l’umiltà di confrontarsi
con ciascuno di loro sempre con rispetto, accettando i difetti di ognuno
e sapendo valorizzare i pregi.
Ma il lavoro dell’allenatore non si limita a questo: una volta che si è
riusciti a creare un clima di serenità e compattezza, bisogna essere
capaci di mantenerlo, e per far questo occorre “premere i tasti giusti”,
stimolarli nel modo opportuno. Certo, una buona percentuale dipende
anche dai risultati, ma la vere bravura di un allenatore emerge anche
nei momenti di difficoltà, nelle situazioni difficili. E gli schemi? I
moduli? I suggerimenti tattici? Hanno un loro valore ma non li ritengo
fondamentali: la loro importanza cresce con il passare di categoria, per
essere più chiari –parlando in percentuali- se in serie A contano un
buon 25%, in terza categoria si può parlare del 5%. In poche parole, più
si scende più aumenta esponenzialmente l’importanza della compattezza e
della condizione atletica, senza ovviamente tralasciare l’insegnamento
delle basi fondamentali del calcio (i classici “stop, passaggio e
tiro”). Quindi, in breve, la compattezza come primo obiettivo
dell’allenatore: per fare un esempio, a livello oratoriale sarà capitato
a molti di far parte di un gruppo di 25 ragazzi, per ritrovarsi dopo due
mesi in 6. Ma perché? Cosa succede? “Hanno lasciato perché non si
divertivano”. Ma “divertirsi” è sinonimo di “vincere”? non credo
proprio.. certo, se vinci sei più stimolato ad andare avanti, e se
perdi? E se la squadra ha dimostrato di essere scarsa? Se al posto di
compagni di squadra hai amici, il pensiero di lasciare non ti passa
nemmeno per la testa; ancora più delicato quindi il compito
dell’allenatore, anche e soprattutto a livelli non eccellenti.
Volendo schematizzare il discorso fatto fino ad ora, possiamo dire che
in una squadra di calcio due sono gli elementi fondamentali: la
compattezza (frutto del lavoro dell’allenatore) e la velocità (dipende
da potenzialità dei giocatori).
Ma allora l’allenatore influisce solamente sulla compattezza?
Assolutamente no. Partiamo da un presupposto: gli atleti sono esseri
umani: gli esseri umani hanno dei valori, delle potenzialità; gli esseri
umani possono anche non esprimere al meglio i propri valori; un
individuo dà il massimo quando, oltre a essere fisicamente pronto, si
trova in uno stato psicologico ottimale; essendo il calcio uno sport di
squadra fatto anche di posizioni sul campo, l’atleta renderà ancora di
più quando sarà schierato nel ruolo che sente più suo. Con un’equazione
semplice: tanto maggiore è la compattezza del gruppo, tanto migliore
sarà lo stato psicologico del giocatore; tanto maggiore sarà il dialogo
tra l’atleta ed il suo allenatore tanto più saranno le possibilità di
giocare in ruoli più graditi, quindi ancora migliore sarà la condizione
psichica del calciatore.
Si è così voluto dimostrare come all’interno di una squadra di calcio
sia fondamentale la capacità di un allenatore, che prima di tutto deve
dimostrarsi un buono psicologo. Ovviamente un ruolo importante lo occupa
anche l’atleta, che deve avere la voglia e l’intelligenza per rispondere
agli input che arrivano dai suoi compagni e dalla dirigenza: sì, la
dirigenza. Se finora si è parlato solo dell’allenatore, è innegabile
come la figura del mister debba in qualche modo essere appoggiata,
accompagnata e sostenuta anche nei momenti di difficoltà. Non può certo
un gruppo di 25 persone ruotare intorno ad un’unica figura: sebbene sia
l’allenatore a prendere le decisioni più delicate, è innegabile come per
creare una certa compattezza sia fondamentale che anche allenatori in
seconda + dirigenti vari + resto dello staff dirigenziale siano ben
amalgamati. Può sembrare stupido, ma è così: una squadra di calcio, per
essere una buona squadra di calcio, deve anche e soprattutto essere una
buona famiglia.
Alla luce di tutto quello che è stato detto finora, mi sembra opportuno
riprendere un esempio fatto in precedenza: quello dell’Inter di Simoni.
Innanzitutto un presupposto: se non hai una certa solidità e “giochi
male”, raramente riuscirai a vincere. Ma se vinci spesso pur “giocando
male” trovandoti magari in posizioni di alta classifica? No, non può
essere solo un caso, non può essere solo fortuna. “Quell’Inter aveva
Ronaldo”. Per quanto possa un atleta essere bravo, in uno sport in cui
si va in campo in undici è impossibile che un solo singolo ti porti alla
vittoria. E quell’Inter inoltre aveva la miglior difesa.. una cosa è
certa: una squadra di calcio non può essere giudicata da una singola
partita, ce ne vuole un insieme. E se mister X, abbonato alle partite
dell’Inter di Simoni, tutte le volte esce dallo stadio ripetendo
“abbiamo vinto solo per fortuna” significa che non ha capito niente. Per
poter giudicare una squadra di calcio non puoi semplicemente “vedere”:
la puoi “vedere” una o cento volte ma per capire qualche cosa la devi
“vivere”. Come un tifoso appassionato di calcio che decide di andare a
visitare lo stadio “Bernabeu” di Madrid: se si limitasse a guardarlo da
fuori.. beh, che tristezza! Poi però, quando entri, quando vedi quel
campo stupendo, quando vedi gli spalti pieni, non puoi non rimanerne
impressionato: alla fine il giudizio sarà:”dal fuori pareva bruttino, ma
poi all’interno l’atmosfera è veramente bella..”. Così deve essere per
una squadra di calcio: se vai a vedere giocare la squadra Y per la prima
volta e alla fine dell’incontro ti permetti di dare giudizi (siano essi
positivi o negativi) su singoli giocatori, allenatore, gioco della
squadra: beh, vuol dire che stai sbagliando qualche cosa, che qualche
stupidata la stai dicendo…
E, se alla fine di tutto questo interminabile discorso, si è dimostrato
come compattezza e velocità siano basi fondamentali affinché una squadra
di calcio possa avere successo, non posso fare altro che pormi la
seguente domanda: il requisito della compattezza è più facile possederlo
ad alti o a bassi livelli? Non penso di avere la necessaria esperienza
per rispondere, comunque in undici anni giocati a bassi livelli penso
proprio che una volta mi sia capitato di essere all’interno di un
giocattolo tanto perfetto e cioè il San Fereolo calcio stagione
2003-2004 (juniores, ovviamente..).
Non posso fare che supposizioni eppure sento che superare un tanto
elevato grado di compattezza sia impossibile, come mi pare quasi
impossibile soltanto raggiungere questo livello: eppure questa è la
realtà, e se “nothing is impossible” questo San Fereolo juniores è stato
il quasi-impossibile che si è realizzato.
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QUELLA "O" E' COSI'
IMPORTANTE?
di Daniele Rescalli
(pubblicato l'1.1.2005)
Osservo spesso, non per vanità, la targa argentea (il cosiddetto San
Fereolino) donatami il Natale scorso come riconoscimento
dell’esperienza che vivo nel G.S.O. . Attira la mia attenzione
un’omissione la cui responsabilità non è sicuramente imputabile ai
promotori del premio. E’ una piccola O che non compare nella firma del
donatore. Il cesellatore distratto ha inciso:
G.S. SAN FEREOLO
Non griderò certamente allo
scandalo, anzi, sono grato all’inconsapevole provocatore della
riflessione di cui voglio rendervi partecipi.
Ventun’anni or sono ho indossato per la prima volta gli scarpini e la
maglia del S. Fereolo. Una carriera vissuta come tante tra alti e bassi,
gioie e dolori, molte amicizie e qualche incomprensione… Anni in cui,
grazie anche a tutti coloro che ho incontrato nell’ambito sportivo, sono
cresciuto come uomo.
Mi chiedo spesso: vivrei allo stesso modo se giocassi o avessi giocato
altrove?
Ecco perché per me quella O è così importante: significa Oratorio!
L’elemento che ci dovrebbe distinguere dalle altre tipologie di
associazioni sportive… Il problema è che in tutto questo tempo, in molte
altre Società, non ho osservato, per quanto ho potuto, evidenti
differenze. Ho conosciuto al di fuori dell’ambito oratoriale tante brave
persone che vivono lo sport con la nostra stessa passione. Pensavo che
l’elemento caratterizzante fosse da ricercare nello stile della
proposta. Verosimilmente un gruppo come il nostro dovrebbe promuovere la
funzione umanizzante di questa attività per mezzo dell’energia del
Vangelo. Di fatto, forse anche per colpevole distrazione, non ho
avvertito particolari sforzi in questo senso. Non a caso però, l’azione
sportiva non è oggetto del Programma Pastorale 2003/2004 della
Parrocchia. Un cenno di considerazione si può invece trovare nel
Progetto Educativo dell’Oratorio edito nel lontano 1996.
Ma abbandono subito la strada dei documenti preferendo parlare di vita
vera.
Bisogna prendere atto di come lo sport sia divenuto un elemento sempre
più di interesse culturale e sociale. Non lo si può considerare un
semplice esercizio, un apprendimento attento e rigido di tecniche e di
regolamenti, un’esibizione di fisicità. E’ un’attività profondamente
umana e può essere una via immediata di educazione completa della
persona. Ecco perché ritengo che lo sport in Parrocchia debba avere una
rilevanza pastorale! Verrebbe sminuito se fosse considerato un’attività
di second’ordine, una parentesi per "staccare" dagli impegni importanti
della vita, un semplice momento ricreativo, o addirittura una realtà in
concorrenza ad altre proposte formative generate dall’Oratorio. Con
questo, non si può comunque strumentalizzarlo al punto da renderlo solo
un richiamo per i giovani a partecipare alla vita della Chiesa… Ma se lo
si lascia esclusivamente alla considerazione degli addetti di settore,
rischia di non essere collocato con la giusta importanza nella missione
della Parrocchia.
Credo che la nostra religione debba permeare i progetti del G.S.O. per
consentire allo sport di svolgere in modo completo la sua funzione
benefica, ovviando così ai rischi a cui questa pratica è soggetta:
manipolazione, incompetenza, passività… La concezione del corpo, della
combattività, del divertimento, della disciplina, del sacrificio, della
vittoria, della sconfitta, deve avere un’impronta decisamente cristiana!
Non è così scontato che lo sport riesca a realizzare, per capacità
propria, i valori e le potenzialità positive che racchiude in sé!
Necessita di un orientamento, di una guida affinché sia PER L’UOMO.
Fortunatamente il nostro modo di praticare e proporre sport è ancora
così semplice e schietto da non essere soggetto a losche trame a scopo
di lucro. La questione economica tuttavia è un problema oggettivo che
pare irrisolvibile. Agli oneri burocratici si aggiungono le spese per le
strutture, che necessitano di continua manutenzione, e per il materiale
tecnico. E’ difficile reperire i fondi necessari al sostentamento della
Società e gestirli con intelligenza. Forse un’appropriata campagna di
sensibilizzazione nei confronti delle famiglie che ci affidano i figli
convinti che dall’Oratorio sia "tutto dovuto" potrebbe trovare risposta.
Ho esperienza del fatto che in molti non si rendano conto di quanto sia
costoso mantenere l’attività in termini monetari.
Si potrebbe lavorare maggiormente anche per presentare sui nostri campi
allenatori e dirigenti sempre più pronti ed organizzati. Qualcosa è già
stato fatto, mi riferisco ai preparatori dei più giovani, ma necessita
di nuova spinta. La competenza è un importante indice della qualità del
servizio. L’inefficienza può comportare riflessi negativi sulla
maturazione delle personalità e su alcuni aspetti della salute. L’azione
educativa degli animatori dello sport deve essere riconosciuta alla
stregua di quella dei catechisti, pertanto va costantemente alimentata
con una specifica formazione tecnica, pedagogica e spirituale. Se si
favorissero inoltre i rapporti tra gli educatori delle varie dimensioni,
sarebbe più monitorata ed agevolata la crescita integrale di ogni
atleta.
E’ importante anche promuovere l’operato del G.S.O. per garantire
continuità e rinnovamento, valorizzando particolarmente il significato
dell’impegno gratuito. Occorre coinvolgere e creare nuove figure
esemplari, vivere uno stile di accoglienza nei confronti di tutti coloro
che desiderano contribuire alla causa ponderandone l’offerta del
servizio per collocare ciascuno opportunamente.
Va scoraggiato invece lo "sport parlato" dei tifosi fanatici che
difficilmente è caratterizzato da considerazioni oggettive e finalizzato
a buoni propositi. Talvolta proprio le famiglie si accostano con questo
atteggiamento insano alla nostra attività!
Perdere non piace certamente a nessuno! Il desiderio di ottenere un
risultato soddisfacente è un elemento irrinunciabile della gara. La
frase "L’importante non è vincere, ma partecipare", non rispecchia in
ogni caso il disegno cristiano. Il gruppo sportivo oratoriano dovrebbe
educare, infatti, alla affermazione e al superamento di se stessi,
ponendo particolarmente in rilievo il senso del rispetto per gli altri,
l’importanza della condivisione del gioco, della comunione di obiettivi
da raggiungere ed oltrepassare. Su queste basi sarebbe possibile
tracciare un Cammino sfruttando l’analogia, peraltro abbastanza
esplicita, con la vita spirituale. Si tratta di un progetto impegnativo
che implica il coinvolgimento dei genitori, ma credo ne valga la pena!
Mi permetto infine di invitare i sacerdoti ad avvicinarsi più spesso
agli sportivi della Parrocchia. Il Vostro personale incoraggiamento non
passerebbe di certo inosservato e la Vostra semplice presenza basterebbe
a smorzare i toni delle piccole e grandi controversie che a volte
nascono nella nostra "famiglia".
Mi scuso sin da ora se ho fatto qualche considerazione inappropriata o
irriverente. E’ semplicemente quel che vorrei significasse: "G.S.O. S.
Fereolo". Spero solo che questo scritto non diventi lettera morta ma
susciti un sano confronto costruttivo. Ringrazio di cuore per tutto quel
che è già stato fatto per me, in modo particolare, e per gli altri. |
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